11 Maggio 2021 - Ultimo aggiornamento il: 11 Maggio 2021 alle 21:25:15

La tomba di Dante Alighieri a Ravenna:
La tomba di Dante Alighieri a Ravenna

Quando il cardinale Bertrando del Poggetto lesse nel 1328 il “Monar­chia” di Dante, montò su tutte le furie. In questo trattato scritto in la­tino – la lingua delle persone di cul­tura e di potere – sul rapporto fra la Chiesa e la Monarchia, cioè l’Im­pero universale, Dante, in anticipo sui tempi, aveva distinto il potere temporale dal potere spirituale, e si era opposto fermamente al potere temporale del Papato. Addirittura Dante aveva scritto che il potere dell’imperatore non derivava da quello del papa, ma direttamente da Dio e quindi doveva essere auto­nomo e indipendente dalla Chiesa.

Insomma, Papato e Impero, le due istituzioni universali, per Dante erano “due Soli” distinti. Apriti, o cielo! Il cardinale del Poggetto, in quegli anni funesti di guerra fra Papato e Impero, fece bruciare il “Monarchia” in una pubblica piaz­za di Bologna dove egli si trovava, e, non contento di ciò, decise di far disseppellire le spoglie mortali del poeta, morto sette anni prima e se­polto (per fortuna) a Ravenna, per bruciarle “coram populo”, spetta­colo macabro che fosse di lezione a simpatizzanti ghibellini e poten­ziali eretici. Informato in tempo, Ostasio da Polenta, signore di Ra­venna, succeduto a Guido Novello, si precipitò a Bologna e riuscì a dissuadere il pericoloso cardinale, salvando dal rogo le povere ossa di Dante.

I resti mortali dell’immortale poe­ta rimasero così a Ravenna in una tomba modesta (non il tempietto neoclassico costruito nel Sette­cento, restaurato recentemente in occasione del settimo centenario della morte di Dante), una tomba vicino alla chiesa di san Francesco, dove erano stati celebrati i funerali del poeta, all’esterno del chiostro di Braccioforte, in una zona, all’e­poca, alquanto malfamata perché frequentata, di notte, da “vagae mulieres”, le “vagabonde”, cioè le “peripatetiche” o prostitute che dir si voglia. Modesta quanto si vuo­le, la tomba di Dante (anche se nel Quattrocento il podestà veneto di Ravenna, Bernardo Bembo, fece custodire l’antico sarcofago di età romana, dove era stato sepolto il corpo di Dante, in un sacello digni­toso), ma sacra e guai a rivendicare o accampare diritti su di essa per sottrarla ai frati francescani della chiesa di san Francesco, orgogliosi del privilegio di custodire le spo­glie del poeta che aveva tanto bene esaltato il santo fondatore del loro ordine. Infatti, verso la fine del Seicento, i frati litigarono con la comunità di Ravenna per “il diritto di giurisdizione sulla tomba”.

I ravennati sostenevano che essa era distante dal convento e in una pubblica via e poi le chiavi del can­cello erano di loro proprietà; il che era del tutto vero, ma i frati ribatte­vano che il sacello faceva pur sem­pre parte del convento, che tutte le chiese si affacciano su una via e che, insomma, la proprietà appar­teneva solo a loro e nessuno doveva permettersi di avanzare diritti.

Pertanto, quando la mattina del 22 maggio 1692 arrivarono gli operai inviati dal comune per restaurare il sacello quattrocentesco ormai fa­tiscente, i frati sbucarono dal con­vento come furie, muniti di armi improprie (bastoni, zappe…) mi­nacciando di darle di santa ragio­ne ai malcapitati: temevano, non a torto, che i lavori di manutenzione fossero la dimostrazione del dirit­to di proprietà del sacello da parte della città di Ravenna. I lavori, co­munque, andarono avanti lo stesso, ma gli operai furono scortati dagli sbirri e controllati dagli occhiuti fraticelli.

L’aspetto tragicomico dell’incre­sciosa faccenda, però, consisteva nel fatto che in realtà la tomba era vuota e ora vi spiego perché, ma, con pazienza, dobbiamo tornare indietro di oltre un secolo.

I fiorentini avevano compreso un po’ alla volta l’errore commesso nell’aver condannato Dante in con­tumacia, con accuse calunniose, all’esilio perpetuo e, in caso di ar­resto, al rogo, e più volte avevano chiesto a Ravenna la restituzione delle ossa del poeta, ma i ravennati e soprattutto i frati francescani ri­spondevano sempre picche.

Le “avances” dei fiorentini ai ra­vennati erano diventate più insi­stenti nei primi anni del Cinque­cento quando fu eletto papa, col nome di Leone X, Giovanni di Lorenzo de’ Medici, che era fio­rentino, umanista e, per giunta, signore di Ravenna. Fu allora che i fiorentini tentarono il colpo e chie­sero a papa Leone X di ottenere da Ravenna i resti mortali di Dante. Michelangelo, che aveva firmato la petizione, s’impegnava “al divin poeta fare la sepoltura sua chonde­cente e in loco onorevole in questa cictà”, cioè Firenze. In tal modo la riabilitazione di Dante sarebbe stata completa e perfetta e l’“exul immeritus” sarebbe stato accolto dalla sua città, pentita e contrita, con tutti i crismi e gli onori.

La delegazione fiorentina, con il permesso di papa Leone X, si recò a Ravenna nel 1519, tronfia e sicu­ra di spuntarla sui ravennati e sui frati. Al Papa, diamine!, volenti o nolenti, bisognava obbedire per forza. Ma quale non fu lo scorno, quale non fu la meraviglia di tutti quando, nell’aprire la tomba, la tro­varono vuota. Vuota? Sì, vuota.

Che cosa era successo?

I frati si strinsero nelle spalle. Non sapevano nulla, i simpatici furbac­chioni. E invece la sapevano lunga perché erano stati loro a trafugare le ossa del divin poeta. Nel cuor della notte avevano fatto un buco (quan­do si dice, la banda del buco…) nel muro del loro chiostro che confina­va col sacello che conteneva il sar­cofago del poeta; poi avevano bu­cato il sarcofago, avevano estratto, con religiosa attenzione, il cranio, i due femori, le tibie e le altre ossa di Dante e avevano riposto, diciamo così, la “refurtiva” in una cassetta di legno che infine avevano nasco­sto accuratamente nel convento: a dispetto di fiorentini e ravennati. E il magistrato civile che custodiva le chiavi della tomba – vuota- rimase con un palmo di naso, incredulo e sgomento.

Che fine avevano fatto le ossa di Dante? Il segreto durò per secoli, custodito gelosamente dai frati, ma questo lo vedremo alla prossima puntata.

Josè Minervini
Presidente del Comitato cittadino
della Società
Dante Alighieri

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