23 Giugno 2021 - Ultimo aggiornamento il: 23 Giugno 2021 alle 20:01:57

Cronaca News

Delitto di Avetrana, il giallo che appassionò l’Italia

Michele Misseri
Michele Misseri

Dieci anni dopo l’omicidio di Sarah Scazzi il de­litto di Avetrana è il “giallo” più gettonato da servizi giornalistici, talk-show, docufiction, libri e fra poco diventerà anche una fiction. Nel suo libro “Nera – come la cronaca cambia i delitti” il cri­minologo Luca Steffenoni, oltre a interrogarsi su come fare una buona cronaca di un delitto, ri­portava i dati di un laboratorio di ricerche e monitoraggio sui me­dia. Dati che evidenziavano la ri­balta conquistata dal caso Scazzi che in pochi mesi aveva raggiun­to i 1502 passaggi televisivi con­tro i 941 del delitto Kercher di Perugia, i 759 dell’omicidio di Garlasco e i 499 della strage di Erba. Fra fine 2010 e primavera 2011 sembrava una efficace arma di distrazione di massa, era il pe­riodo del caso Ruby e delle cene “eleganti” di Berlusconi. Invece l’interesse mediatico che ha ac­compagnato il caso fino ad oggi dimostra che le ragioni erano al­tre. Il circo mediatico stazionava ad Avetrana ma soprattutto fuori e dentro gli uffici della Procura di Taranto con inviati e teleca­mere che filmavano indisturba­ti. Un giallo a puntate, alcune delle quali trasmesse in diretta, con un autore insolito, la Procu­ra dell’epoca che sfornava una ricostruzione diversa del delitto in ogni puntata. La prima nella notte fra il 6 e 7 ottobre: Miche­le Misseri si autoaccusava del delitto e dell’occultamento del corpo di Sarah. La seconda il 15 ottobre: Sabrina era compli­ce del padre e finiva in carcere. La terza il 5 novembre quando Michele chiedeva di rendere di­chiarazioni per dire “è stata solo Sabrina, io non c’entro e non l’ho violentata”; versione confermata il 19 novembre, durante inciden­te probatorio, quindi assurta al rango di prova. Quarta puntata il 26 maggio 2011: in carcere finiva anche Cosima ritenuta complice della figlia Sabrina. Quinta e ul­tima puntata: Michele lasciava il carcere, scagionato dall’accu­sa di omicidio dalla Procura. Il tutto veniva raccontato come in un realty, con interviste in diret­ta, ospitate in tv che fruttavano miglia di euro ad alcuni protago­nisti come si legge chiaramente nelle intercettazioni.

Uno storytelling che appassiona­va il pubblico con gli indagati tra­sformati in personaggi televisivi, lo zio Michele, la zia Cosima, la cugina Sabrina, l’amico conteso Ivano Russo. Il tutto condito dal movente passionale. Diradava le sue uscite dopo la drammatica diretta di “Chi l’ha visto?” mam­ma Concetta che la sera del 6 ottobre, in diretta tv, apprendeva che sua figlia Sarah era stata fat­ta ritrovare cadavere in un pozzo dallo zio Michele. Unico reato per il quale il contadino di Ave­trana è stato condannato in via definitiva, 8 anni di reclusione, con fine pena il 2023. Il fratello Carmine, complice nell’occulta­mento, sta scontando 6 anni. Po­trebbe essere il primo a lasciare il carcere anche a breve se gli sarà concesso di saldare il conto con la giustizia con una pena al­ternativa. Ergastolo nei tre gradi di giudizio, invece per Cosima e Sabrina.

Per tutti la sentenza de­finitiva è stata pronunciata dalla Cassazione il 21 febbraio 2017. Dal processo principale sono scaturiti altri filoni, il cosiddetto Scazzi bis o dei falsi testimoni, sul quale finora è stata scritta solo una sentenza di primo grado con 5 anni di reclusione inflitti a Ivano Russo (falsa testimonianza in aula e davanti al pm), insieme ad altri nove imputati e a Miche­le Misseri condannato a 4 anni per autocalunnia. Due sentenze in due diversi gradi di giudizio hanno escluso che fosse un so­gno il racconto del fioraio Gio­vanni Buccolieri, condannato a 2 anni e 8 mesi anche in appello (il suo amico Michele Galasso a 2 anni in via definitiva perché non ha impugnato la sentenza). In attesa del verdetto della Cor­te Europea dei diritti dell’uomo che si esprimerà su ricorso del professor Franco Coppi, Cosima e Sabrina scontano la loro pena da detenute modello nel carcere di Taranto. Cuciono mascherine anti Covid, Cosima lavora all’un­cinetto e Sabrina si occupa anche del servizio colazione della casa circondariale dopo aver seguito in passato un corso da parruc­chiera. La vicenda processuale che ha portato alla condanna è indiziaria e come tale è facile argomento per inchieste e servizi giornalistici. In dieci anni sono spuntate varie ricostruzioni tele­visive basate su elementi e spunti presi dal mare di documentazio­ne del processo e delle indagini. Ricostruzioni fatte anche da chi non ha mai seguito direttamen­te né le indagini né il processo e dalle quali è spesso assente la sentenza definitiva della Cas­sazione così come sono assenti le eloquenti conversazioni fra i familiari del fioraio intercetta­ti utilizzate dal pg della Corte d’appello di Taranto Antonella Montanaro.

Di nuovo non è usci­to nulla e difficilmente verrà fuo­ri perché l’assassinio non ha te­stimoni. Quel pomeriggio del 26 agosto 2010, a casa Misseri era­no presenti solo i tre principali protagonisti di questa storia, Mi­chele, Cosima e Sabrina. I vicini di casa (tutti sentiti e nessuno in­dagato) non hanno riferito nulla di utile per le indagini. Al mo­mento niente sembra poter modi­ficare il destino processuale dei Misseri. Forse la sorte di Sabrina poteva cambiare nei primi mesi delle indagini, quando l’avvoca­to Francesca Conte propose alla sua assistita la confessione di un omicidio preterintenzionale co­gliendo l’assist delle dichiarazio­ni di Michele nell’incidente pro­batorio sulla disgrazia avvenuta durante un gioco. All’avvocato Conte fu revocato il mandato e la linea difensiva non fu seguita dagli indagati. Dopo alcuni mesi è arrivato il professor Coppi ma le indagini avevano già imboc­cato un’altra strada. Con la testi­monianza del fioraio Buccolieri aveva preso corpo la tesi accusa­toria sulla complicità di madre e figlia e con l’accusa di omicidio agganciata a quella di sequestro di persona per entrambe la con­danna è stata pronunciata con una sola parola: ergastolo. Un epilogo drammatico per le due imputate. Ma non sono loro a pa­gare il prezzo più pesante in que­sta vicenda. Nessuna condanna può essere più pesante del dolore di una madre, Concetta, che non ha più una figlia. E per di più ha una sorella e una nipote assas­sine come hanno sentenziato i giudici. Una tragedia che niente e nessuno potrà mai cancellare.

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