21 Giugno 2021 - Ultimo aggiornamento il: 21 Giugno 2021 alle 19:30:12

Il teologo e filosofo cartaginese, Tertulliano
Il teologo e filosofo cartaginese, Tertulliano

Caro Direttore,

inesorabilmente, quotidiana­mente, noi europei e noi ita­liani stiamo decristianizzando l’Europa, il continente che deve la sua civiltà, la sua secolare esistenza di pensiero e di arte proprio a quella fede rivoluzio­naria che Benedetto Croce disse essere la più grande rivoluzione sulla terra: il Cristianesimo.

Ho sul mio scrittoio un libro di grande valore, di Tertulliano, filosofo e teologo cartaginese, vissuto certamente nel secondo secolo dopo Cristo e che scris­se un’opera di profondissimo contenuto teologale: “L’Apolo­geticum”. Con lui la letteratura cristiana in lingua latina na­sce già adulta, consapevole dei suoi contenuti e dei suoi mezzi espressivi.

“L’Apologeticum” del Cristia­nesimo non è come potrebbe significare dal titolo dell’opera, una apologia, ma invero una for­te ed appassionata accettazione della “verità”, che non chiede per sé stessa una definizione, ma che la cerca nell’unico fine che essa propone: quale dio se non quel Dio che ha mandato sulla terra il Cristo? E quale è allora questa suprema visione dell’esistenza? È nella cono­scenza che il cristiano non ha, come invece lo ha avuto il pa­ganesimo, di idoli da consacra­re perché è solo un Dio che ha creato l’universo e dell’universo protagonista ed uomo nella sua libertà di spirito e di mente.

La venuta di Cristo, per Tertul­liano, prepara e porta questa suprema verità che, nella libertà dell’uomo, mette da parte tutto ciò che è credenza irragionevo­le o supina adesione al Verbo.

Tertulliano propone, come pro­porrà poi Agostino e Tommaso, il “Logos”, cioè latinamente “ratio” perché l’uomo deve, non supinamente, ma con la sua ra­gione conoscere quello che è il messaggio supremo: Deus invi­sibilis est. E tuttavia quell’invi­sibile Dio, è visibile nell’uomo stesso, non lo si vede ma lo si sente in tutti i momenti della vita umana. Ed ora, dopo co­desta premessa, diciamoci la verità. Noi cristiani stiamo già da tempo decristianizzando e decattolizzando la nostra esi­stenza, e con essa la nostra se­colare civiltà. Ce ne allontania­mo, ritornando a culti e a valori pagani, nel modo di vivere, nel linguaggio apertamente scurri­le, e soprattutto nella visione di riti e modi di vivere che proprio appartenevano all’ultima vita del paganesimo ed anche, dicia­mo, ad altre credenze religiose che erano in Roma.

Il che è avvenuto purtroppo con la decadenza dell’epoca roma­na, che è anche stata la decaden­za di una civiltà, che ha tuttavia continuato nella sua grandez­za di pensiero, a fondersi nella nuova civiltà che ormai viveva, dopo apre contese, nell’univer­so dell’Europa del tempo. Una civiltà che portò alla ricerca di quella verità senza la quale i caposaldi della stessa fede reli­giosa non potevano reggere ne produrre opere di pensiero im­mortali. Ma se noi cristiani de­cristianizziamo la nostra fede, certamente esautoriamo Dan­te, Michelangelo, Galileo, che su quella fede hanno prodotto opere immense nel pensiero, nell’arte e delle scienze. Con loro cadono quindi le loro ope­re, e cade anche il concetto fon­damentale che proprio Tertul­liano scriveva “Deum colimus per Christum” e quindi se la parola del Cristo si esaurisce in quella che si chiama “apostasia” cade anche il principio stesso della civiltà che ha retto, ed an­cora regge l’Europa. Diciamo la verità: moralmente, eticamente, politicamente, stiamo smantel­lando da tempo, anche attraver­so i media, se non soprattutto, valori indiscussi ed esistenziali dell’etica cristiana. Cristo aveva detto: “chi non è con me, è con­tro di me” e più volte aveva am­monito la sua gente con la voce “Guai a voi”.

Apprendo da giornali, quotidia­ni, che nella cattedrale di Napo­li, per la festa dell’Assunta, si è dato vita ad una festività, più pagana che cristiana.

Tamburi martellanti, vezzose odalische ed un massiccio scia­mano sotto le volte barocche nel cuore del cattolicesimo par­tenopeo.

Chi ha permesso codesto rito se la notizia è pur vera? Non è codesto modernismo, come suol dirsi per sorreggersi da improv­visazioni e da pressapochismi. E non è neanche accoglienza. È soltanto un rito che ricorda antiche tribù. Non è un dialogo interreligioso; è corruzione di fedi monoteistiche.

I tempi della Trimurti o degli idei “falsi e bugiardi” non è Cristianesimo, come non è voce cristiana, la voce islamica di Allah.

Il Vangelo non è negoziabile, non è per essere commestibile con altra fede. Accetta come co­noscenza la dottrina delle altre fedi, ma non demorde di un pas­so alla sua. Se si attenua la forza del Cristianesimo, ripeto, viene meno tutta una civiltà classica e cristiana.

Il dio di Dante è la concezio­ne di austera della divinità, in Cristo, unica, incommensurabi­le, universa ed inestimabile. E dico Dante, per dire la più altra espressione della cultura euro­pea perché include anche Virgi­lio ed Orazio, e quindi la realtà stessa dell’umanesimo europeo.

Lo stesso Cristo, Dante lo chia­mò “romano”, e lo stesso Pao­lo volle che fosse giudicato da “civis romanus”, quel “romano” voleva dire cristiano, e Cristia­nesimo vuol dire l’Europa, e l’Europa vuol dire l’Italia.

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