11 Maggio 2021 - Ultimo aggiornamento il: 11 Maggio 2021 alle 15:46:20

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“L’uomo flessibile” di Sennett

Il saggio del sociologo americano uscito agli inizi del nuovo millennio

Il sociologo americano, Richard Sennett
Il sociologo americano, Richard Sennett

“L’uomo flessibile” è un saggio del sociologo americano Ri­chard Sennett uscito agli inizi del nuovo millennio.

Il testo si propone di studiare le conseguenze del nuovo capitali­smo sulla vita delle persone.

L’uomo flessibile è il tipo di persona che siamo e che siamo diventati in questi anni. Siamo il prodotto del “capitalismo fles­sibile”. “Flessibilità” è la parola d’ordine, la divisa d’ordinanza, l’atteggiamento mentale da as­sumere. Faccio tutto quello che mi chiedono. Questo è il diktat lavorativo.

Dobbiamo essere versatili «pronti a cambiamenti con bre­ve preavviso». Dobbiamo pren­dere rischi, rispettare rigidi, copiosi e contorti regolamenti ma senza essere rigorosi e con i para occhi nell’applicarli. Si chiede quasi l’impossibile. Schizofrenia! Confusione! Re­gole senza governo. Vai a de­stra, ma il manubrio indirizzalo leggermente a sinistra. Questo viene, per grandi linee, chiesto oggi ai lavoratori.

La flessibilità capitalistica con­diziona la vita privata dei la­voratori. Ansia, ansia, ansia! Impossibile fare progetti di lungo periodo. La società perde sempre più le sue radici, la sua identità. Una società mobile. Verrebbe da dire nomade.

Non ci sono più carriere linea­ri nel mondo delle aziende. Si passa, dall’oggi al domani, da un incarico a un altro. L’assistenzialismo nel “capita­lismo flessibile” è una piaga, i più deboli, gli esclusi, sono una zavorra, buoni solo per essere spolverati e ricordati durante le elezioni politiche attraverso slogan a effetto: nessuno resterà indietro. E chi ci crede più. I su­per manager predicano fedeltà all’azienda, ma poi sono sempre i primi ad andarsene vendendo­si al miglior offerente e magari dopo aver fatto disastri di cui non pagano mai le conseguenze. Paga chi resta. I lavoratori.

L’incertezza dilaga fuori e den­tro le aziende. Con l’incertez­za imperversa anche il ricatto lavorativo. O ti adegui o te ne vai. L’autostima delle persone è ai livelli minimi. Chiedono certezza e stabilità per costruire una vita dignitosa ma in cambio hanno sempre l’esatto contrario: dubbi e provvisorietà. Che vita può continuare a germogliare in una società di questo tipo?

Una ricetta proposta, oltre a un sindacato forte e credibile, è il radicamento delle aziende nel territorio al quale rispondere eticamente ed economicamente. Un ritorno al luogo e al “noi”. «Una nazione può formare una comunità quando al suo interno la popolazione traduce creden­ze e valori condivisi in pratiche concrete e quotidiane».

Il bisogno di sentirsi parte di una comunità sta prendendo sempre più piede.

Ci sono sporadici tentativi di mettersi insieme ora per una causa ora per un’altra. Il capi­talismo flessibile, senza volerlo, in alcune fette di popolazione, sta facendo emergere una nuo­va consapevolezza del proprio stato.

L’individualismo sfrenato sta facendo fiorire l’esigenza di dipendenza reciproca e funzio­nale. Abbiamo una storia e una sorte comune e un percorso da fare insieme. Questa visione andrebbe incanalata in una rap­presentanza politica all’altezza. E qui nascono i dolori. Ma que­sta è un’altra storia.

Significativa è la frase conclu­siva del libro. «Un regime che non fornisce agli esseri umani ragioni profonde per interes­sarsi gli uni degli altri non può mantenere per molto tempo la propria legittimità».

Nessuno può reggersi da solo!

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