21 Ottobre 2020 - Ultimo aggiornamento il: 21 Ottobre 2020 alle 16:38:07

Claudio Signorile
Claudio Signorile

Il richiamo di Claudio Signorile ad un “ap­puntamento costituente per il Mezzogiorno d’Italia perché sia federato in una grande e nuova realtà” (Corriere del Mezzogiorno, 15 settembre 2020) è una esigenza avvertita so­prattutto a seguito dei continui sfilacciamen­ti sociali tra Nord e Sud e tra Nord e Nord e Sud e Sud e non solo italiano. Siamo, insom­ma, in una fase, che in verità si trascina da un po’ di tempo, in cui i principi di solidarietà, i valori di una comunità, quella italiana, unita e coesa, si sono persi per strada, lasciando spazio a beceri egoismi ammantati da una politica “sovranista” carica di odio sociale, di negazione del valore della diversità, del non riconoscimento dell’altro come un me stesso.

Pensare ad un patto federato tra le Regioni del Sud ha una ben precisa ragione storica che Claudio Signorile individua nella strate­gicità che viene ad assumere l’Italia nella po­litica europea che vede nel Mediterraneo la centralità delle future scelte europee anche con il Recovery Fund.

Ebbene, questa centralità mediterranea, nel­lo scenario euro-mediterraneo, è non solo necessaria, forse inevitabile per contingen­za storica, ma addirittura giustificata dalle profonde radici della millenaria storia del Mediterraneo e di conseguenza dei popoli dell’Italia meridionale. Il grande scrittore Raffaele La Capria in un libro conversazio­ne (La vita salvata. Conversazione di Raf­faele La Capria, Mondadori) quando parla delle sue radici napoletane afferma: “ho sempre amato il mare in tutte le sue ore. Il mar Me-di-ter-ra-ne-o (cosi scandisce lo scrittore) […] è stato lui a dirmi un giorno chi ero. Tornavo da un viaggio in nave ol­treoceano. L’ho guardato a fondo dal ponte e dentro di lui c’era la mia storia. Mi pareva di vederla risalire a ritroso la storia di tutte le generazioni che mi avevano preceduto e che erano confluite in me. Quel giorno, gra­zie al Mediterraneo, io seppi di essere egizio, greco, fenicio e vennero a galla in un istante […] tutti i miti depositati nel mio inconscio e in quello delle civiltà cui appartengo; seppi i nomi di tutti gli dei che lo abitavano; avver­tii, come me lo mostrava lui, il senso della forza, del limite e del bello”.

Il richiamo di La Capria a un humus cultu­rale comune che lega i popoli del Mediterra­neo e, quindi, anche le genti italiche del Sud fa da sprone a una idea di federazione tra le Regioni meridionali che così avrebbe come collante la mediterraneità e non una appicci­caticcia colleganza dovuta a fattori soltanto contingenti ed economici che, se pur impor­tanti, tuttavia, non riescono a perimetrare il portato valoriale dei popoli del Sud.

