29 Novembre 2020 - Ultimo aggiornamento il: 29 Novembre 2020 alle 15:43:40

Cultura News

Quando “Colpo grosso” ha cambiato l’Italia

Michele Mirabella
Michele Mirabella

Una salutare ventata di ottimi­smo è stata la lezione di Miche­le Mirabella, che è la dimostra­zione vive, per quanto piuttosto rara, che la cultura, anche quella aulica e letteraria, può diventare spettacolo, semplicemente affi­dandosi alla scelta delle parole. L’incontro fortemente voluto da Angela Matera, presidente del Lions club Taranto Aragonese, che avrebbe dovuto svolgersi a marzo, se il Covid non avesse ibernato i rapporti sociali, è par­tito da una citazione dantesca: “…Ma misi me per l’alto mare aperto” e da un assunto espli­cativo: “La conoscenza come virtuosa condizione umana” e ha tenuto inchiodato il pubblico che, sebbene contingentato, era molto numeroso, nella bella cor­nice della Masseria Francesca a Crispiano.

Partendo dall’incontro di Dan­te con Ulisse nel Canto XXVI dell’Inferno, da cui è desunto il verso che fornisce il tema all’in­contro, introdotto da Angela Matera e coordinato dal collega Giuseppe Mazzarino, Mirabella non si è risparmiato, alternan­do la sua lezione con incisi di intenso umorismo, descriven­do il concetto di cultura come processo di sedimentazione dell’insieme patrimoniale delle conoscenze condivise. E così il regista, l’attore, il conduttore televisivo, il saggista, il docente universitario si sono alternati in lui offrendo un lettura affasci­nante e trasversale della lettera­tura a partire da Dante.

Noi abbiamo approfittato della sua presenza per rivolgergli al­cune domande “insidiose” cono­scendo il suo spirito critico e la sua franchezza.

Lei sostiene che solo la cultu­ra può cambiare il mondo. Ma non dovremmo forse comin­ciare dal dare più cultura alla politica.
La domanda è saggissima è la risposta è: certo! Ma non si può credere a una cultura che non sia in se stessa anche politica. Il concetto di cultura politica lo trovo adatto a un sistema di pro­grammi universitari, rischia di essere un’aggettivazione tauto­logica, proprio perché non credo che ci sia una cultura che non sia politica e soprattutto non credo che si possa… o si debba… fare politica senza averne la cultura. Poi l’aggettivazione tra cultura politica e politica culturale …che è ancora peggio…, provoca degli smaneggiamenti lessicali che usiamo in genere quando inau­guriamo le biblioteche o i teatri: gli amministratori generalmente hanno poca fantasia e magari hanno altri problemi in luogo di essere equilibrati nell’oratoria.

Lei conosce molto bene la tele­visione. Non crede che il mol­tiplicarsi delle reti televisive abbia corrisposto alla pro­gressiva riduzione della cul­tura in televisione. Una volta c’era il teatro, c’erano rasse­gne filmiche tematiche, i pro­grammi di approfondimento letterario…
…C’era una classe dirigente di­versa! C’era un Paese diverso. Soprattutto non c’era l’invasio­ne del commerciale nelle tele­visioni. È un discorso vecchio che abbiamo fatto quando tutti bocciavano, a parole, il dilaga­re berlusconiano, e nei fatti an­davano a lavorare per lui. Noi abbiamo avuto un crollo della credibilità della nostra televisio­ne nazionale, non della Rai. La questione è lunga e complicata e non la possiamo riassumere in due parole, ma io dico sempre che la vita sociale degli italia­ni non è cambiata quando Ber­lusconi ha fondato il partito, è cambiata quando Berlusconi ha promosso “Colpo grosso”, quan­do ha fatto quel genere di televi­sione scollacciatisima e volgare: lì è cambiata l’Italia. Finalmente gli analfabeti hanno potuto dire: c’ero anch’io. La bestialità è sta­ta legittimata. Di conseguenza: l’errore maggiore che si poteva compiere fu compiuto e fu quel­lo, in un primo tempo, di gareg­giare sulla volgarità. Poi, per fortuna, il servizio pubblico è rinsavito e, dopo un po’ di sban­damenti, è tornato a fare il suo lavoro. Il guaio però era ormai fatto.

Veniamo a Michele Mirabella, pugliese e uomo di teatro. Sen­te un po’ di nostalgia per quei tempo e per la Bari di allora? Pensa che sia cambiata anche la cultura locale?
Ho la nostalgia della giovinezza. Quella sì! Nostalgia di quel tipo di impegno culturale no, perché anche quello era un po’ disordi­nato. Io ne sono sempre stato un critico, anche allora. La pensavo come oggi e cioè che non si può dare addosso alla letteratura, al teatro solo in nome di una sca­pigliatura del tutto destituita di basi culturali. E il ‘68 era quella stupidaggine generale che era, quella sì, un’epidemia devastan­te.

L’abbiamo vissuta tutti, almeno: io c’ero e non posso “lamentar­mi”. Ho cercato di defilarmi ma senza molto successo.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non verrà pubblicato.

Ti potrebbero interessare anche