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Celebrato l’anniversario della morte di Dante

La tomba di Dante Alighieri a Ravenna:
La tomba di Dante Alighieri a Ravenna

Amici di Dante Alighieri e della “Dante Alighieri”, siamo ormai entrati nel vivo delle celebrazioni dantesche da quando a Ravenna, nei giorni scorsi, il Presiden­te della Repubblica Sergio Mattarella ha inaugurato ufficialmente e in pompa magna le celebrazioni del 700° anni­versario della morte di Dante Alighieri, partecipando alla riapertura della tomba, recentemente restaurata, del divino po­eta e del Quadrarco di Braccioforte. Ci poteva essere qualcosa di più emozio­nante per dantisti, italianisti e persone di cultura tout court? Vien voglia di dire con Foscolo: “a’ generosi/giusta di glorie dispensiera è morte”, specie se si pensa a tutte le traversie che Dante subì in vita e dopo la morte.

Ma di questo parlere­mo in seguito. Prima di tutto è neces­sario ricordare che Dante morì durante la notte fra il 13 e il 14 settembre del 1321, esattamente 699 anni fa: nel 2021, quindi, saranno 700 anni, tondi tondi, dalla morte del poeta, morte anagrafica, s’intende, perché Dante è vivo e presen­te dovunque si parli il linguaggio della cultura e della nostra identità di italiani ed europei. Non solo: il vate è diventato anche un personaggio della pubblicità, un fumetto e un’icona pop. Ma torniamo alla Tomba di Dante, che si trova vicino alla Basilica di San Francesco d’Assisi, a Ravenna: è in un tempietto neoclassi­co a pianta quadrata, sormontato da una cupoletta, costruito fra il 1780 e il 1781 su progetto dell’architetto di Ravenna Camillo Morigia e per volontà del car­dinale legato in Romagna Luigi Valen­ti Gonzaga. Sull’architrave della porta, dove campeggia lo stemma arcivescovile del Cardinale, è scritto con semplicità francescana: “Dantis poetae sepulcrum”. Nient’altro. A destra del tempietto vi è il giardino con il Quadrarco di Bracciofor­te, un antico oratorio dove, secondo una leggenda, due cristiani fecero un solenne giuramento invocando il “braccio forte” di Cristo, di cui si trovava, vicino a loro, un’immagine dipinta. Una cancellata in ferro battuto del veneziano Umberto Bellotto chiude il giardino dal 1921. La Tomba di Dante, che è monumento na­zionale, il Quadrarco e i chiostri france­scani costituiscono la cosiddetta “zona dantesca”: vietato far chiasso, per rispet­to verso il Poeta la cui tomba, all’inter­no del tempietto, è un sarcofago di età romana, rivestito di marmi e stucchi. Sul sarcofago è scolpito l’epitaffio in versi latini, scritti nel 1366 da un poeta bolognese, tal Bernardo Canaccio: “Iura Monarchiae/ Superos Phlegetonta lacu­sque/ Lustrando Cecini/ Voluerunt Fata Quousque/ Sed Quia Pars Cessit/ Me­lioribus Hospita Castris/ Actoremque Suum/ Petiit Felicior Astris/ Hic Claudor Dantes/ Patriis Extorris Ab Oris/ Quem Genuit Parvi / Florentia Mater Amoris”: “Cantai i diritti della monarchia, visitan­do i cieli e le acque del Flegetonte fino a quando volle il fato, ma poiché la mia anima andò ospite in luoghi migliori e più felice raggiunse fra gli astri il suo Creatore, qui sono chiuso, cacciato dalla patria terra, io, Dante, che Firenze gene­rò, madre di poco amore”.

La ghirlanda in bronzo, ai piedi del sar­cofago, fu donata nel 1921 dai reduci della prima guerra mondiale, mentre la lampada votiva settecentesca, sul soffit­to, è alimentata dall’olio d’oliva dei colli toscani, offerto ogni anno dal 1908, il 14 settembre, dalla città di Firenze, come atto di pentimento e affetto verso l’illu­stre concittadino. Sopra il sarcofago, un bassorilievo, realizzato da Pietro Lom­bardo nel 1483, raffigura Dante pensoso davanti a un leggio.

Quando morì, Dante aveva cinquantasei anni come Giulio Cesare, ricorda Cesare Marchi. Era andato in missione diploma­tica a Venezia, inviato da Guido Novello da Polenta, signore di Ravenna, la città dove viveva in esilio dal 1318. Orbene, tra Ravenna e Venezia c’erano da tempo tensioni e attriti per questioni inerenti le saline e i dazi costieri, ma il “casus bel­li” fu una rissa tra marinai ravennati e veneziani. In sintesi: i ravennati avevano catturato alcune imbarcazioni veneziane e avevano ucciso il capitano e il nostro­mo. Per Venezia questo era un preceden­te e un’ottima scusa per punire Raven­na che aveva il grave torto di favorire il contrabbando del sale, danneggiando così il monopolio della Serenissima. Se­guì subito la vertenza diplomatica fra la Repubblica di Venezia e Guido Novel­lo, proprio lui, il nipote di Francesca da Rimini, che temeva, a ragion veduta, il Leone di san Marco. Per questo, per non fare brutta figura con il Doge, Guido pre­gò Dante, al quale dava ospitalità, di far parte dell’ambasceria, che doveva recarsi a Venezia, per perorare la sua causa con gli argomenti e le “parole ornate” che solo un uomo di vasta cultura e chiara fama come lui poteva trovare per difen­dere Ravenna.

