19 Gennaio 2021 - Ultimo aggiornamento il: 19 Gennaio 2021 alle 09:59:41

Ettore Toscano
Ettore Toscano

Per ricordare la figura di Ettore Toscano, l’attore e poeta taran­tino recentemente scomparso, pubblichiamo alcuni estratti dal­la prefazione di Pasquale Vadalà alla raccolta antologica ‘Poesie scelte, 1970 -2009’ (Lupo edito­re), pubblicata nel 2010.

Scrivere di Ettore Toscano è es­senzialmente rendere merito ad una penna intinta nella rigorosa integrità, nell’intensa deferenza per i suoi modelli, nell’incoerci­bile ricerca di verità trasmissibili e coerenti. Unico medium con­cessogli, la parola (che limite!): reminiscenza sonora di un Dio distante ed insensibile, eppure insostituibile dono, aleph d’uma­nità e del suo superamento. Si badi bene, una trasumanazione che ci lascia non più che uomini, solo migliori e consapevoli. Uo­mini con la U maiuscola, ma non maggiormente felici né sereni, «in questo fatiscente sito | tene­broso scantinato | che dalle sue origini è il mondo» […]. Ettore Toscano, […] i pensieri che in­somma definiremmo poetica, se è vero che essa consiste nell’in­sieme strutturato degli intenti espressivi e contenutistici espli­cati nelle opere di un artista, sono il distillato di un occhio e di una memoria che senza timore osservano ed esprimono […], raccontando inevitabilmente di come paia oggi il mondo a chi, in Italia, abbia vissuto in prima per­sona la trasformazione forzosa da paese rurale ed artigianale, sofferto eppur geniale assem­blaggio di Bertoldini, Bertoldi e Leonardi, a specchio frenetico di modernità. […] La specificità di Toscano, in questo senso, consi­ste appunto nell’aver dato voce a chi non vuole, sa o può parlare […]. Il Sud, nello scenario di luce e d’ombra non troppo diversa­mente dal Bodini più piano […] è l’osservatorio d’eccellenza, no­nostante i tanti anni di tournée dell’attore. Perché qui sono le ra­dici, la memoria, i tempi dell’ap­prendimento, sottile e profondo, che determina la personalità una tantum […] … perché il Meridio­ne d’Italia è obiettivamente – e per tutti – il luogo dell’impatto violento del nuovo sull’antico.

Per gli antropologi del ’900, Alla Banfield, giunto dal futuro a co­gitare sui nostri arcaismi, ed alla De Martino. Per i coltissimi let­terati europei dei secoli prece­denti. Per Carlo Levi e Saverio Nitti, per Rocco Scotellaro e Da­nilo Dolci. Il Sud visto da Taran­to, poi… un giardino nel Mediter­raneo, la città dei colossali vasi greci, del bisso e della colomba d’Archita, delle processioni not­turne, “Misteri” memori di ben più antichi misteri; del quartiere Tamburi, il nostro Licabetto, come acutamente lo immagina Franco Zoppo […]. Fino agli anni ’60. Poi urbe piagata dall’i­gnoranza, dal mercimonio di anime e cariche, sepolta sotto i detriti dell’abusivismo, foderati dalla follia annebbiata dei tempi. Una follia che la realtà ha allego­rizzato, ben prima dell’arte, in spessi strati di polveri sottili che uccidono i medesimi che se ne alimentano, ciclopica nemesi dantesca sotto il sole […]. Questa stereoscopia infera non poteva non produrre potente sfocatura nell’osservatore, così come disfo­rica reazione nel poeta. Ecco ge­nerarsi irrefrenabile un bisogno incessante di senso e verità: all’i­nizio inconscio, empatico, per­tanto tendenzialmente lirico, ma via via più consapevole, lucido, sofferto, dunque drammatico e satirico.

Ed ecco già negli anni ’70 affondare Toscano in una ri­flessione sulla memoria, quella intima e personale che egli ha di paesi, cose, volti e soprattutto di sensazioni […], pagine interiori di cui è certo d’esser tra i pochi a serbare autentico ricordo e dove­re di testimonianza […]. ‘Di qua dai vetri che fremono’ è luogo dello scrivere lirico e composto […], molto apprezzata da Spa­gnoletti, che non a caso ne lodò «l’inquietante ricchezza di temi». Certo, i padri nobili qui scrivono con lui, appena un po’ troppo vi­cini… Bodini appunto, ma anche Saba, Luzi (di cui possiede una delle più ampie collezioni priva­te), i tarantini Carrieri e Pierri (marito di Alda Merini, anche se lei parve mai rammentarlo); il si­ciliano Lucio Piccolo […]; il ma­estro Orazio Giovangigli, al qua­le dedica infatti più di una lirica […] e tutti i tanti, tantissimi poeti letti con assoluta passione: essi gli vivono affianco quali amici cari, irraggiungibili testimoni (leggete tra le tante l’acuta ‘Per Giorgio Caproni’ […]) o fantocci polemici […]. Eppure esiste una riconoscibile cifra stilistica del poeta “Toscano” […] contraddi­stinta da quel versificare ricco di figure retoriche, prosopopee, iperbati, anastrofi, allitterazioni, enjambement. […] Quando oc­corre che siano raccolti e felice­mente indirizzati, producono casi singolari di stringente coe­sione significante|significato, al­fine il vero obiettivo dell’autore, dichiarato e strenuamente perse­guito.

