24 Giugno 2021 - Ultimo aggiornamento il: 23 Giugno 2021 alle 20:01:57

Cronaca News

«Giulio Andreotti non era il “divo”»

Serena e Stefano Andreotti hanno presentato allo Yachting Club il libro “I diari segreti” di Giulio Andreotti.
Serena e Stefano Andreotti hanno presentato allo Yachting Club il libro “I diari segreti” di Giulio Andreotti

«Posso dire con cer­tezza che mio padre se n’è anda­to con serenità, è morto sereno». È la sentenza del tribunale della coscienza quella che Stefano An­dreotti pronuncia per ricordare il padre Giulio e per dissiparne le ombre, anche molto fosche, che hanno avvolto la figura di uno degli uomini politicamente più longevi e più potenti della Re­pubblica. Anzi, Giulio Andreotti, nell’immaginario collettivo, decli­nato ora come Belzebù ora come il Grande Vecchio, è sempre stato percepito come l’incarnazione del potere. Sette volte presidente del consiglio e oltre trenta incarichi da ministro: basterebbero questi dati per dare l’idea di quanta influenza Giulio Andreotti abbia avuto nella storia d’Italia.

«Sicuramente il potere gli piaceva, forse non era un santo, avrà fatto sgambetti come ne avrà subiti, e questo è fisiologico in politica, ma le accuse più pesanti e infamanti se le era scrollate di dosso. E noi, carte alla mano, con i documenti del suo immenso archivio, stiamo cercando di dimostrarlo». Una parte significativa di queste “car­te” è quella pubblicata nel volume “I diari segreti” (Solferino), che i suoi figli Stefano e Serena – cura­tori dell’opera – hanno presentato allo Yachting Club nella parteci­patissima serata di giovedì 3 set­tembre. Una minuziosa raccolta di appunti quasi quotidiani che raccontano dieci anni di storia del Paese, quelli che vanno dal 1979 al 1989. Dieci anni in cui il mondo intero subisce trasformazioni pro­fonde culminate con il crollo del muro di Berlino e lo sgretolamen­to dei regimi comunisti dell’est. I diari sono racchiusi in uno spazio temporale ben preciso: dal giorno d’agosto del 1979 in cui si concluse il quinto governo a guida Andreot­ti fino al luglio del 1989 quando lo statista democristiano tornò a Pa­lazzo Chigi per il suo sesto esecu­tivo. Quasi settecento pagine che, lungi dall’essere una mera sequen­za di annotazioni quotidiane, sono in realtà un libro di storia di quegli anni. Raccontano quel che accad­de in quel turbolento decennio. E lo raccontano da un punto di vista privilegiato: quello di chi quella storia ha contribuito a scriverla. Pagine che ci aiutano a compren­dere il senso di una azione politi­ca così determinante e allo stesso tempo ci fanno conoscere dal di dentro pensiero e umanità di una delle figure più influenti, comples­se ed enigmatiche che l’Italia abbia avuto. Quell’Italia che nel ‘79 è an­cora – e per certi versi lo è tutt’ora – devastata dal dolore e dalle feroci polemiche per l’uccisione di Aldo Moro. Una ferita aperta per An­dreotti e per la sua famiglia. «Ab­biamo visto nostro padre piangere solo due volte: quando morì sua mamma e quando uccisero Moro». Una testimonianza, quella di Ste­fano e Serena, che restituisce una dimensione intima e umana ad una pesonalità che proprio rispetto a quel tragico epilogo è stata travol­ta dall’accusa di spietato cinismo. I due fratelli Andreotti hanno vo­luto respingere anche l’immagine cupa e opprimente che della loro famiglia è stata offerta dal film “Il divo” di Paolo Sorrentino: «Nostro padre conservava divertito tutte le vignette, anche quelle più cattive, che disegnavano su di lui. Ma di quel film disse: “È una mascal­zonata”. La nostra è sempre stata una famiglia semplice e tranquilla, la rappresentazione che ne viene fatta in quel film è completamente falsa».

In quei diari che raccontano l’Ita­lia e le vicende internazionali di quegli anni, Giulio Andreotti non manca di sottolineare anche tutto il suo sgomento per gli attacchi che gli arrivano sui rapporti con personaggi come Gelli, Sindona, Calvi; attacchi ai quali Indro Mon­tanelli gli rimprovera di non rin­tuzzare adeguatamente.

Eppure, fra tanti e intensi impegni istituzionali e vicissitudini che poi esploderanno anche dal punto di vista giudiziario con i processi per le accuse di collusioni con Cosa Nostra e per l’omicidio Pecorelli, vi è quasi sempre la sua prover­biale e sottile ironia a condire di leggerezza quel suo esercizio del potere che non gli impedirà di con­cedersi a passioni decisamente più informali e più popolari, come il tifo per la Roma, per non dire delle sue divertite concessioni al mondo dello spettacolo che lo porteranno persino a vincere il Telegatto di Tv Sorrisi e Canzoni.

«Non mi sento un uomo eccezio­nale», scrive Giulio Andreotti nei suoi diari. Resta, comunque lo si voglia giudicare, una figura ecce­zionale nella storia di questo Pa­ese. Come la sua fittissima rete di relazioni e il suo bagaglio di segre­ti più profondi che, probabilmente, resteranno impenetrabili e a prova di diario.

Enzo Ferrari
Direttore responsabile

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