Franco Dell’Erba
Franco Dell’Erba

 

Se n’è andato così: in punta di piedi, sen­za far rumore, senza una voce di dolore, in silenzio; da gran signore della mente e del cuore lasciando i suoi familiari e noi, suoi fedeli amici, in un attonito sconforto, tanto più profondo quanto più immediata è stata la sua partenza per l’eterno approdo in Dio.

Franco Dell’Erba, del quale mi pare assurdo dover scrivere due parole per la sua fine ter­rena, era stato un mio allievo all’ “Archita”, nel corso, ricordo bene, C, nel tempo del mio primo insegnamento; giovane di nomina io, giovanissimo lui.

E, voglio subito scrivere, quello che, nel do­narmi la prima copia del suo ultimo lavoro poetico “Spiragli di luce” a me, che ne aveva curato quelle poesie, aveva voluto scrivere: “Al caro e continuo docente Paolo De Stefa­no con la gratitudine e l’affetto di un conti­nuo discente”.

Franco, chimico assai noto in Taranto e fuori, già presidente della Società Chimica Nazio­nale, sezione Puglia, presidente del Rotary Club Taranto – Magna Grecia, operatore culturale, organizzatore di congressi a livello nazionale, Franco era e si sentiva un “poeta”, un poeta dalla vasta e sicura “Humanitas”, un artefice di bellissimi versi che, di volta in vol­ta, sottoponeva al mio affettuoso riguardo.

Le ultime sue liriche “Spiragli di luce”, pub­blicata in bella forma dall’editore Scorpione, le aveva volute dedicare alla “sua” Taranto, città ricca di ipogei, di illustri figli dimenti­cati, e ai suoi cari nipoti.

Ecco un tocco di superiore umanità, di in­comparabile sentimento che univa l’amore per la sua famiglia all’avvenire dei suoi ni­poti, al patrio senso di una attesa che fosse per Taranto quella della rinascita culturale, etica, sociale.

Voleva! Sperava! Cercava!

Personalmente avevo anche curato la prima sua opera di poetica “Punte secche” (Scor­pione, 1982) e, già in quella sua prima espe­rienza artistica, Franco, aveva dimostrato accurata propensione di poesia contempo­ranea unita ad una eleganza di verificazione per cui la sua vocazione alla poesia veniva battezzata in maniera organica ed efficace.

In “Spiragli di luce” aveva voluto sottoline­are questa sua precisa attesa alla poesia, dal sapore ellenico, anacreontico.

“Sono tornato a scrivere di poesia non per mestiere e volontà, ma per una inconscia esigenza dell’animo di chiarezza a domande che capita di porsi; per l’affacciarsi di ricor­di, di visioni, di emozioni che irrompono e tagliano le parole”.

E le parole si sono fermate e consolidate su determinate note.

Essa, ho scritto personalmente nella presen­tazione a “Spiragli di luce” è nella commos­sa azione del nostro cuore e nel ritrovare la giusta via dell’umano cammino, di volta in volta.

Dell’Erba interpreta i silenzi che nascono dalle sue proprie inquietudini quasi dialogo “inter se ipsum” e il verso si fa musica che ri­produce lo stesso mito tra l’uomo e il cielo”.

“L’albero che tu tagli un nido regge” o, cose più personali, “vis animi” la lirica: “La mia donna”: “Anche per me /come mia madre / è la mia donna!” un fascio di sentimenti puri ed esaltanti fra l’immagine della madre e della sua sposa; donne dal diverso amare la vita, ma unite nel rapporto figlio, marito, sposo e padre!

E alla madre Franco dedica pochi versi, ma di una sublime purezza.

“Io sono solo, lontano / lei è sola, lontana. / Eppure siamo così vicini. / Se tocco la mia mano / accarezzo quella di mia madre”.

Nella lirica “Perché sono”: “Nelle case mi riconosco /nelle strade mi identifico / nel mondo mi ricongiungo / nell’universo mi annullo/.

Sono quale epigrafe scritta qualche giorno prima del suo terreno approdo al Cielo.

E dal cuore è la lirica “ Al padre” dal sapore greco per le sommesse brevità delle note che si fa altro di vita.

Quasimodiane…

“Chi sarà della mia vita / l’erede?”

È l’attacco della poesia “L’immortalità oc­culta”.

“L’umano ingombro io lascerò: / e il pensie­ro / volerà nel tempo”.

Caro Franco, quanto tempo è trascorso dal giorno in cui allievo venisti al mio dovere di docente; quanto tempo!

E sembra ieri!

Come sembra ieri che noi, tuoi Amici tutti, al mattino, al caffè di via Di Palma, ci si ri­univa non per controllare il tempo, ma per dirci parole di umana saggezza e di speranza cittadina, perché tu hai amato Taranto: “Oh Madre! / tu che nel tuo seno / accogli italiche prore…

Lontano i padri /ascoltano i loro figli / al ri­cordo di Archita /inorgogliti”.

Franco, ci mancherai, ci manchi ormai!

Hai intrapreso in silenzio il cammino verso quella luce divina alla quale tanto credevi, amavi e volevi nel tuo cuore.

Ci mancherai! A noi ora rimane la memo­ria di te, la signorile vita, l’esempio di una grande ed umile esistenza; rimane lampante “quel tempo della tua vita mortale”.

Quel tuo e nostro tempo!

“Fugaci giorni / al similiar di un lumpo son dileguati” direbbe il grande Leopardi.

Purtroppo tutto vero!

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