Cultura News

Medio Evo, come si stava a tavola

Medio Evo, come si stava a tavola
Medio Evo, come si stava a tavola

Come abbiam visto, nel Medio Evo a tavola, nei banchetti come in taverna, veniva appa­recchiato un posto per due, che da un unico tagliere o piatto dovevano prendere il cibo.

E se nei banchetti sfarzosi la cosa non pre­sentava grandi problemi, in altri conviti, e più ancora in trattoria, il compagno di ta­gliere poteva essere un perfetto sconosciuto, magari un ingordo (cosa che avrebbe portato ad incresciose situazioni, stigmatizzate in gustose – è il caso di dirlo – novelle del Sacchetti), o anche una dama, nel qual caso la cortesia imponeva di servirle una parte, possibilmente la migliore, della carne tagliata. La forchetta si diffonde in Italia, a partire da Venezia, nel corso del Trecento; complice la propensione nazionale per la pa­sta, l’utilissimo arnese compie una autentica marcia trionfale, tanto che alla fine del XIV secolo è ormai diffusa persino nelle taverne, mentre nel resto d’Europa è considerata un lusso decadente, se non peccaminoso,e per affermarsi ci metterà ancora due, tre secoli.

Il tovagliolo individuale prende piede a partire da fine Duecento, fondamentale anche perché la forchetta ancora latita, e le scodelline di acqua profumata van bene per un primo lavaggio delle mani ma non basta­no per il prosieguo del banchetto. E dunque, poiché l’etichetta proibisce di succhiarsi le dita, esse vengono “pulite” sui bordi della tovaglia o sulle maniche.

La disposizione a tavola non è mai casuale: alla tavola centrale, e spesso su una pedana rialzata, magari sormontata da un baldacchi­no, siede il Signore coi suoi ospiti d’onore; gli invitati di riguardo prendono posto vicino al Signore, e man mano che scema la loro importanza, il posto si allontana. Agli estremi delle tavolate ad U siedono i personaggi di rango inferiore. Il Sercambi narra in una sua novella come accadde che di questo rigido protocollo fosse stato vit­tima alla corte napoletana nientemeno che Dante. Invitato a pranzo dal Re, e giunto, “come soleano li poeti fare”, malvestito, il poeta fu posto “in coda” alla tavola. Poiché aveva fame, mangiò ma, terminato il pasto, si allontanò dalla città. Comprendendo di aver fatto un affronto al sommo poeta, il Re tramite un messaggero l’invitò nuovamente a pranzo, e l’Alighieri si presentò questa volta riccamente vestito. Re Roberto lo volle al posto d’onore, ma appena iniziato il banchetto Dante iniziò a gettarsi addosso il cibo e il vino, e alle sconcertate domande del Re rispose a un dipresso: “siccome l’onore della tavola non è stato riservato a me ma ai miei abiti, è bene che godano essi di questi cibi e di queste bevande”.

Lo sfarzo dell’apparecchiatura si sostan­ziava soprattutto nelle tovaglie più o meno preziose, nelle indispensabili saliere di oreficeria (come l’Antichità, il Medio Evo sovrassalava ogni vivanda), nelle altrettan­to indispensabili ed immancabili salsiere, eventualmente nei boccali. Il coltello, indi­viduale, era quasi sempre quello personale di ciascun convitato. Il cucchiaio, invece, se presenti cibi liquidi, veniva messo a disposizione dall’anfitrione.

Fra le cortesie da tavola, che dilagarono in poemetti didascalici e veri e propri trattatelli di bon ton, fino ai due inarrivabili capo­lavori del genere, il Galateo, che divenne per antonomasia denominazione d’ogni manuale di buone maniere, e il Cortegiano, che sono comunque già frutto della cultura rinascimentale, si segnalano soprattutto elenchi di cose da non fare, assolutamente sconvenienti; il che vuol dire che più d’uno le commetteva: si comportava ingordamente a danno dei commensali, inghiottiva bocco­ni troppo grossi, ruttava a tavola, risputava pezzi di cibo, parlava e beveva con la bocca piena, disquisiva di cose ripugnanti a tavola, non si schermiva in caso di starnuti e via seguitando…

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non verrà pubblicato.

Ti potrebbero interessare anche