12 Maggio 2021 - Ultimo aggiornamento il: 12 Maggio 2021 alle 17:00:38

Dante Alighieri
Dante Alighieri

20 settembre 1870, Breccia di Por­ta Pia.

I bersaglieri del generale Lamar­mora entrano in Roma.

Il sogno di Cavour si realizza: la forza motrice e battagliera di Gari­baldi e di Mazzini si compie.

Roma è la capitale del nuovo Sta­to italiano, finalmente libero ed indipendente. Centocinquant’anni or sono. Il Risorgimento italiano aveva una sua storica conclusione e il “Va pensiero sulle ali dorate” dal “Nabucco” di Verdi, diventava la certezza di un sogno per secoli sognato e l’inno di Mameli ne era la fatidica realizzazione.

Ma bisognerà subito dire che, molti secoli prima, quella unità lingui­stica e spirituale l’aveva voluta non un condottiero, né una casa reale, ma un sommo Poeta, un Profeta: Dante.

Quindi l’unità non l’ha fatta la ge­ografia che pure aveva disegnato il famoso “Stivale”, non l’ha fatta un Enea scampato ad un incendio, non l’ha fatta una certa Storia, pur­troppo convulsa tra le tante regioni italiane, meglio tra non pochi Stati italiani e non poche dominazio­ni nel tempo; l’unità l’ha operata la letteratura, meglio la poesia: e Dante di quella unità è stato il pro­feta e l’attore creativo e morale. Fu lui a dare dignità al primo terreno di una futura nazione; dico la “lin­gua”. Un popolo si sente eticamente, mo­ralmente, psicologicamente e senti­mentalmente unito se primamente parla la stessa lingua. Fu Dante a volere, tra parecchi linguaggi del suo tempo (detti dialetti), a scrivere sé in latina per i dotti, ma in “volga­re” per il popolo; a volere che uno dovesse essere il linguaggio degli italiani; non il latino, ormai relega­to alle forze ultime di una opero­sità creativa legata a tempi ormai lontani, e vissuto, stilisticamente, dai “dotti”, ma il “volgare” futura lingua nazionale, un linguaggio che doveva unire il meglio degli altri linguaggi locali o comunali, e come il “miele che fa succo dagli infiniti pollini, e, succo di un colo­re e di un sapore, così il “volgare” doveva essere unitario tra i tanti “dialetti” operanti nell’Italia del tempo. Anche se la tinta linguistica doveva poi estrarsi dal fiorentino. Ma la lingua degli italiani doveva essere una.

Fu quello il grande processo che Dante operò perché un popolo diviso, e non ancora preparato a sentirsi unitario, potesse almeno parlare la stessa “lingua”.

Questo principio creativo e peda­gogico si trasformò attraverso la creazione di un grandissimo poe­ma, la “Commedia”, nel “maestro” operante per tutti i secoli a venire. Dante fu il “maestro”.

Scrisse bene il Tommaseo, che fu celebre commentatore del poema, “al quale avevano posto mano e cielo e terra”, che, prima della “Commedia”, un popolo, l’italia­no, non aveva un suo linguaggio; ma dialetti mentre dominava in alto loco la lingua latina e nella Chiesa di Cristo, Dante scrisse un’opera, “la gittò sul volto degli italiani e disse “leggi”. E continuò il Tommaseo “Conoscere Dante è un dovere per tutti, amarlo un bene comune, studiarlo un diritto della mente e del cuore”.

Certo all’epoca del Poeta il concet­to di “patria” era relegato all’appar­tenenza della propria città; Farina­ta ha per patria Firenze; Sordello, Mantova; Can Grande Della Scala, Verona; solo Dante, esule immeri­to, sentì come grande patria l’Italia pur amando Firenze.

Fu Dante che profetizzò il “Veltro” (If. 100 – III) quale “salvatore” dell’umile Italia dalle lotte fratri­cide e cruente. Un uomo che non ciberà “terra né peltro” ma si ciberà solo di “sapienza, amore e virtute”.

Chi possa essere stato o a chi Dan­te guardava ancora non sappiamo compiutamente, ma la profezia del poeta era l’auspicio di un’Italia uni­ta pur tra popoli diversi; ed unita anche nel linguaggio unitario.

Molti secoli dopo Manzoni in una sua “Ode” celebre scriverà che l’I­talia doveva essere “una d’armi, di lingua, d’altare”.

Ma alle sue spalle c’era ancora Dante. Fu lui che volle rinnovare il sovrano al papato; certo Dante aveva anche vaticinato una monar­chia universale, ma il fulcro di una rinascenza europea doveva avve­nire a Roma, nell’Italia cattolica e cristiana, ma non clericale, dando un duplice primato: al Papato e al Sovrano.

Alimentando, per tal via, altre aspettative che, da Petrarca all’Al­fieri, si vennero coltivando fra i letterati e, quindi fra il popolo; e quello fu il tempo soprattutto di Mazzini pensatore e apostolo dell’unità nazionale.

Certo il Risorgimento fu la divisa, per tanti aspetti, morale e politica di un popolo che si faceva nazione, ma la matrice poetica di quel risor­gimento fu in Dante.

Così il filosofo Vico ebbe a ricono­scere nella sua “Scienza nuova”.

Oggi che l’Italia si appresta a cele­brare la ricorrenza ultracentenaria della nascita del Poeta, il pensiero deve tornare a Dante, il primo Pa­dre della futura Patria.

A Dante così trascurato nelle scuo­le italiane; a Dante per mezzo del quale parliamo dalle Alpi alla Si­cilia la stessa lingua e ci sentiamo, oltre frontiera, uniti.

Tornare allo studio di Dante è un dovere e non c’è vera politica senza vera cultura; e conoscere Dante è la fonte prima della Cultura.

Oggi così umiliata e depressa in un’Italia che poco sa di Dante; la vera civiltà dei tempi e nei tempi è sempre in Lui.

Non dimentichiamolo.

1 Commento
  1. alberto altamura 8 mesi ago
    Reply

    Mi rallegro con Paolo De Stefano per l’ottimo articolo sul padre Dante. Lo studioso ha posto l’accento sulla importanza del pensiero e dell’opera di Dante, che ha saputo dare dignità al volgare e consapevolezza culturale politica e morale a tutti gli Italiani. Lo studioso, con larghezza di riferimenti storici e letterari, ci aiuta a comprendere il ruolo del Sommo Poeta, la sua vis profetica e l’importanza dell’unità linguistica, politica e morale drlla Nazione, da Dante sempre perseguita con coerenza.
    Una bella pagine, insomma, di letteratura e di cultura.

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