17 Giugno 2021 - Ultimo aggiornamento il: 17 Giugno 2021 alle 19:23:30

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Scuola, in epoca Coronavirus le buroscritture soffocano la vita didattica

Le scartoffie della burocrazia
Le scartoffie della burocrazia

Il lavoro burocratico dell’insegnante ha assunto oggi dimensioni e qualità qua­si insopportabili: sta facendo perdere il piacere di insegnare. Riunioni, scritture formali, incontri di dipartimento, reso­conti finiscono con l’incrinare volontà, intisichire entusiasmo e passione nel quo­tidiano lavoro didattico, ossessivamente sfibrato da una faticosa serie di impegni formali e pesi burocratici assunti a va­lenza primaria. Preso dalle carte e dalle premure digitali del registro elettronico, si consuma fatalmente nell’essere più at­tento esecutore tecnico e tecnologico che magister capace di dare forti segnali ai propri alunni deprivati di non pochi be­nefici formativi.

Sarebbe utile piuttosto invogliare l’inse­gnante a scrivere del proprio sé profes­sionale (lavoro, problemi, difficoltà) e, dunque, a essere autoriflessivo,come la più matura ricerca didattica internazio­nale suggerisce, raccontando la propria esperienza professionale e così metabo­lizzando anche contrarietà, frustrazioni e disappunti.

Il sapere esperienziale di chi è impe­gnato nella pratica educativa è qualcosa che viene espresso nel quotidiano “fare scuola”, ma tende a rimanere tacito, non-detto, a causa della svalutazione a cui da sempre nella nostra cultura in particolare (si pensi al ruolo giocato dal neoideali­smo italiano) è stato sottoposto il sape­re dei “pratici”: è accaduto così che non poco sapere pedagogico e didattico sia andato perduto.

Chiedere allora agli insegnanti di dire, raccontare, ricucire le loro esperienze si configura come un dispositivo euristico che facilita la messa in costruzione di tale sapere. La capacità di raccontare la pratica attraverso la parola viva è, difat­ti, una modalità che favorisce sovente l’elaborazione della conoscenza sull’in­segnamento. Il dire del sé professionale è interpretazione, evocazione dei vissuti, degli eventi e, quindi, trascrizione in si­gnificati: un tratteggio che si fa percorso, disegna identità, dà una nuova percezio­ne del lavoro didattico .

E ciò per l’insegnante non presenta diffi­coltà. Molte sono difatti per lui le occa­sioni di locutorietà: quasi tutta l’attività didattica è incentrata sulla parola.

L’insegnante, sia per fare gruppo (e, so­prattuttto, per fare comunità scolastica), sia per confrontarsi e dunque per avere sostegno e incoraggiamento nell’attività professionale, parla volentieri di sé e del suo lavoro con i colleghi.

La difficoltà vera consiste piuttosto nel tradurre le esperienze in concetti, in idee, in nozioni teoriche che sono le sole che contribuiscono all’elaborazione del sapere dell’insegnamento. D’altra parte le esperienze sono trasferibili proprio perché sono diventate conoscenze/con­cetti /teorie.

La parola, d’altra parte, carica com’è di elementi legati a dimensioni emotive (si pensi alla funzione dei tratti sovraseg­mentali: intensità, altezza, durata) e al contesto, non sempre riesce a generare l’elaborazione della propria esperienza didattica.

Questa è invece possibile attraverso la scrittura che, con la sua regolarità isocro­nica e isomorfica, è operazione rappre­sentativa mediante simboli. Consente il passaggio dall’opaco al chiaro,dall’idea al concetto (presa di distanza, elabora­zione cognitiva, riconsiderazione delle emozioni ecc.): un intreccio costruito per illuminare i processi d’insegnamento e volto alla formalizzazione della espe­rienza didattica.

Una scrittura non-burocratica che l’inse­gnante realizza in momenti particolari della sua esistenza: quello di un desiderio di colloquio in un misterioso e asimme­trico faccia a faccia con se stesso, nella solitudine “entre plaisir et souffrance” nella propria nicchia, nei “cantucci” se­rali o nei weekend; e ancora quello dei tempi vuoti che il lavoro impone: dei “buchi” nell’orario scolastico, del viag­gio in treno o in autobus per raggiungere la sede scolastica o per ritornare da essa. Vero ausilio per una professione talvolta frustrante che soltanto l’aura scrittoria, sia pur per pochi istanti, sembra riscat­tare rivitalizzandola. È prendersi-cura-di-sé. Per darsi tempo nel decidere. Per darsi pazienza. O soltanto come assapo­ramento di quel “piacere del testo” di bartheseana matrice.

Scrive su fogli sparsi, su cartelline di appunti, su agende intonse o dismesse, finanche su post-it. Attraverso tale tem­po, sottratto ai controlli sociali e pro­fessionali, alla routine, cerca sfogo, ma anche riflessione, poi comprensione, spe­cie empatica;e ancora domanda spazi di relazione sociale per raccontare le storie di cui si è reso protagonista o interprete per riconnetterle alle memorie collettive e per trasporle in occasioni pubbliche di confronto.

Ripensare la propria pratica professiona­le è ricuperare motivi, azioni, percorsi, emozioni, processi, significati che quo­tidianamente vive, ma che non sembra­no propri fino en son privé o addirittura nell’io segreto

È vedere e rivedere come la professione docente sia frequentemente minata da fattori estrinseci, e come riesce o non riesce a raggiungere risultati positivi.Siffatta scrittura aiuta l’insegnante al di­svelamento, al capirsi meglio, attraverso autoanalisi; ma non solo: a renderlo per­spicuo al ricercatore, a saper leggere un mestiere difficile, ma anche meraviglio­so. Senza con questo volere passare sotto silenzio il dialogo complice e impietoso che intrattiene con se stesso, mentre scri­vendo dice di sé a se stesso.

È, in definitiva, un contribuire alla for­mazione in-servizio: è soprattutto un rinnovare profondamente le buroscrittu­re (atti di riunioni, verbali di interclasse, adeguamenti curricolari) facendole usci­re dalle secche di una scrittura amorfa, banale, stereotipata.

Avviare un processo di rinnovamento evitando che i compiti burocratici siano consumati nel piatto dell’automatismo e della tradizionale routine scrittoria che, carichi come sono di clichè, rigidità di­scorsive (vera e propria burolingua! la calviniana antilingua!), neutralizzino le potenzialità espressivo-comunicative che l’insegnante possiede.

In questa prospettiva potranno assume­re un nuovo senso anche la pagina web della scuola, la corrispondenza elettroni­ca, le osservazioni o i blog personali o di classe.

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