Basterà leggere ‘Proposi­to’, da ‘Brusio di fondo’: Una po­esia che sia stretta congiunta al soggetto, ai suoi mobili tratti fe­dele calco unita, come esatta fa una matita dalla punta ben tem­perata: […] La sua forma sia ade­rente al senso insinuato quale grafite nella sua intima cavità […]. La lirica ‘Lo sperimentali­sta’ – si fa per dire, presentandosi invece come satira alla maniera degli antichi, Orazio ma in pri­mis Ipponatte, «terrore dei mal­vagi», che qualcosa doveva pur condividere col nostro, vista la propensione caratteriale al gene­re – ribadisce a contrario il con­cetto, consentendo un ardito ac­costamento con storiche figure di primo piano, se non negli esiti almeno negli intendimenti. L’‘u­tile da dire’ poggia sulla medesi­ma sensibilità che al Parini fece scrivere «Va per negletta via | Ognor l’util cercando | La calda fantasìa | Che sol felice è quando | L’utile unir può al vanto | Di lu­singhevol canto» o al Manzoni «né proferir mai verbo, | che plauda al vizio, | o la virtù deri­da» […].

Tagliando corto, per Et­tore Toscano un solo momento di verità, di resistenza al dubbio, di autentica aderenza tra personali­tà – vita – stile – senso – sovra­senso […], vale a giustificare le mille ore di lavoro, gli errori, le disarmonie, gli inciampi […]. Questo del rapporto con la leo­pardiana «natura matrigna» o, per usare versi di Toscano, con «l’incarnata sofferenza» […], è uno dei topoi più frequenti […], segnando di sé tutta l’opera con la sua cieca volizione, ora visione panica ora delicata amante, lì maestra di vita qui incurante sco­nosciuta […]. Una frequenza ele­vata, tanto riconoscibile che Ma­rio Luzi poté definirla in epistola «il suo discorso interno, cucito con punti fitti e discreti, con mol­ta sapienza d’uomo e d’artista» […]. Ma lo sguardo è ormai altro­ve. In parte dove sempre è stato. Cioè rivolto ad Anna, compagna paziente e positiva di vita, inso­stituibile viatico alla quotidiani­tà, e soprattutto alle gioie (ed alle ansie) della famiglia, […] a volte davvero commuovente, così da far scrivere a Barberi Squarotti di un «poeta fondamentalmente d’amore, limpido, appassionato». Voglio rilevare come non solo “amore” sia Anna, qui: diviene infatti simbolo d’uno stato d’ar­monia e di totale adesione al sé […], immanente soluzione […] al dissidio uomo/natura, tanto più ammirata quanto meno Toscano se ne sente egli stesso capace, tutto perso vedendosi nei suoi sterili rovelli. In parte oggi rivol­to ad una dimensione molto meno lirica che in passato. “Filo­sofica” e disincantata, invece, orientata ad un orgoglioso e ba­tailliano «Non serviam». Il senso profondo del tempo la fa da pa­drone. Clessidra, potente metafo­ra del trapassare, dell’oltre a cui giungiamo come per osculo, of­fre compiuto posto ad una serena visione ultramondana («Del mi­nuscolo foro | che i due conici vasi congiunge e separa | […] pari è lo spazio e una | la misura che s’alterna | nella perenne clessi­dra» […].

Negli inediti colpisce la forza d’invettiva: a tratti stra­bordante […] lascia intravedere un aggiustamento della “mira letteraria”, immediatamente ri­fratta dallo stile, eroso nella struttura tradizionale sinora adottata. […]. I versi suonano al­fine come condanne senza appel­lo: «Un bidone di candida calce | fatta colare sulle scure | incuranti coscienze | degli amministratori locali | e uno strato di biacca | sulle loro ambigue sembianze». Oppure come visioni d’erebo tra­gicamente vicine: «Simili a le­muri o lombrichi | fra decrepiti palazzi | della fatiscente città vecchia, | giovani disagiati | in­dotti alla tossicodipendenza» […]. Toscano sillogizza così: se un poeta è tale per sensibilità e verità, queste doti non possono esercitarsi esclusivamente in al­cune direzioni (guarda caso in­nocue) e mai in altre. Non è leci­to distogliere lo sguardo […] mentre disastrata l’Italia intorno muore, […] al di là dell’estetica letteraria che potrebbe oggettiva­mente patirne. Toscano ci richia­ma tenacemente alla responsabi­lità ed al coraggio: «il tanto che manca – | l’indolenza l’ha evitato, | l’insensatezza rifuggito – | cer­calo in te» e non altrove. Questa gnomica coerenza nel nostro «Secol mercatore» è cosa rara e preziosa: non posso che invitare questo «orticello | posto presso il mare» a seguitare nell’opera sua ancora a lungo, umile seminatore di versi che forse «pochi sanno», ma non per questo in breve ap­passiranno.

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