26 Gennaio 2021 - Ultimo aggiornamento il: 26 Gennaio 2021 alle 12:07:51

La nave di Teseo ripubblica Brandi
La nave di Teseo ripubblica Brandi

Due pregevoli testi presentano questa fondamentale opera di Cesare Brandi, “Spazio italiano ambiente fiammingo”, che la milanese La Nave di Te­seo riporta ai lettori per la ferrea volontà di Elisabetta Sgarbi, con una rigorosa introduzione di Vit­torio Sgarbi ed un ricordevole scritto di Giacomo Debenedetti.

Questa esemplare opera di Bran­di ha il pregio di una particolare chiarezza espositiva nel fissare uno degli elementi fondamenta­li, base della civiltà figurativa-espressiva della civiltà occiden­tale: lo spazio in relazione con l’ambiente.

Nel libro il pregevole lavoro di Giacomo Debenedetti ci porta un elemento che riposa nell’aneddo­tica. Il fatto che “è stato proprio il competente di restauro” – si ricordi che Brandi fu fondatore e Direttore dell’Istituto Centrale del Restauro per decenni, fino al 1960 (n.d.r.) – “a dare (…) il primo spunto al critico. Le ma­nomissioni perpetrate da un in­cauto restauro della <Madonna del Canonico van der Paele> di van Eyck, offrono a questo sag­gio un pittoresco, brioso avvio narrativo. Dall’aneddoto brioso e preoccupante nasce, per inge­gnose associazioni storiche ed estetiche, il problema dell’antite­si tra pittura toscana, o più gene­ralmente italiana, e pittura fiam­minga.” Il testo che ne nacque è assolutamente un unicum su un tema fondamentale: ed è oggi un piacere ritrovarlo in questa ele­gante pubblicazione.

Vittorio Sgarbi nella sua intro­duzione, riferendosi ai due testi quasi coevi “Lo spazio figura­tivo dal Rinascimento al Cu­bismo”, di Pierre Francastel, e “Spazio italiano ambiente fiam­mingo” di Brandi, spiega come “Secondo Francastel l’opera di Masaccio, che sembra rifarsi ai nuovi principi di Brunelleschi, è la «Trinità» di Santa Maria Novella a Firenze, dove Cristo in croce si trova non più contro uno sfondo neutro, ma dentro un’architettura che rende l’illu­sione della profondità (…). I due saggi tentano una valutazione oggettiva del Rinascimento ita­liano. Brandi lo esemplifica nel confronto tra l’opera di van Eyck «L’Agnello Mistico» e, appunto, la «Trinità» di Masaccio (…)”,cosicché “Brandi ribadisce (… .) – aggiunge Sgarbi – “che la novità della pittura vaneychiana non potrebbe in nessun modo farsi dipendere dalle «citazioni prospettiche» che vi si possano «recuperare o isolare»”.

Ma vediamo direttamente Bran­di: “Se Masaccio deve spogliare l’oggetto per consentirgli di co­stituirsi a simbolo, Jan van Eyck, deve coglierlo per così dire fin con la gocciola della rugiada, perché quella gocciola inve­ce che costituire un neghittoso particolare naturalistico, inten­sificherà la frequenza dell’im­magine, un po’ come la mag­giore sfaccettatura d’una pietra preziosa ne moltiplica le luci”. Una lucida analisi che continua con altre esemplificazioni. Se con Masaccio vediamo arriva­re la luce su un volto “come un colpo di sciabola”, ecco “scom­parire ciglia, nei, rughe” ecc.; al contrario “van Eyck costringerà la luce a rivelargli uno per uno i peli della barba.” Singolare e affascinante riflessione del Mae­stro senese, se vogliamo forse il passo più dolce e contemporane­amente più brutalmente esplici­to, ma che rende ben la distanza fra essenzialità e sovrabbondan­za. E porta a giustificare appie­no la conclusione di Sgarbi: “La distinzione di Brandi, così evi­dente nel confronto tra van Eyck e Masaccio, si ripercuote nella contrapposizione Caravaggio – Rubens. Anche qui, essenzialità e sovrabbondanza. // Due mondi: l’uno interiore, l’altro esteriore. Sintesi e analisi. // Nel suo sag­gio Brandi ci regala per sempre una illuminazione, un metodo. // Brandi: un interprete della storia delle forme attraverso l’idea del­lo spazio”.

Ci sembra giusto rimarcare qui come la casa editrice milane­se abbia, nell’arco di non molti mesi, presentato ai lettori due in­dimenticabili libri di Brandi. Ol­tre questo, il “Martina Franca”, a cura e con un saggio della perso­na che lo scrivente conosce me­glio d’ogni altra, e, ancora, una introduzione di Vittorio Sgarbi. Che com’è noto ora è prefato­re di non pochi libri del grande scrittore senese, del quale nel corso degli anni appare sempre più un perfetto discepolo.

 

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