22 Ottobre 2020 - Ultimo aggiornamento il: 22 Ottobre 2020 alle 14:24:26

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La vita in versi nel nuovo libro di liriche di Silvano Trevisani

Silvano Trevisani
Silvano Trevisani

È certamente un atto di fede nel­la poesia pubblicare oggi, nella nostra società liquefatta, un libro di liriche che mantengono alto il valore della parola poetica. Eb­bene, Silvano Trevisani è un uomo di fede, fede nella parola poetica e nell’umanità che la so­stanzia. È da quando era ragaz­zo, infatti, che egli organizza la sua vita, la sua professione di giornalista e la sua passione per la poesia con estrema fedeltà e coerenza intellettuale e mora­le, obbedendo a una voce sua interiore e assecondando la sua vocazione alla parola onesta e bella. Così, otto anni dopo aver pubblicato “L’altra vita delle pa­role” con Nemapress, Trevisani presenta ora ai lettori un altro li­bro di liriche intitolato: “Le pa­role finiranno, non l’amore” che è poi un verso spiccato da una li­rica della silloge: “…anche que­ste parole finiranno, ma non l’a­more che le ha messe insieme”.Ancora una volta il punto focale della poetica e del rovello intel­lettuale di Trevisani è incentrato su due parole-chiave: parola e amore; l’amore come ispirazione e la parola come medium per co­municare.

E sono sempre, le parole di Tre­visani, grammi d’oro perché selette, ponderate, a volte con scatti nervosi che slogano il ver­so, a volte armoniosamente di­stese nell’arco dell’endecasilla­bo o dell’ipermetro, ma sempre espressione dell’anima e tanto più intense se si pensa al chiasso massmediatico che ci assorda, alla volgarità che ci deprime e alla spazzatura verbale che ci inquina.

Proprio per questo, nelle liriche del libro precedente Trevisani cercava “l’altra vita” delle paro­le, quella metafisica e profetica che solo la poesia possiede, per ritrovare, delle parole, il senso numinoso, il significato auten­tico, soprattutto il valore sacro e la severa bellezza, pur in una società di parole alla deriva che sembra aver perso la memoria al punto da non sapere più intrave­dere né futuro né vie d’uscita.

Le liriche di questa nuova sillo­ge vanno oltre. “Le parole fini­ranno, non l’amore”: Trevisani intende dire che anche le paro­le più sacre e più belle possono essere fragili perché i significa­ti che noi diamo ai significanti, di cui sono composte le parole, possono deteriorarsi, possono essere logorati da un uso troppo spesso improprio o addirittura equivocati.

Le parole non sono mai “flatus vocis”, ma talvolta si svuotano di significato e diventano polvere. Ciò nonostante, a resistere, a “es­sere” sono i referenti, cioè i valo­ri nella loro sostanziale oggetti­vità. Resta l’amore che, in queste liriche, espande a raggiera i suoi significati multipli: amore per i figli, per la compagna di vita (e le poesie sull’amor coniugale, nella letteratura, sono fra le più preziose perché fra le più rare), amore per la piccola patria che è la città dove si nasce e si vive, amore-amicizia verso gli ami­ci e i poeti che non ci sono più (Michele Pierri, Alda Merini, Giovanna Sicari…), amore per la vita nelle varie fasi, dall’infan­zia alla maturità, amore per la costellazione familiare d’origine composta dal padre, dalla ma­dre, dal fratello.

Amore, insomma, dell’amore che dà molte ali al poeta per vo­lare alto, cioè dà le parole poe­tiche e le immagini mentali che riicordano certe tele di Chagall (“…Ma quanta strada abbiamo fatto in volo?”, pag.76).

Va da sé che Trevisani naviga fra le parole in controcorrente, voglio dire in senso diametral­mente opposto al postmoderno ovvero al relativismo oggi domi­nante.

Il pensiero di Trevisani può esse­re “deluso” dai tempi che vivia­mo, ma non è assolutamente “de­bole”. Certo, la sua è una poesia colta, strutturata su un pensiero filosofico riconducibile al cri­stianesimo (Trevisani è laureato in Filosofia), e quindi al realismo cristiano che, sulla figura della Croce, si articola in una dimen­sione orizzontale ( da ciò l’at­tenzione al sociale, all’impegno e all’umanesimo più integrale) e in una dimensione verticale: la mistica, l’ansia e la nostalgia del divino, anche nelle ore di lavoro: “… Spero che il cielo la ricordi ancora/ quest’ansia di Dio sulle tastiere” (pag.66). L’effetto è una poesia analogica e sperimentale, ma non nichilista.

Non a caso, Trevisani cita Enzo Paci (“…che riassestava tempi e strategie/ della trelos/utopiko/machia”, cioè la battaglia tra pazzi e utopisti, pag.44), il fi­losofo dell’antinichilismo, che spiegava l’esistenza come possi­bilità e libertà contro ogni forma di determinismo.

Il filo di questa poesia, insom­ma, si avvolge spesso intorno al rocchetto di concetti filosofi­ci, da Cartesio (“… appartiene anche il nulla o l’infinito/ a un sistema di rapporti cartesiani”, pag.114) a Kant (“…tra i respiri distratti dei noumeni”, pag.39) e a Hegel ( “Tutto è già scrit­to/ se l’arte, come dici, è finita”, pag.119), concetti tradotti in for­ma di poesia.

