24 Giugno 2021 - Ultimo aggiornamento il: 23 Giugno 2021 alle 20:01:57

Cultura News

“La scuola è il vero specchio di uno Stato”

Libri di scuola
Libri di scuola

Caro Direttore,

Le invio da uomo di scuola, scuo­la che fu e che è, questa senten­za: “La scuola è il vero specchio di uno Stato”. Codesto monito fu del primo ministro della Pubbli­ca Istruzione all’epoca di Cavour, Francesco De Sanctis, il massimo critico della letteratura italiana, e fu pronunciata in Parlamento. E concludeva il ministro, il suo av­vertimento, che poi reintegrò nel suo frammento “La giovinezza”: “vorrei che la scuola fosse un tem­pio e non diventasse un teatro”. Da quel tempo, pienamente risorgi­mentale, acqua ne è passata per la storia d’Italia, e purtroppo i fatti, le strutture, i protagonisti dell’isti­tuzione sono, via via, decaduti in maniera veramente teatrale, ma nel senso drammatico del contenuto e della parola. Le scrivo, caro Diret­tore, sotto l’impulso di una forte e personale repulsa nei confronti di quei politologi che da tempo, già trascorso o presente, pieni di sus­siego, presunzione, verso i quali se fossi al tempo del Carducci, quel poeta avrebbe usato toni, timbri e parole di feroce invettiva, perché nelle loro insipienze non solo de­cadeva la cultura italiana, ma si detestava l’avvenire dei giovani.

Le scrivo, Direttore, non perché oggi, sotto l’assalto epidemico, il Governo non sa come muover­si o quel che fare, o come fare e disfare, o come disporre, preso da problemi certamente incalzanti, ma anche perché la scuola italiana oggi è l’effetto di una costante po­lemica politica, o perché, al tempo stesso, all’attuale ministro della Pubblica Istruzione si pretende quello che per, incalzare di av­venimenti, ma anche per inespe­rienza di comando e di idee, non è possibile offrire, in un Governo come l’attuale incerto nel suo fare e nel suo dire. Siamo chiari, lo sta­to attuale della scuola italiana è la conseguenza di errori, disordini e disorganizzazione strutturale, che può avere anche una data: quel 1968 dal quale anno cominciò una così chiamata rivoluzione scolasti­ca ed italiana.

Da oltre mezzo secolo dunque, personalmente ho seguito le vi­cende della scuola italiana, ed ho visto al vertice del dicastero dell’i­struzione, ministri che spesso, in maniera confusionale o mal con­sigliati, hanno provocato danni non solo alla stessa istruzione, ma soprattutto all’avvenire dei giova­ni ed alla loro cultura. Da anni, in una parola, al futuro dell’Italia. La data della iniziale decadenza va riscontrata in quel 1968 che dopo due anni, in Francia, de Gaulle ebbe a dire alla nazione: “si ritor­ni a scuola perché la ricreazione è finita”.

Da noi invece, quel 1968, è dura­to oltre un decennio. Si permise tutto: occupazione delle scuole ed anche più volte relativo bivacco. E le stesse famiglie stettero a guar­dare. Quella rivoluzione cartacea ed anche ideologica falsamente trasformata in ore ed ore di man­cato studio. E non mancò anche personale della scuola compiacen­te. Ma qualche anno prima, alla scuola media, si aboliva l’obbliga­rietà del latino e vennero in peggio rivisti i programmi triennali. Ed al tempo stesso per mancanza di costanti e relativi concorsi profes­sionali, la classe dirigente venne trascurata, a tal punto che si formò negli anni un esorbitante numero di supplenti.

Da quel tempo la scuola non si è più risollevata, anche perché da essa si pretese tutto, senza darle nulla: persino la cultura del codice stradale, dell’ecologia, del rispar­mio, mentre si trascuravano i valo­ri essenziali della cultura classica e contemporanea. Per non parlare anche degli organi scolastici tra i quali le assemblee di istituto più volte senza esiti positivi, nonché le assemblee degli alunni, più volte gite scolastiche.

Il livello culturale si abbassò a tal punto che, è sotto gli occhi di tut­ti, l’esame di maturità divenne una pinocchiesca forma di controllo statale sulla preparazione degli studenti, che furono quasi tutti messi allo stesso livello, merite­voli e immeritevoli. E i docenti? Stipendi dii fame, condizioni eco­nomiche disagevoli, ancor più for­ti nel momento in cui dalla Sicilia era stato dato loro un posto nel nord Italia. E si pretese che, con quelli stipendi, divenissero gli eroi della scuola! Nel mentre altre ca­tegorie avevano stipendi invidia­ti. Una vergogna, caro Direttore! Per tal via si toglieva al personale della scuola ogni dignità, già più volte esautorata con inconsistenti programmazioni turistiche, al di là dello stesso turistico valore. E mancò il conforto dell’aiuto delle famiglie, per un crollo anche fa­miliare dei valori della società.

Se una colpa è da dare oggi al mi­nistro della Pubblica Istruzione, è quella di aver accettato, in tale storico frangente, un incarico più grande del suo operare. Però per me è una vittima sacrificale. Dalla scuola italiana, ripeto, si è preteso tutto senza darle nulla, o molto poco. E se è venuta e vien meno la dignità del docente, è venuta e vien meno l’humanitas che è nell’uomo al di la del docente; e al tempo stesso è decaduta la stessa cultu­ra italiana in una forma sovente di pressapochismo, di superficia­lità che in gran parte ora delude i giovani, quei giovani che, portati per le vie e per le strade del con­formismo scolastico, ora hanno di fronte il loro futuro, il loro avveni­re. Che essi cercano ora fuori della loro Patria, della loro terra natia, e sono quei giovani ricchi di talento, che una scuola dispersiva ha crea­to nel gran mare di una concreta ignoranza.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non verrà pubblicato.

Ti potrebbero interessare anche