Emilio Pasquini
Emilio Pasquini

La vita di Dante, fra le tante an­che notevoli date del suo “iter”, ha tre momenti essenziali che hanno sconvolto la sua esi­stenza e nella quale il poeta ha meditato sul suo avvenire e del fare del suo umano dialogo con gli altri un rapporto di vita eti­ca, morale, politica, poetica. Tra il 1265 (nascita) e il 1321 (mor­te), tre sono le svolte diacroni­che e sincroniche del suo stesso vivere: il 1304, data quasi certa del suo esilio, il 1312 il rifiuto di rientrare in Firenze a patti non onorevoli per lui, il 1314 la precoce morte dell’imperatore Arrigo VII per la quale cadeva­no tutte le speranze di ritorno, onorevolmente in Firenze e so­prattutto di riordinare l’Italia e redimerla, perché era una nave senza nocchiero in gran tempe­sta; quindi gli anni di Ravenna, sino alla morte, e alla cortesia del gran signore Can Grande. Alla morte aveva lasciato gli ultimi 6 canti dell’ultima can­tica, introvabili; e poi secondo la leggenda, ritrovati mediante un sogno da uno dei suoi figli. A tanta travagliata esistenza, una esemplare biografia del po­eta contemplata sull’edizione critica del Petrocchi, è quel­la, pubblicata qualche anno fa dall’editore torinese Einaudi del professore Emilio Pasquini, dell’Università di Bologna.

Dal 300’ ai giorni nostri la vita di Dante è stata scritta una ventina di volte, a comincia­re dall’affettuosa operetta del Boccaccio; ma inserire la bio­grafia del poeta nell’iter artisti­co ed anche stilnovistico e poi mistico di Dante, è stato opera di pochi, e sulle orme del pro­fessore Mario Apollonio, che aveva pubblicato i volumi Val­lardiani su “Dante storia della Commedia”. Questa “Vita” del Pasquini viene incontro alle testimonianze più nuove della neoermeneutica, anche icono­grafica su un piano di un con­tenuto diacronico e sincronico di assoluta partecipazione e di concentrazione sul testo della “Commedia”.

È stato giustamente scritto ad una recensione al libro, che “un filo indissolubile lega la biogra­fia e l’opera del poeta” ed infatti la novità di quest’opera, pubbli­cata qualche anno fa, è proprio nel concetto che “la Comme­dia” non nasce dalla fantasia di Dante, da un momento estem­poraneo, ma da tutto un mon­do intellettuale, politico, senti­mentale e sapienzale, che dalla “Vita Nova” conduce al “Con­vivio” alla “Monarchia” alle “Epistole”.

Tutto ciò comporta da parte di Dante un’interazione assidua e profonda tra profilo biografico ed ispirazione poetica. Anzi il libro del Pasquini apre proprio il suo iter con i canti dell’esi­lio nei quali si predice il duro “scendere e salire per le altrui scale”. E tuttavia erano già sta­te diffuse le prime due cantiche della “Commedia”.

Con l’epistola tredicesima il po­eta offre a Can Grande il pri­mo canto del paradiso, prelu­dio a tutta la terza cantica. Ed in essa offre la spiegazione del titolo: “La Commedia si dice nella parola “Comas”, villa, e “Oda”, canto” quindi la “Com­media” era per Dante un canto popolare. Voleva dire rispetto al latino una narrazione umile e tuttavia ornata e condotta con una fierezza di spirito e di mente che fece di Dante quel poeta, non solo indissolubile, ma im­mortale. Il libro del Pasquini, in questo prossimo anno cele­brativo della morte di Dante, è una chiave di lettura importante del mondo biografico e poetico; sempre nuovo pur nella sua età antica.

Una biografia che un commento “diacronico e sincronico” di as­soluta partecipazione e che do­vrebbe essere almeno in parte letto e studiato da coloro che ve­ramente desiderano non superfi­cialmente onorare un Poeta che tutto il mondo ci invidia, e che noi purtroppo da qualche tempo nelle scuole classiche, abbiamo colpevolmente trascurato.

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