21 Ottobre 2020 - Ultimo aggiornamento il: 21 Ottobre 2020 alle 16:38:07

Aldo Moro, gli anni di Taranto
Aldo Moro, gli anni di Taranto

Taranto ricorda Alo Moro nel giorno dell’anniversario della sua nascita (era nato a Maglie nel 1916). Stasera alle 19.30 sarà celebrata messa nella “sua” chie­sa di San Pasquale. A seguire la proiezione del lavoro teatrale “Aldo Moro. Una vita per la democrazia compiuta”, di e con Massimo Cimaglia.

TARANTO – Quale significato e quale importanza hanno avuto gli anni trascorsi da Aldo Moro a Ta­ranto? Il giovanissimo Aldo Moro doveva aver oscuramente, ma pro­fondamente intuito, nel decennio della propria formazione taran­tina (1923-1934), che il processo di secolarizzazione della società italiana era ormai inarrestabile e soprattutto irreversibile. È probabi­le che la chiave di interpretazione storica della sua figura e di tutta la sua opera (intellettuale, acca­demica e politica, fino alle “lette­re della prigionia” e alla estrema testimonianza del “martirio”) sia, più ampiamente, il confronto fra cristianesimo e mondo moderno. È per questo che lui stesso, negli anni della sua maturità, avrebbe attribuito al periodo di Taranto una importanza decisiva.

Infatti, mentre nella sua adole­scenza si andava formando come cristiano nei circoli religiosi di Azione Cattolica, Moro avvertiva che si stava verificando un violen­tissimo fenomeno di laicizzazione sostanziale delle istituzioni e delle coscienze attraverso il primo mo­vimento “di massa” radicalmente laico dell’Italia moderna: il fasci­smo (divenuto ormai “regime” sia nella scuola sia nella società). E si rendeva conto che il fascismo aveva successo! Quel che non era ancora stato capace di realizzare lo Stato liberale stava effettivamente ac­cadendo nello Stato fascista: l’ab­bandono della fede tradizionale, in Italia, da parte delle giovani gene­razioni. E ciò a dispetto della vasta e apparentemente sicura adesione “popolare” alle manifestazioni “pubbliche” della religiosità tradi­zionale, di cui Taranto offre ancora oggi un illustre testimonianza… Nel primo decennio del fascismo, l’alternativa tra “laicità di massa” e “religiosità popolare” poteva esse­re ancora interpretata come rivali­tà, ma il processo storico stava pre­miando irresistibilmente la prima a dispetto dell’apparente tenuta della seconda. Tale processo fu peraltro agevolato più tardi dalla “scelta concordataria” con il fascismo da parte della Santa Sede, in nome di quella “pace religiosa” che metteva fine alla “questione romana”. Ma ciò sarebbe avvenuto all’altissimo prezzo della rinuncia, da parte del­la Chiesa italiana, a restare “mae­stra” delle giovani generazioni. La strada intrapresa dal giovane Moro era invece proprio quest’ultima: la “resistenza” della coscienza reli­giosa nello Stato totalitario.

Tutta la successiva ricerca accade­mica e l’azione politica di Moro si svolsero dunque all’insegna di que­sta domanda: come può sopravvi­vere la fede in un mondo e in una società che si stanno rapidamente secolarizzando? E come posso­no sopravvivere una cultura e una forza politica e sociale cattolica in una Italia così facilmente preda di ideologie totalitarie: prima il fasci­smo (durante il regime e la guerra) e poi il comunismo (dal dopoguer­ra in avanti)? Con tali questioni se ne intreccia un’altra (di tipo squisitamente “giolittiano”): come garantire l’ingresso delle “masse popolari” (laiche e cattoliche) in istituzioni dove possano parteci­pare pienamente all’esercizio del potere senza mettere in pericolo, ma anzi rafforzando e rendendo più sicuri i diritti della persona, la libertà religiosa e la libertà di co­scienza, nel quadro delle istituzioni della democrazia liberale e rappre­sentativa?

