23 Giugno 2021 - Ultimo aggiornamento il: 23 Giugno 2021 alle 11:00:13

Il Parlamento
Il Parlamento

Si potrebbe dire, come già ampia­mento documentato, che il taglio dei parlamentari produrrebbe un risparmio che vale quanto il prez­zo di una tazzina di caffè all’anno per ogni italiano. Una cifra, cioè, che oscilla tra i 90 centesimi e un euro per ciascun cittadino. Si potrebbe dire che il nodo da scio­gliere non è quello del numero dei parlamentari (al massimo è la loro indennità che andrebbe rivi­sta) ma il bicameralismo perfetto, vale a dire l’identica sovrappo­sizione di funzioni tra Camera e Senato. Che però, nella nostra Costituzione, aveva un fondamen­to storico e politico formidabile, a dispetto di chi ritiene che la sto­ria sia un fastidioso orpello e che vada addirittura eliminata dalle scuole: il Paese usciva da un ven­tennio di dittatura e si avvertiva la necessità inderogabile di blin­dare le istituzioni della nascente Repubblica per evitare altre de­rive autoritarie. Riformare il bi­cameralismo, differenziando le funzioni delle due Camere, è ben altra cosa, e molto più seria, che liquidare il tutto con il semplici­stico taglio dei parlamentari. Si potrebbe anche dire che il taglio ridurrebbe la rappresentatività dei territori e che proprio Taranto rischierebbe di pagare un prezzo altissimo a questa pseudo rifor­ma. Si potrebbe infine aggiungere che la riduzione del numero dei parlamentari finirebbe per conse­gnare definitivamente ai partiti il totale controllo di deputati e sena­tori, dei loro voti alla Camera e al Senato e, in ultima analisi, delle stesse candidature: pochi posti a disposizione e solo per affidabili yes men.

Tutte queste argomentazioni var­rebbero già una riflessione molto più meditata sul significato del re­ferendum del 20 e 21 settembre. Ma vi è un’altra ragione, molto più profonda, da prendere in conside­razione: la vittoria del “Sì”, cioè di chi vuole semplicisticamente ridurre il numero dei parlamenta­ri, sarebbe il trionfo dell’antipoli­tica, di quelle forze protestatarie che urlano contro la casta ma che in realtà si fanno casta esse stesse non appena conquistato il potere. Oggi la vittoria del “Sì” sarebbe la vittoria del M5S che in Italia incarna quell’antipolitica qualun­quistica e ingannatrice. Parliamo di quel partito che in nome del potere non ha conservato alcun pudore a fare il governo prima con la Lega di Salvini – ora odia­tissima – e poi con il Pd, che fino a poco prima di andarci a brac­cetto nella vulgata pentastellata era il partito di Bibbiano. Uno degli insulti più ripugnanti che si ricordano nella storia politica italiana.

Ma vi è di più: la vittoria del “Sì” presterebbe il fianco anche alle pulsioni di quanti – Casaleggio su tutti – vorrebbero rottama­re il Parlamento, di fare a meno del perno del nostro sistema de­mocratico e di evitare così ogni intralcio al manovratore. Quindi non una maggiore efficienza del Parlamento ma un suo drastico ridimensionamento che compro­metterebbe il complesso sistema degli equilibri istituzionali sui quali si regge la democrazia li­berale di questo Paese. Mortifica che in questa come in altre vicen­de i partiti istituzionali invece che opporre la politica all’antipolitica, stiano arrendevolmente abdican­do, rinunciando alla capacità di proposta e finendo miseramente per seguire il M5S nell’antipo­litica, a rimorchio di un becero populismo forse utile ad eccitare le piazze ma certamente non a go­vernare un Paese.

La vittoria del “Sì” consegnereb­be al M5S una vittoria politica inaspettata, proprio nel momento di sua maggior confusione e ten­sione interna. Un errore strategico clamoroso del quale qualcuno co­mincia ad accorgersi, sia nel cen­trosinistra che nel centrodestra, nonostante Zingaretti e il Pd si siano ufficialmente schierati per il taglio dei parlamentari.

C’è però un altro aspetto forse finora sottovalutato: lo scarso ri­spetto che si ha verso l’intelligen­za di quegli stessi cittadini ai qua­li si vuol far credere di dar voce esaltandone rabbia e malumori. Sì, perché l’antipolitica che nutre certe forze politiche e questo stes­so referendum si traduce, in ulti­ma analisi, nel rifiuto della com­plessità. A problemi complessi vengono opposte soluzioni sem­plicistiche: un mestiere del quale il M5S è maestro. Il Parlamento costa e non funziona? Allora rot­tamiamo i parlamentari. L’Ilva inquina? Allora chiudiamola. Na­turalmente la realtà è ben diversa e più complessa e i nodi vengono al pettine quando chi si gonfia il petto di questi proclami poi si ri­trova nella stanza dei bottoni. Al­lora ci si produce nelle più spre­giudicate acrobazie per tentare di continuare a gettare fumo negli occhi dei cittadini nell’incapacità di risolvere i problemi reali. L’e­sperienza Ilva insegna molto. Un conto è giocare, in modo piuttosto cinico e brutale, con le emozioni della gente, altro è governare un Paese. Peggio: volerne smontare l’architettura come se fosse una scatola di Lego. Chi ha questa rozza visione della politica ha una considerazione molto bassa dei cittadini-elettori: li tratta come soggetti non in grado di elaborare concetti complessi e quindi da ab­bindolare con ricette grossolane e spiegazioni infantili, abusando – di questi tempi – della farloccag­gine virale dei social network. Il crollo dei consensi del M5S nelle ultime tornate elettorali insegna invece che i cittadini sono molto più intelligenti di quanto si possa credere. L’inganno è stato sma­scherato. A Taranto già da tem­po, con le imbarazzanti piroette dei Cinquestelle proprio sul caso Ilva. Non è il caso di lasciarsi in­gannare ancora.

Enzo Ferrari
Direttore Responsabile

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