09 Maggio 2021 - Ultimo aggiornamento il: 09 Maggio 2021 alle 18:23:49

Giovanni di Paolo, Dante e Cacciaguida, miniatura del XV secolo
Giovanni di Paolo, Dante e Cacciaguida, miniatura del XV secolo

– L’interessante articolo di José Minervini sul quotidiano ‘Taranto Buonasera’ del 25-06-2020 sulla famiglia di Dante mi offre l’occasione per fare qualche considerazione.

Cacciaguida (1091 – 1147), tri­savolo di Dante, sposò – dice il poeta – una donna della Valle Padana, assumendo il di lei ‘so­pranome’:

Mia donna venne a me di Val di Pado, e quindi il sopranome tuo si feo (Par. , XV, vv.137-138)

Di Cacciaguida non ci sono per­venute notizie documentate, ad eccezione di un atto notarile del 1189 – era, però, già morto da tempo – e delle informazioni che Dante ha voluto tramandarci:

Poi seguitai lo ‘mperador Cur­rado Ed el mi cinse de la sua milizia Tanto per bene ovrar li venni in grado. (Par., XV, vv.139 – 141)

Pare che Cacciaguida abbia seguito Corrado III di Hohen­staufen, imperatore dal 1138 al 1152, nella Seconda Crociata . L’imperatore gli concesse un titolo di nobiltà, lo nominò Ca­valiere “per bene ovrar”; “per bene ovrar” è da intendersi non per meriti civili, perché questo dovrebbe essere accertato in base a una documentazione e a testimonianze che non ci sono, ma per il coraggio e l’abilità nel combattere con la lancia – come si evince dal ‘sopranome’ che ora esamineremo. Morì forse nel 1147 combattendo eroicamente contro i Musulmani, comun­que non oltre il 1148, perché in quell’anno Corrado III lasciò la Terrasanta, dopo aver subito una grave sconfitta.

Il ‘sopranome’ del trisavolo di Dante, secondo O. Brattö (Nuovi studi di antroponimia fiorentina. Stockholm 1955, pp.15-16) è di origine germanica, di un dialetto del germanico occidentale, ale­manno o longobardo. Dall’Italia settentrionale penetrò poi in To­scana. Il ‘sopranome’ è formato da *ala- ‘tutto, intero’ + *gaizá- ‘lancia’. In longobardo il germ./z/ > r , cioè si rotacizza e gli esiti di *gaira- sono: -gari, -garius.Il termine latinizzato si presenta nel X secolo come Alagherius, Alaghierus, Alighieri. Il signi­ficato del lessema bimembro è “bravo, esperto nell’uso della lancia” (E. De Felice, Dizionario dei nomi italiani, Milano 1992, pp. 56-57; A.Rossebastiano – E. Papa, I nomi di persona in Italia. Dizionario storico ed etimologico,Torino 2005, vol. I, p. 65; N.Francovich Onesti, Vestigia longobarde in Italia (568- 774). Lessico e antroponi­mia, Roma 2000, pp.174 e 176). Accanto ad Alighieri circola­va anche la forma Aldighieri < *alda- ‘vecchio, saggio’ ( che ha come esiti : ald-, alt-,al-) + *gaizá- ‘lancia’. Il significato del lessema non cambia.

Il tipico nome germanico è costituito da un lessema forma­to da due temi con quattro sil­labe e due accenti [ála – géira], come accade nei versi allitteran­ti dell’antica epica germanica e riflettono l’etica guerresca dei Germani: la gloria, il coraggio, la potenza, l’abilità nell’uso delle armi, il comando…Dive­nendo le comunità sempre più ampie, il singolo nome non fu più sufficiente a distinguere, l’u­no dall’altro, gli individui che lo portavano; gli fu allora accosta­to un sostantivo o un appellati­vo che ne denotasse l’attività, le abilità…Questi ‘sopranomi’ sono diventati cognomi e tra­smessi ai discendenti. Lo stes­so avveniva negli ultimi secoli dell’Impero Romano. Il sistema onomastico latino si trasformò. La rituale composizione dei tre nomi:prenome, nome(gentilizio) cognome (Marco Tullio Cicero­ne, Caio Giulio Cesare…) fu so­stituita, nel sec. VIII, dal solo co­gnome (Ambrosius, Arcadius…) forse per influsso greco (Socrate, Platone…) e poiché certi nomi si ripetevano dando luogo a confu­sione, sorse la necessità di svi­luppare un altro sistema basato su nome e cognome, che spesso era un soprannome che poteva riflettere qualità fisiche (Lui­gi Gigante), intellettuali (Carlo Sapienza), l’etnia (Antonio Al­banese) o il mestiere (Gugliemo Muratori)… o un genitivo in -i (Salvatore [filius] Berardi; Maria [filia] Martucci)…

Il non-dantista trova sorprenden­te come il cognome della moglie di Cacciaguida si adatti perfet­tamente all’agire, al comporta­mento in guerra del trisavolo di Dante, che esperto nell’uso della lancia, combatté con l’Imperato­re fino alla morte. Grazie al suo saper maneggiare la lancia con­tro i nemici (“per bene ovrar”), divenne Cavaliere e fu per que­sto – penso – che assunse o gli fu attribuito quel soprannome che, ovviamente, non prese dalla donna di “Val di Pado” e che di­ventò cognome e fu trasmesso ai discendenti.

Nella poesia di Dante non ci sono smagliature, incongruen­ze, tutto è orchestrato con per­fetta concertazione. La scelta di Cacciaguida – così come Dante lo presenta – diede al poeta la possibilità di acquisire un grado di nobiltà, di poter parlare – bene – della Firenze antica, di legare la storia di famiglia e la storia ci­vile con l’impegno politico. Cac­ciaguida prefigura combattendo gli infedeli in nome della fede, l’impegno di Dante che, non con la lancia, ma con la poesia, con la Divina Commedia lotta per la Cristianità.

N.B. Chiedo scusa a Dante per questa mia irriverenza, e ai Dantisti per l’incursione in un giardino che ho ammirato, ma non coltivato, i quali avranno certamente qualcosa da puntua­lizzare e ai quali -però – non ri­sponderò, perché da germanista curioso e preciso, ho presentato elementi che non sono discuti­bili.

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