Come andò la missione? Con un nulla di fatto e non si sa bene il perché. Qualcuno avanzò l’ipotesi che il senato veneto non era stato in grado di capire né il volgare né il latino che parlava Dante: nessuno, insomma, sarebbe stato all’altezza cultu­rale del poeta fiorentino, ma forse questa è solo una chiacchiera di parte. È certo che il Doge fu molto scortese con Dante perché non gli consegnò il salvacondotto per poter attraversare un territorio salu­bre e più agevole. E così il povero Dante dovette affrontare un viaggio oltremodo stancante e pericoloso, della durata di tre giorni.

Primo giorno: in barca, da Venezia a Chioggia, dalla laguna e poi, via terra, fino a Loreo. Secondo giorno: da Loreo a Pomposa, celebre per l’abbazia benedet­tina, ostello dei viandanti. Terzo giorno: da Pomposa a Ravenna, passando attra­verso paludi malariche e acquitrini mal­sani. E qui Dante, sfibrato dal viaggio penosissimo sotto il sole d’agosto, già acciaccato da un po’ di artrite e un po’ di uricemia, si beccò la malaria in pieno. Tornò a Ravenna col febbrone e si mise a letto, esausto. Ad assisterlo non c’era la moglie, ma la figlia, suor Beatrice. “Oh non dubitate – scrisse Giosue Carducci- ovunque la sventura sia alle prese con un uomo di gran cuore e ingegno, ivi è pure una pia immagine di donna a confortar­lo: in questa nobile parte del genere uma­no Antigone non manca mai.

La Beatrice consolò certo l’agonia del genitore col soave eloquio della patria, con la memoria di un puro affetto giova­nile vieppiù purificata in quel nome della figlia sua: la Beatrice nata dalla Gemma Donati scorse la grande anima di Dante, nel suo passaggio alla visione di Beatrice celeste”.

Interessante è poi il legame che Carducci trovò tra Dante e Galilei, entrambi assi­stiti e protetti, quasi maternamente, dal­le figlie che furono suore: “Tra chi aprì e chi chiuse il risorgimento italiano (in senso culturale e morale, è chiaro, non politico n.d.r.), tra Dante e Galileo, è an­cora questa somiglianza, che la figliola del primo e ambedue quelle del secon­do ( Virginia e Livia n.d.r) … finirono d’un modo vergini sorelle: forse nelle femmine di siffatti uomini, più che ne’ maschi, rinasce, per un mistero fisiologi­co , troppo del padre, sì che elle possano contentarsi del resto del mondo: per loro il padre diventa come un ideale e vivono e muoiono per lui ed in lui”.

Alla notizia della malattia di Dante Ra­venna entrò in subbuglio. Firenze, inve­ce, taceva. Guido Novello, che non pote­va non avere qualche senso di colpa, pur fra le beghe della difficile congiuntura politica, si recava dal poeta malato quasi ogni giorno, in ansia per la sua salute, ma i medici si stringevano sconsolati nelle spalle. Per lui, ormai, non c’era niente da fare. L’agonia cominciò il 13 settembre. La notte fra il 13 e il 14 settembre Dante si congedò dalla vita e da morto, nella bara, ebbe finalmente la corona d’alloro tanto desiderata, non nel bel San Giovan­ni, però, non nella sua ingrata Firenze, come aveva sognato e sperato per tutta la vita: Guido Novello gli pose la corona d’alloro sulla fronte, estremo e compen­satorio – in parte – omaggio al grande poeta che Dante era stato; poi volle che le autorità cittadine portassero a spalla la bara nella chiesa dei frati di san Fran­cesco, il santo protagonista del canto XI del “Paradiso”, prediletto da Dante per­ché aveva attaccato, a colpi di Vangelo, la secolarizzazione e quindi la corruzione della Chiesa del suo tempo. Infine, Gui­do pronunciò l’elogio funebre del poeta vate, cioè profeta, che fu sepolto in una cappella vicino alla chiesa di san Fran­cesco: fu sepolto, ma non riposò in pace.

La sorte, infatti, sembrò accanirsi sui resti mortali dell’exul immeritus in una tragicommedia a puntate, si direbbe pi­randelliana ante litteram. Ma di questo parleremo la prossima volta.

 Josè Minervini
Presidente del Comitato
cittadino della Società Dante Alighieri

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