15 Giugno 2021 - Ultimo aggiornamento il: 14 Giugno 2021 alle 17:29:48

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L’attualità di Beccaria e la Giustizia nel tempo

Cesare Beccaria
Cesare Beccaria

Leopardi scriveva: “Per il moderno dimenti­chiamo l’antico e dimenticando l’antico, non siamo nemmeno moderni” saggezza di un giovane genio. A proposito di un argomen­to caro al grande poeta recanatese, qual era l’origine ed il compito tra gli uomini della “Giustizia”. Lo stesso poeta si rifaceva a Ci­cerone, che, nel suo “De oratore”, più volte ne ha sottoscritto un parere o, ancor meglio, un giudizio: “Magistra vitae est iustitia”. Os­sia la giustizia è maestra di vita, maestra ma non dominatrice della stessa vita. E tuttavia, per essere maestra di vita, Cicerone ammo­niva che chi la esercitava fosse “purus atque illibatus” onesto negli atti ed esemplare nelle operazioni valide alla migliore condotta giu­ridica esistenziale. Ma a determinare il voca­bolo iustitia, la virtù era proprio nel significa­to che quella parola comportava, relativa ad uno “ius” che era già nella divinità di Giove. Comunque la parola aveva anche un signifi­cato “astratto” perché doveva svolgersi in due direttive, che al tempo stesso erano unitarie: la “lex” e la “ratio”. Senza la “ratio” cioè la logica, non c’è per Cicerone legge, e senza una legge razionalmente precisa, non c’è giu­stizia. E Cicerone conclude: “iustitia ex qua unᾱ virtute boni viri appellantur” dunque i “boni viri” erano quei giudici che con onestà, equilibrio e competenza, sapevano di legge e valutavano le leggi a seconda dei casi loro sottoposti. D’altronde la stessa parola “iuris prudentia” voleva indicare la prudenza nell’e­mettere una sentenza. D’altra parte i giudici al tempo di Roma erano fondamentalmente coloro che nella loro anzianità vestivano di bianco: “Senatores”. Così in età repubblicana soprattutto. È tuttavia la parola “ius” voleva dire anche “diritto”, ma essa era polisenso (anche in “Etica e politica” Benedetto Cro­ce riferirà in tal senso); polisenso perché se c’è un diritto privato, o penale, c’è anche un diritto di navigazione, allo studio, al lavoro, costituzionale.

Quindi la parola indicava una forma di dirit­to-dovere che ricordava ovviamente lo “ius” latino, ma non era assolutamente una forma “ex catedra” perché, di volta in volta, riguar­dava la competenza del giudice che più volte era un “pretor civilis atque urbanus”.

Queste brevi note di carattere onomastico, etimologico a noi studenti presso l’Università di Pisa ce le riferì, in una lezione, un giovane professore di filosofia del diritto che si chia­mava Norberto Bobbio. Ma al di là del diritto e della giurisprudenza romana, in gran parte poi rientrata come struttura e forma, in quella italiana ed anche europea, la riqualificazio­ne del concetto giuridico che, più volte nel passato, le diverse “Inquisizioni” lo avevano modificato ed alterato nel peggio, la riqualifi­cazione la dobbiamo alla fine del settecento, proprio per quell’opuscolo divenuto poi uni­versale “Dei delitti e delle pene” di Cesare Beccaria, la cui figlia Giulia aveva sposato Alessandro Manzoni, autore a sua volta di quel trattato sulla “colonna infame” che do­veva essere l’ultimo capitolo dei Promessi Sposi. Quando Beccaria pose mano al suo trattato correva l’anno 1763 ed a Milano si respirava cultura illuministica, che induceva negli animi una ferma convinzione sul valore della dignità dell’uomo, nelle sue possibilità di riscatto, di elevazione intellettuale e mora­le. La riforma di Cesare Beccaria era sull’on­da dell’atmosfera cultura francese che aveva prodotto fra l’altro l”Esprint des lois” del Montesquieu. L’opera del Beccaria afferma­va che la normativa della legge non ha soltan­to un mero fine cogente; la sua prescrizione è indicativa del “fas” e del “nefas” cioè del bene e del male, sempre in relazione a quell’i­dea di “Humanitas” che poi la conclusione sempre logica di ogni capitolo del trattato.

Non esiste per Beccaria garantismo che non sia quello di garantire, con la pena del colpe­vole, l’incolumità sociale del non colpevole. Su questo principio Beccaria non transige, perché ogni forma di ingiustizia che si rea­lizza, non solo è un delitto commesso al non reo, ma anche alla stessa sostanza dello “ius”.

Quanto più le leggi sono difettose, sempre meno rapido è il processo, soprattutto verso gli innocenti cittadini, i quali si sentono non più sicuri e protetti. Quanto la pena sarà più pronta e più vicina al delitto commesso, ella sarà più giusta e più utile (Cap. XIX). An­cor più severo è Beccaria contro coloro che attentano alla sicurezza dei cittadini, me­diante assassinio e furto (Cap. XXVII). Ed è ancora più preciso contro coloro che cer­cano, ancor peggio se politici, di arricchirsi dell’altrui impoverendo il cittadino onesto e serio (Cap. XXV). Beccaria non avrebbe mai tollerato che “summa iura” per alcuni avreb­be procurato “summa iniuria” per tanti altri. Insomma non avrebbe tollerato mai che nello Stato ci fossero organizzazioni antigiuridi­che come oggi le Mafie e le Camorre. Per tal via si sarebbe compromessa la stessa autorità non più del giudice ma del governatore. Infi­ne egli invocò processi vigili, pronti, sicuri; e che se uno Stato avesse smarrito il senso della giustizia per troppo di indugio o per be­nefici altrui, altra giustizia per Beccaria sa­rebbe stata quella, purtroppo, di Dante. Dio è il vero e sommo giudice. Ma amaramente concludeva, solo per i cristiani.

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