L’opportunità del Tecnopolo
L’opportunità del Tecnopolo

Il tema era il Tec­nopolo del Mediterraneo, quel centro di ricerca per l’innovazione tecnologica che, a distanza di due anni dallo stanziamento di 9 mi­lioni di euro per avviarlo, non solo non ha una sede ma nemmeno uno statuto. In pratica, non c’è nulla. Eppure avrebbe dovuto essere una delle chiavi di quella riconversio­ne della quale da anni si parla per dare una nuova identità a Taranto e alla sua provincia.

In verità, l’interessantissimo con­vegno organizzato dal centro di cultura per lo sviluppo “Giuseppe Lazzati” ha finito meritoriamente per trasformarsi in una riflessione sulla ineffabile capacità di certa politica di avvitarsi su se stessa e di non portare a compimento progetti – per incapacità o volon­tà – iniziative che pure sarebbero utili per la crescita del territorio. Ma quella che si è svolta sabato 12 settembre nell’aula magna dell’I­stituto Pacinotti è stata anche l’oc­casione per confermare i limiti, che a volte paiono davvero inestri­cabili, di un territorio frammenta­to, che fatica a fare squadra e che per questo finisce per smarrire per strada opportunità preziose. Con il risultato di crogiolarsi nei problemi senza tuttavia riuscire a imbastire una efficace strategia complessiva di sviluppo.

Convinto promotore del Tecno­polo fu l’allora ministro Lorenzo Foiopramonti: «Ero entusiasta di questa iniziativa – ha sabato det­to il parlamentare – ma uguale entusiasmo non lo riscontrai nel presidente del consiglio Giuseppe Conte. Ad ogni modo riuscimmo a far stanziare nella legge di bi­lancio quei 9 milioni di euro per i primi tre anni di attività della fon­dazione che avrebbe gestito il Tec­nopolo. Presi contatto con grandi aziende come Snam, Enel, Leo­nardo e venni a Taranto a visitare alcune sedi possibili, tra cui an­che l’ex sede della Banca d’Italia. L’obiettivo era quello di giungere ad una chiusura programmata dell’attuale Ilva e di trasformare il siderurgico in uno stabilimento di innovazione, ad esempio attraver­so la ricerca sulla cattura e l’utiliz­zazione dell’anidride carbonica. L’idea di fondo era quella di fare di questa città un grande laborato­rio della transizione ecologica per promuovere l’industria del XXI secolo, secondo i modelli innova­ tivi in atto a Tel Aviv o in Corea, capitali delle start up. Invece mi accorgo che corriamo ancora die­tro a modelli passati, come quelli in uso in Cina e in India con le loro disastrose conseguenze. Per quanto riguarda il Tecnopolo, non c’è ancora lo statuto nonostante il sottosegretario alla programma­zione economica sia proprio di Taranto».

Analogo destino di alcuni impor­tanti progetti di ricerca proposti anni addietro dall’allora direttore generale dell’Arpa, Giorgio As­sennato: «C’erano a disposizione quattro miliardi di lire – ha ri­cordato il professore – e pensai di realizzare una struttura di eccel­lenza per sviluppare le tecnologie ambientali. Incassai diversi no, fra cui quello del rettore dell’Univer­sità, e incontrai resistenze anche a livello locale. Questa purtroppo è una città refrattaria che perde una classe dirigente ad ogni genera­zione. L’ambizione deve essere quella di combattere gli antagoni­smi locali e aggregare risorse im­portanti per la ricerca come Cnr, Arpa, Università».

L’ammiraglio Fabrizio Caffio, esperto in diritto internazionale marittimo si è soffermato sui pro­getti per l’installazione di pale eo­liche in Mar Grande – finora non ne è stato realizzato alcuno – met­tendo in guardia dall’impatto che potrebbero avere sula fauna e sul­lo stesso equilibrio marino, auspi­cando interventi per la protezione delle biodiversità in Mar Piccolo e Mar Grande. In questa direzione viaggia l’impegno dell’ammini­strazione comunale per l’Oasi Blu del Golfo di Taranto.

«A Taranto la bomba occupazio­nale può esplodere da un momen­to all’altro», ha detto Eleonora Pizzuto, fondatrice dell’Associa­zione per lo sviluppo dell’econo­mia circolare. Da qui l’appello alla politica: «Serve una visione strategica e la capacità di fare sin­tesi sull’apporto che possono dare realtà italiane e straniere nella valorizzazione delle ricchezze territoriali». Un appello quindi ad allargare gli orizzonti e a superare una certa autoreferenzialità tutta tarantina. «Quello del Tecnopolo – ha aggiunto la dottoressa Pizzu­to – può essere il progetto italiano per eccellenza, ma serve una part­nership tra pubblico e privato». E il professor Vito Albino, presi­dente Arti Puglia, ha evidenziato come molte iniziative per mutare rotta siano finanziabili attraverso il Recovery Fund. Anche gli inter­venti che sono arrivati dal pubbli­co hanno accentuatop la necessità si superare divisioni e ostracismi, soprattutto locali. Un invito a fare rete, insomma. Un aspetto, quest’ultimo, sottolineato nelle sue conclusioni dall’onorevole Domenico Maria Amalfitano, presidente del centro “Giuseppe Lazzati”. Ma questa è proprio la più difficile sfida culturale che Ta­ranto deve affrontare: non si può cambiare modello se non si cam­bia soprattutto il modo di pensare e di vivere il territorio.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non verrà pubblicato.

Ti potrebbero interessare anche