27 Novembre 2021 - Ultimo aggiornamento il: 27 Novembre 2021 alle 06:31:38

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Camilleri e Montalbano: una convivenza ai saluti finali

Andrea Camilleri
Andrea Camilleri

Nel suo ultimo ro­manzo intitolato “Riccardino” il maestro Camilleri irrompe con garbata sfacciataggine, “di pirso­na pirsonalmente”, sul proscenio delle indagini. Telefona dunque al commissario Montalbano co­municandogli la propria delusio­ne per la lentezza, certo dovuta alla vecchiaia incombente, con cui sta portando avanti l’inchiesta sul nuovo caso di omicidio avve­nuto a Vigata. Lo esorta quindi a non prendersela troppo comoda, per non metterlo in imbarazzo davanti alle legittime aspettative dei suoi tanti lettori, lo prega di smettere di “babbiare” come vede fare spesso all’altro commissario Montalbano, quello della serie televisiva, diventato ormai mol­to più famoso di lui e con cui, inevitabilmente, finisce per con­frontarsi. Insomma si arriva ai ferri corti, ad una vera e propria competizione tra l’Autore che sta scrivendo la trama del libro e il commissario che, come protago­nista della storia, la sta mettendo in pratica. Si avverte come uno straniamento, uno sdoppiamento dell’io, un gioco delle parti piran­delliano in cui realtà e apparenza, vero e falso, ciò che si è e ciò che si crede di essere, si intrecciano e si rincorrono.

Camilleri aveva da tempo piani­ficato l’uscita di scena del com­missario, scrivendo questo libro all’età di ottanta anni e posti­cipando la sua pubblicazione a dopo la sua dipartita. Era giunto ormai il tempo di regolare i conti con il suo alter ego, di misurarne l’ingombro, di deciderne le sor­ti, e lo fa attraverso un epilogo paradossale ispirato al dramma di Beckett, Finale di partita, a lui tanto caro per essere stato il primo a volerlo rappresentare in Italia, come regista teatrale. Solo che mentre in Beckett i protago­nisti della partita a scacchi sono già segnati da un destino vuoto e insensato, Camilleri dipinge un quadro denso di palpitante vita­lità.

Nessun personaggio sopravvi­ve al suo autore. Don Chisciotte muore con Cervantes, così come Maigret può esistere solo nelle pagine di Simenon. Personaggio e autore restano legati intima­mente nella vita e nella morte, perseguendo una strenua “lotta con il proprio doppio” che non è solo semplice afflato romanze­sco, ma una condizione congeni­ta, viscerale, della natura umana in quanto ognuno è “l’alter ego” di un altro sé stesso, con cui peri­gliosamente convive. Nel raccon­to “L’altro” Borges così descri­ve l’incontro con il sé stesso di sessanta anni prima: “Eravamo troppo diversi e troppo simili…Ciascuno era la copia caricatura­le dell’altro”.

In questo romanzo d’addio Ca­milleri, che si definiva siciliano di mare aperto, richiama per in­tero la sua “Sicilitudine”, alimen­tata da una innata diffidenza e, allo stesso tempo, da un profondo senso di comunanza verso i pro­pri simili, contraddistinta da pro­fondi legami di amicizia peren­nemente turbata dall’ossessione del tradimento. Una personale vi­sione del mondo affollato da don­ne mature e lussuriose che con il loro silenzio e il loro incedere luccicante, rendono inebriante e fascinoso il ritmo del tempo.

Montalbano è fermamente con­vinto della pista da seguire, gelo­so delle sue intuizioni, ma sa che a decidere sullo svelamento del crimine può essere solo l’Autore, che non fidandosi, questa volta, della direzione che il commis­sario ha impresso al corso delle indagini (“conoscendoti come io ti conosco so come testarda­mente vuoi concludere questa indagine”) gli invia un fax con i passaggi risolutivi cui deve atte­nersi scrupolosamente. Un copio­ne, quello proposto dall’Autore, che, manco a dirlo, il commissa­rio giudica riduttivo e fuorviante, che non gli permette di fare luce, come suo solito, sulla vischiosa complicità delle istituzioni con il malaffare, sull’arroganza e la retorica del potere, sui rapporti familistici racchiusi nelle relazio­ni mafiose. E gli rinfaccia questa imperdonabile lacuna: Ma lo leg­gi quello che scrivi? L’Autore si offende e finiscono per litigare.

Camilleri non ha mai pensato di far scomparire il commissario per cercare di salvare sé stesso. E, d’altra parte, farlo uscire di scena in modo poco dignitoso, abbandonarlo ad un triste desti­no, magari lasciandolo morire durante un conflitto a fuoco, sa­rebbe stato troppo penoso e lacerante per un sodalizio illustre e longevo come il loro. Avrebbe significato per l’Autore uccidere sé stesso, morire due volte, come accade nel finale di Wiliam Wil­son, personaggio di un racconto di E. A. Poe, che esasperato da una estenuante lotta con il pro­prio sé stesso, che lo perseguita per tutta la vita, decide di liberar­sene pugnalandolo a morte, senza accorgersi che uccidendo l’altro moriva anche lui ed era “come se avesse assassinato sé stesso…solo che lui era già morto”.

Per questo Camilleri preferisce lasciare ancora una volta campo libero a Montalbano nello sce­gliersi da solo la maniera più con­geniale di congedarsi, di svanire, di far perdere le proprie tracce eclissandosi tra le righe del libro. Allo scrittore non rimane altro che accompagnarlo nel suo ultimo tragitto, di pari passo, inseguendo e vivendo simultaneamente lo stesso sogno fino alla fine.

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