La Mediterraneità, dunque, ovvero ciò che si considera tipicamente mediterraneo sotto tutti gli aspetti, geografici, antropici e storici. La Mediterraneità, oggi, da valore positivo sembra assumere determinazione negativa, a causa, purtroppo, di ciò che viene emergen­ do quotidianamente dalla cronaca delle mi­grazioni, legate, com’è noto, a fattori storici, politici ed economici assai complessi che interessano soprattutto la sponda Nord dei paesi dell’Africa che si affacciano sul mare Mediterraneo. Oggi molti cittadini europei (soprattutto del Nord Europa) desidererebbe­ro che il Mediterraneo venisse trasformato in una sorta di fossato sempre più profondo e insuperabile per non minacciare il Vecchio Continente. Il Mediterraneo è così divenuto non più luogo di scambi ed incroci, di inte­ressi comuni e di forme di convivenza, così com’è stato nel corso della sua storia mille­naria, anche se sempre frammezzata da mo­menti di guerra e di pace, ma un coacervo di ansie e di incognite, addirittura viene rap­presentato come metafora del male. Questo mare (nel senso lato di spazio culturale), per amarlo, bisogna conoscerlo veramente, ma, per conoscerlo, occorre andare nella profon­dità, del tempo e dello spazio, per narrarne la sua lunghissima storia, per elogiarne la gran­dezza, per valutarne la decadenza dopo la scoperta dell’America e poi la ripresa dopo l’apertura del Canale di Suez e, oggi, del “raddoppio” di Suez. La riscoperta del Me­diterraneo e della mediterraneità non è affat­to a scapito della verità storica, cioè non vuo­le essere agiografica e ignorare le diffidenze, le inimicizie dei popoli che dallo Stretto di Gibilterra alle coste del Medio Oriente, fra le sponde del Tirreno e dell’Adriatico e quel­le del Nord Africa lo vivono per costituirne la trama e l’ordito delle relazioni intercorse e intrecciatesi fra differenti genti e civiltà, culture e religioni, idee e passioni, liturgie e leggende, che poi costituiscono la storia del Mediterraneo. Una storia che continua e che porta con sé i suoi più preziosi tesori: la democrazia, il diritto, l’uomo e la sua centra­lità, la cultura. Il Mediterraneo, custode di così tanta ricchezza, si schiude a noi come emblema o archetipo di storia, di ragione, di arte e di tutti quei valori che connotano la mediterraneità. L’uomo mediterraneo è ben rappresentato emblematicamente nel personaggio di Ulisse che è l’antesignano dell’uomo moderno il quale, liberatosi dal­la sudditanza agli dei, diventa viaggiatore, scopritore, commerciante, insomma desi­deroso di vivere e di godere della bellezza della vita. “Fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza (Infer­no, canto XXVI). Sì, l’uomo mediterraneo è proiettato alla conoscenza, al primato della conoscenza. Tra i popoli del Mediterraneo i Greci ne rappresentano l’animus, lo spiri­to più profondo dell’Occidente mediterra­neo. Essi sono stati i primi ad avere il senso dell’universale, hanno inventato la libertà, la filosofia, l’educazione, la democrazia. Come giustamente affermava A. Breton, non c’è provincia dell’Europa e della maggior parte di quella gente emigrata in America che non abbia rinforzato l’onnipresenza dei riferi­menti greci e romani, trattenendoli presso di “noi”, talvolta eredi passivi dell’Occidente. Le grandi riflessioni di Platone e Aristotele rispettivamente su chi è il politico (Platone, Politico) e su che cos’è la politica (Aristotele, La politica) hanno spinto l’uomo mediterra­neo a interrogarsi sul valore dello stare insie­me e sul buon governo.

La mediterraneità è intrisa di cultura araba; l’Europa da ben tredici secoli, deve vedersela con questa realtà tipicamente mediterranea. E questo è inevitabile, a causa di un confine marittimo mediterraneo sì lungo, che, tut­tavia, è vicino di poche centinaia di miglia e che inevitabilmente ha generato e genera tensioni, conflitti, migrazioni reciproche.

Ampio è il panorama della cultura araba e tanto ci sarebbe da dire, mi limito a soffer­mare l’attenzione su di un aspetto: il mono­teismo. Gli Arabi con la loro religione riaf­fermarono il valore del monoteismo come tratto distintivo della civiltà mediterranea che è stata consegnata al patrimonio dell’u­manità. Con l’affermazione di un solo Dio, Allah, gli Arabi accentuano alcuni aspetti dell’Antico Testamento e polemizzano con alcuni passaggi del Nuovo. Rispetto al cri­stianesimo, l’Islam fa passi indietro, proprio sul piano della dottrina, questo occorre ri­conoscerlo. Tuttavia, gli Arabi ribadiscono il monoteismo morale (presente nel giudaismo e nel cristianesimo) e, così facendo, contri­buiscono a rendere le religioni abramiche religioni etico-profetiche, in contrapposizio­ne con le grandi religioni asiatiche, meglio qualificate come mistico-sapienziali. Questa base monoteistica comune creò, in effetti, già nei tempi passati, le condizioni per un dialogo interculturale e interreligioso sul Mediterraneo, ancora non realizzabile a cau­sa del prevalere di egoismi e sopraffazioni, ma auspicabile nella misura in cui ci si apra all’umanesimo come orizzonte di senso e si comprenda che la diversità è ricchezza e non pericolo.