A partire da queste domande si comprendono tre elementi che solo in superficie possono apparire di­sconnessi nella ricostruzione della figura e della personalità di Moro: a) la centralità dell’idea di “per­sona” nel suo pensiero giuridico-filosofico; b) la perseveranza “fino all’ultimo respiro” nella docenza universitaria e nella appartenen­za all’ambiente accademico; c) la grande importanza attribuita alla politica dell’istruzione nello Stato democratico (che troverà applica­zione, tra l’altro, con la introduzio­ne, nel 1958, della “educazione ci­vica” nell’ordinamento scolastico, nel preciso intento di consolidare nella coscienza dei giovani l’ap­partenenza alle libere istituzioni repubblicane).

Dalla Costituente fino alla preco­nizzazione della cosiddetta “terza fase”, gli sforzi di Moro furono tesi alla salvaguardia, tutta “laica”, del­ le condizioni culturali, giuridiche e politiche di uno spazio politico e sociale della identità popola­re cattolica in una Italia in rapida trasformazione. Molto istruttive a riguardo sono le indicazioni con­tenute nel discorso al Consiglio nazionale della DC nel luglio del 1974, all’indomani del fallimento del referendum abrogativo della legge sul divorzio. In quel frangen­te (così facile da accostare nella sua memoria alle sconfitte della “sua” Azione Cattolica negli anni del fascismo) lo statista pugliese consi­gliava ormai “di realizzare la difesa di principi e di valori cristiani al di fuori delle istituzioni e delle leggi, e cioè nel vivo, aperto e disponibi­le tessuto della nostra vita sociale” e stigmatizzava il radicalismo di “quei cattolici che, come cittadini, hanno portato ad una grande prova senza avere consapevolezza della fragilità di valori ideali calati nella realtà di una società in rapida e tra­volgente evoluzione”. In tale dise­gno si inscriveva anche la necessità di una “occidentalizzazione” del comunismo italiano, che lo rendes­se idoneo ad alternarsi con la DC nella competizione elettorale per il realizzarsi in Italia del modello di una “democrazia dell’alternan­za” e, dunque, di una “democrazia compiuta” (nel difficilissimo sce­nario internazionale della “guerra fredda” e della divisione del mon­do in due blocchi contrapposti, con l’Italia “quasi” in mezzo).

Sotto questo aspetto si comprende il coerente perseguimento della linea della “estrema mediazione”, come scelta non tattica, ma stra­tegica, in tutta l’azione politica di Moro, sia nello scenario interno (tra i diversi partiti italiani e nel partito della DC) sia nello scenario internazionale della politica estera di cui più volte era stato diretto e indiretto massimo responsabile. Nulla a che vedere, naturalmente, con il “dossettismo”, che doveva apparirgli profondamente contrad­dittorio e dunque destinato al fal­limento: radicalmente integralista in politica interna (fino alle scon­fitte dei referendum sul divorzio e sull’aborto) e irenicamente “ideali­sta” e neutralista in politica estera, come, in parte, doveva apparirgli anche la posizione di La Pira…

Il fatto che Moro non si facesse troppe illusioni sulla tenuta del “cattolicesimo popolare” in Italia è confermato dalla sua appassionata e laicissima adesione filosofico-giuridica all’idea di “persona” e dalla sua inderogabile (ma non si sa fino a che punto convinta) accetta­zione e difesa del Concordato, per giungere al frainteso e apparente “pragmatismo” della “linea della trattativa” nel distaccato tentativo di salvarsi dalla “condanna a mor­te” delle Brigate Rosse. Ma questo disincanto si integrava con la ne­cessità di salvare ad ogni costo, con il massimo sforzo di mediazione possibile, anche l’unità del “partito dei cattolici”, condizione indispen­sabile per competere elettoralmen­te in modo non subalterno con le forze popolari laiche e comuniste (nell’auspicio, naturalmente, di una evoluzione in senso socialdemocra­tico del Partito Comunista italiano).

Dunque l’esperienza giovanile de­gli anni di Taranto, lungi dal co­stituire una parentesi ancora im­matura della sua vicenda umana e politica, costituisce la chiave per comprendere le basi profonde della formazione della coscienza civile e dello svolgimento di tutta la perso­nalità di Moro, dai primi passi nel mondo accademico e nell’impegno politico fino alla tragica conclusio­ne della sua storia terrena.

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non verrà pubblicato.

Ti potrebbero interessare anche