La silloge è scandita in undi­ci sezioni che corrispondono a macrosequenze di vita, la vita interiore che interagisce con la vita sociale-lavorativa ovvero giornalistica: “Passaggi in luce” (l’inizio: l’infanzia individuale), “Dal mito all’oggi” (l’infanzia dell’umanità e quindi gli studi umanistici e l’archeologia, ric­chezza e memoria del nostro territorio), “Attraversa-Menti-In-Versi”, “Storie a brandelli”, “Nostalgie di carta” (gli anni di lavoro al Corriere del Gior­no di cui Trevisani fu redattore capo, e il passaggio, che ci col­mò di malinconia, dal linotype all’offsett e al digitale), “I giorni dell’Amore”, “Pagine di città” (titolo della fortunata rubrica culturale del “Corriere”), “Le Stanze degli affetti”, “Sacràlia”, “Emoticon”, “E la vita va” (con­suntivo e prospettive future).

Trevisani sa di essere al punto cruciale di due tematiche intor­no alle quali si sono arrovellati i poeti contemporanei. La prima tematica è la frattura fra poeta/ intellettuale e società che ha comportato o il rifugio nel pri­vato o il “divertissement” ironi­co.

Allo sberleffo di Palazzeschi (“Lasciatemi divertire”) che fa capolino a pagina 40 (E’ folle il poeta, / ancora si diverte? E la­sciatelo sguazzare nella menta”), Trevisani risponde con un’ironia, a tratti sarcastica, di ascendenza montaliana, quasi scherzando e baroccheggiando con i bistic­ci di parole omografe e i doppi, tripli sensi (ròsa, rosa…ménta, ménte, mènte) e con il recupe­ro di metri tradizionali come il sonetto a pagina 80: “Geometrie del desiderio”; ma l’ironia, l’in­glese ironic implication, è anche lo schermo per dissimulare i suoi sentimenti più profondi (l’a­more, la malinconia per la vanità del mondo e l’effimero delle vite umane), sentimenti dagli “angoli acuti” (pag.80) di cui Trevisani è gelosissimo e allora la poesia, ricca di sentimenti introflessi per gelosia di sé, diventa di una bellezza difficile e per questo in­trigante.

L’altra tematica forte è la me­moria individuale e la memoria collettiva, cioè la storia e le “sto­rie a brandelli”, raccontate in po­esia; la memoria e le memorie, cioè i ricordi. Senza la memoria il sistema dei significati e refe­renti precipita nel nulla.

Nella lirica incipitaria, “La sto­ria”, leggiamo: “La storia non è altro che uno spazio/vuoto, dove nulla consiste / se le memorie/ non si inglobano incrociando./ Ma se vagano sole,/ nella trincea del tempo il ricordo/ può diven­tare pazzia./Eravamo noi, insie­me, nella sera,/ e il freddo ci ren­deva felici,/ di vivere, per tenerci accanto./ Ma se tu non ricordi, io sono solo / al bar della sta­zione,/ e bacio solo/ un sogno,/ livido,/ che a te non appartiene./ La storia diventa solitudine, se/ non condividiamo/ le piazzette nascoste dove il tempo/ gridava la sua invidia,/ trasformando in premura/ l’attesa di riscrivere il domani.” Ne “La casa dei doga­nieri” la donna amata da Monta­le non ricordava (“Tu non ricordi la casa dei doganieri…”); in que­sta lirica di Trevisani c’è l’ipo­tesi che la donna amata possa non ricordare e allora, se non c’è memoria condivisa, subentra il gelo terribile della solitudine. La memoria è la madre delle Muse. La memoria è cultura e questo spiega le citazioni, come a pagi­na 16: “…Quella vita l’abbiamo scontata/ travasando in capase di creta/ tutto il sapore dei giorni/da lasciare ai nostri figli./ Anche la morte, vivendo, come disse/ qualcuno che da qui/ passò una volta, in forma di poesia”.

Ungaretti, è chiaro, con riferi­mento al glorioso “Premio Ta­ranto”. E poi il verbo dormire usato transitivamente (“dormen­do fiori colorati”, pag.113) non riecheggia forse Catullo: “nox est perpetua una dormienda”?

Queste liriche, insomma, sono il frutto di una cultura ben ra­dicata e metabolizzata (il che spiega l’uso della citazione) e lo si vede dalla disinvoltura con la quale Trevisani cambia regi­stro linguistico e dall’uso della lingua punteggiata, per amor di “pastiche”, da parole in dialetto, la lingua degli affetti familiari, e in inglese, la lingua della globa­lizzazione; ma se si parla di cose sacre, allora è meglio il latino: Sacràlia, infatti, è il titolo della sezione dove arde una profonda spiritualità cristiana.

La memoria è ritorno alle origi­ni, all’infanzia con i suoi miti, quali sono il Padre e la Madre e la civiltà contadina, e ai miti antichissimi della civiltà classi­ca, ma riletti attraverso le lenti deformanti dell’uomo contem­poraneo, naufragato sulle coste melmose della civiltà contempo­ranea: “…A scuola mi pascevo dei miti/ perché orientavano i miei sogni, ora/ mi portano lon­tano, lontano./ Il mare di Enea è una pozzanghera dove incappa­no/ vite senza storia, fastidiosi incidenti/ di percorso del nostro quieto vivere./ Da miti. Chi è che organizza i desideri?/ Dateci un mondo da amare/ sbarcheremo lontano da qui”, pag.34)”.

Ecco allora che queste liriche esprimono il disagio intellettua­le di un uomo colto e cristiano della generazione post-sessan­totto nella società dei consumi, e che nella poesia trova spazi di riflessione e di contemplazione, fra le ombre tentatrici della no­stalgia e fra i bagliori dei senti­menti più segreti.

Silvano Trevisani è nato nel 1955 a Grottaglie, dove vive. Giornalista, è redattore capo del settimanale “Nuovo Dialo­go” e responsabile del bimestra­le di poesia “Il sarto di Ulm”.  Scrittore e critico d’arte, ha pubblicato libri di narrativa, poesia, saggi di storia, econo­mia, attualità, arte. Con Manni, nel 1997, il roman­zo Lo norevole.

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