09 Maggio 2021 - Ultimo aggiornamento il: 09 Maggio 2021 alle 08:03:03

Un banchetto medioevale
Un banchetto medioevale

Il banchetto non è nutrimento ma momento di socialità (presso le monar­chie assolute dell’Oriente antico persino di programmata ed esibita asocialità, col sovrano o il grande dignitario che mangia separato); non generalizzata, ma fortemente gerarchizzata. A tavola, forse più che altro­ve, e nel Medio Evo con grande rigidità, contano e pesano le apparenze e le gerar­chie. Al di là degli intermezzi teatrali o della teatralità di alcune preparazioni gastronomi­che (si pensi che gli Intermezzi , da essere piatti particolari che inframmezzavano le portate, magari appunto spettacolari e che a spettacolini si accompagnavano, passarono poi a designare esclusivamente un genere di particolari e brevi rappresentazioni teatrali), è esso stesso una rappresentazione. Segue dunque, specie nel basso Medio Evo, ferrei rituali e rigidi protocolli nei quali nulla è lasciato al caso, se non paradossalmente il cibo, che – come sempre, quando prevale l’aspetto ostentativo (vedi certi contempo­ranei ristoranti extra lusso o, tuttora, certi ricevimenti pubblici) – è in fondo la cosa meno importante. Più di quello che si man­gia – che comunque, beninteso, non è uguale per tutti i convitati – è importante il posto che si occupa a tavola. Solo una società fortemente gerarchizzata anche a tavola come quella medievale poteva inventare la tavola rotonda come luogo dell’ideale egua­glianza (fra pari: non esageriamo…) verso cui tendere. Più della qualità stessa dei cibi, è importante la loro presentazione, il loro significato simbolico; più dei sapori conta lo sfarzo dell’apparecchiatura, l’apparato delle tavole.

Non solo. Uscendo da un’era che veniva sentita di ferinità, il rispetto delle buone maniere (peraltro in continua evoluzione) diventa fondamentale. Anche a tavola, momento principe del vivere insieme, della convivialità etimologicamente intesa, si impongono i principi della cortesia (un ter­mine scarsamente comprensibile, se non si ricorda che deriva dalla “corte” e dalla sua peculiare civiltà).

Se il Medio Evo conosce, almeno nei ca­stelli e nelle case signorili più sfarzose, la cucina (intesa come locale), non conosce invece la sala da pranzo propriamente det­ta: in caso di banchetto, le tavole venivano apparecchiate in un qualsiasi salone, mon­tando assi su cavalletti e ricoprendo il tutto di tovaglie. La disposizione delle tavolate, come vediamo dalle illustrazioni di preziosi codici, era quasi sempre ad U, ed i convitati si disponevano di solito sul lato esterno, riservando lo spazio centrale al servizio ed alle varie rappresentazioni che del banchetto costituivano parte integrante.

L’apparecchiatura è rozza e povera, niente a che vedere col fasto del Rinascimento: rispetto ai nostri modi, vi sono grandi as­senti: la forchetta; il piatto individuale; il tovagliolo. Il piatto individuale è sostituito dal “tagliere”, antenato di quello ancora in uso per tagliarvi e sovente servire salumi e formaggi, e che per una curiosa aberrazione sociale non è nemmeno individuale ma per due. Inizialmente è una specie di focaccia dura e poco lievitata, come quelle greche (ricordate quando Enea ed i suoi per la fame e la penuria di cibi “mangiarono le mense”?) sulla quale si pongono carni ed altre vivande da tagliare col coltello per portarne poi i pezzi alla bocca con tre dita, come tuttora fanno gli Arabi, o al limite col coltello stesso. In seguito il tagliere diverrà una tavoletta di legno o di metallo: ma sarà sempre duale. Il cammino per il piatto indi­viduale sarà lentissimo: poche usanze sono di lunga durata come i gusti alimentari e le usanze conviviali. Spessissimo per due era­no anche le scodelle per zuppe e cibi liquidi (massimo della concessione, il cucchiaio era individuale), e persino il boccale.

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