Tutte queste caratterizzazioni della mediter­raneità fanno riflettere sulla meridionalità italiana come mediterraneità. Il nostro Me­ridione e il Mediterraneo sono due facce di una stessa medaglia. Se comprendiamo ciò che caratterizza la mediterraneità, sarà più semplice rivolgere uno sguardo meno pre­giudizievole al nostro Sud. I caratteri distin­tivi della mediterraneità, precedentemente descritti, appartengono alla tipizzazione del nostro Sud, anzi ne sono parte fondamen­tale e ineludibile. Di questo forte legame gli economisti e gli attori economici sono pienamente consapevoli (Cfr. SRM (Studi e Ricerche per il Mezzogiorno), in partico­lare la sezione Web Energy & Mediterrane­an observatory). Molto più debole è, invece, questa consapevolezza in ambito culturale in senso lato (antropologico, storico, peda­gogico). È su questo versante che occorre riflettere per meglio leggere l’eterna “qui­stione meridionale” e non tanto per ripren­derla sul piano storiografico quanto piuttosto per sottolineare i valori del Sud alla luce di una mediterraneità riscoperta come comu­ne appartenenza con i popoli che da sem­pre frequentano le sponde Nord e Sud del “mare nostrum”. Per avviare una riflessione “nuova” o diversa sul Sud per il Sud occor­re, innanzitutto, liberarsi da alcune scorie culturali che ne impediscono una lettura meno pregiudiziale e, dunque, più obiettiva (Cfr. F. Cassano, M. Alcaro, G. Goffredo, M. Armiero, C. Donzelli). Bisogna incomincia­re a chiedersi che cos’è realmente, oggi, la società meridionale. È veramente il luogo in cui si concentrano tutti i disastri nazionali? E ancora: il meridione si presenta al terzo millennio alla stessa maniera e con gli stessi ritardi di come si mostrava al Novecento?

Occorre, dunque, ripensare l’identità meri­dionale (Cfr. F. Cassano) senza indulgere a tentazioni nostalgiche (i neoborbonici) né si deve fare ricorso all’aggressività dei mo­vimenti neo-nazionalistici come quello le­ghista diffuso di più al Nord, ma non meno pericoloso nelle sue derive sudiste. Diciamo che si deve adoperare la nostalgia non come elemento negativo, ma come un sentimento costruttivo dal quale muovere per ritrova­re le atmosfere, i profumi, le sensazioni di quel Sud mediterraneo i cui valori ontologici vanno riaffermati per uscire dalla forza di gravità del presente e per ipotizzare un futu­ro diverso, più a misura d’uomo.

Come ha ben evidenziato il grande storico francese F. Braudel nei suoi studi sul Me­diterraneo, l’etnografia, l’antropologia, la demografia, la geografia concorrono a far emergere quelle strutture culturali che con­notano le identità collettive e che perdurano nel tempo, ben oltre gli avvenimenti. Se que­sto criterio storiografico lo applicassimo allo studio del meridione d’Italia, sarebbe possi­bile rintracciare quegli aspetti di” lunga du­rata” tipici del Sud che, nel corso dei secoli, hanno dovuto convivere con gli avvenimenti storici. Pertanto, le caratteristiche del Sud, se prese nella loro atemporalità e, quindi, oltre la corruzione del tempo storicizzato, posso­no essere assunte come modelli strutturali di una civiltà “altra” da quella del Nord, altret­tanto dignitosa e di pari valenza culturale.

Partendo da queste strutture culturali, sto­riche ed economiche di “lunga durata” il Sud può pensarsi “federato” per presentarsi come protagonista nello scenario euro-me­diterraneo.

 

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