22 Ottobre 2020 - Ultimo aggiornamento il: 22 Ottobre 2020 alle 20:15:26

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Riccardo Lombardi, leader socialista, eretico e riformista

Riccardo Lombardi
Riccardo Lombardi

Riccardo Lombadi apparteneva a quella generazione di antifasci­sti che, come diceva Pietro Nen­ni: “ Volle vincere, seppe vince­re, vinse” la lunga battaglia della libertà. Una generazione che ha avuto la forza di educare le successive generazioni, “dando l’esempio – disse Bettino Craxi – di saldezza morale, di lavoro assiduo rigoroso, di fiducia nella giustizia, nella eguaglianza e nel progresso”.

Riccardo Lombardi fu uno dei pochissimi pensatori socialisti che in qualche modo studiò e capì la lezione dell’austromar­xismo, fu studioso di Benedetto Croce, come dei fratelli Rosselli e di Rosa Luxemburg, anche del New deal di Roosevelt, che ai più fu totalmente sconosciuto. Per intenderci, Saragat fu più marxi­sta di Lombardi.

Lombardi era veramente l’a­marxista per eccellenza, il leader politico eretico, laico, anticonfor­mista nelle idee e antidogmatico nelle analisi, nel suo agire nella sinistra storica, la cui espressio­ne non era nelle sue corde. E, comunque, una coscienza critica sempre ricca di intuizioni che a volte sembravano astrazioni, per poi calarle nella realtà, con cui bisognava confrontarsi e dialoga­re. Fu questa la principale ragio­ne per cui era amico della sinistra socialista francese la cui ammi­razione nei confronti di Lombar­di era tale che il suo pensiero as­sunse grande importanza.

Ma chi era Riccardo Lombardi per i socialisti e per la sinistra lato sensu?

Fu il leader della corrente auto­nomista contro Pietro Nenni che aveva istaurato uno stretto rap­porto con i comunisti e, di con­seguenza, fu contrario alle liste unitarie per le elezioni politiche del 1948 e, ovviamente, al rap­porto subalterno con l’Unione sovietica. Dopo la sconfitta del Fronte popolare, con Fernando Santi e Vittorio Foa, a capo del­la corrente di “Riscossa sociali­sta”, Riccardo Lombardi vinse il congresso e fu eletto al posto di Lelio Basso, Alberto Jacometti e l’ingegnere di Regalbuto – Enna – assunse la direzione dell’Avan­ti! Ma l’esperienza durò circa un anno, Jacometti si dimise difron­te alla mancanza di risorse finan­ziarie, Nenni e Morandi ripresero la maggioranza del Psi, grazie a finanziamenti dell’Urss.

Lombardi era il leader che non cercava consenso e voti elettora­li, ma le masse lo amavano e si esaltavano con suoi discorsi in cui il socialismo era di sinistra e riformista. Per non parlare dei giovani, che scorgevano in lui un “rivoluzionario coerente”.

Per Lombardi, “il socialismo di sinistra ha un obiettivo preci­so: vuole le riforme di struttura per incidere sul sistema di potere dell’ordine economico e politico capitalistico. Il socialismo mode­rato, e faceva il confronto con la socialdemocrazia la cui politica porta “nel rinunciare alle riforme più incisive quando si constata che esse – e come potrebbe es­sere altrimenti? – incidendo sul sistema di potere dell’ordine eco­nomico e politico capitalistico, suscitano resistenze e reazioni da parte delle forze – economiche e politiche – danneggiate o mi­nacciate, resistenze e reazioni che non si ha né la volontà, né la forza di fronteggiare”

“Il suo riformismo mirava – scrive Gilles Martinet – a un vero cambiamento della società in una ottica socialista, ma anche nel quadro moderno, il suo pensiero appare profondamente moderno rispetto al discorso rivoluziona­rio classico, Riccardo Lombardi diventerà un riferimento indiscu­tibile quando, dopo la sua recente disfatta, la sinistra italiana intra­prenderà il processo del suo rin­novamento, della sua rinascita”.

Il che dimostra quanto sia attua­le la sua concezione di sinistra, in un periodo in cui, in Italia in special modo, questa vive una crisi talmente ampia e profon­da, che ci fa pensare – a nostro malgrado – che sia irreversibile. Il governismo esasperato delle due componenti di simil sinistra ( PD e LEU) non fanno ben spe­rare. Sono più portate a seguire le scorciatoie che fare le attraversa­te nel deserto per ricostruire una moderna sinistra in chiave socia­lista. La sinistra o è socialista o non lo è.

Secondo Lombardi, il marxismo “rimane elemento fondamentale e antecedente necessario retro­terra non eliminabile di qualsiasi coscienza e pratica politica per gli uomini. Quel che rifiutò, è la pretesa che non fu di Marx, ma lo è stata di alcune correnti mar­xiste moderne, di far di esso una scienza mitica dell’azione dotata di infallibilità propria, appunto, della conoscenza scientifica”.

“Riccardo Lombardi ha aper­to – scrive Signorile in “Socia­lismo oggi” – la sinistra italiana ad una cultura di governo, quan­do le tematiche che la sinistra af­frontava erano tematiche difensi­ve: quando si affidava agli anni a venire il crollo e la fine della so­cietà in cui si viveva. Lombardi parlò allora della strategia delle riforme e, attraverso l’analisi lu­cida e concreta delle riforme di struttura, della loro importanza, della loro capacità di determi­nare nuove aggregazioni sociali, di realizzare una qualità diversa del tessuto economico e degli equilibri del Paese, portò la si­nistra sul terreno di una sinistra di governo. Una sinistra, cioè, capace di vedere i problemi reali della società, non secondo un’ot­tica parziale e partigiana, non secondo la difesa di interessi sol­tanto di classe, ma seguendo una visione complessiva di moderna democrazia industriale, governa­ta e diretta dalle forze popolari, dagli esponenti degli interessi prevalenti del mondo del lavoro e dell’intelligenza, in sostanza da quella sinistra di progresso e di nuova democrazia che egli aveva fortemente voluto”.

In questa ottica, Lombardi si può classificare di tutta la sinistra e non di una parte di questa, par­tendo proprio da ciò, Lombardi ha saputo dare al Psi, – continua Signorile – “un filo rosso di con­giunzione ed una linea di riferi­mento alla quale gradualmente, prima o poi, tutti hanno acceduto: da Morandi a Nenni, da Basso a De Martino, fino alle generazioni successive, quelle che oggi gover­nano il partito e parlano, molte volte senza rendersene conto, e magari in alcuni casi stravolgen­dolo, il linguaggio “lombardia­no” delle riforme e della strategia rinnovatrice”.

Dopo la caduta del fascismo, il Psi si presentava come una sorta di circo Barnum: dagli eredi tura­tiani ai massimalisti di ritorno, ai superstiti, purtuttavia, Lombardi, diede vita a una inedita riflessio­ne politico culturale, anticipando i tempi, che servì molto, allorché, ci fu l’incontro storico tra cattoli­ci e socialisti, per la formazione del primo centrosinistra. Tant’è che fu uno dei protagonisti della trattiva del programma.

Non va dimenticato che Lom­bardi è stato, come dire, il pa­dre dell’Alternativa di sinistra. In proposito, Signorile scrive: “l’’Alternativa che non è un mito, una generica aspirazione, che non assume caratteri escatolo­gici della rivoluzione socialista, ma diventa più concretamente e limpidamente la individuazione di quel quadro di forze sociali e di quel sistema di alleanze politi­che in grado di esprimere una co­mune strategia di riforme ed una qualità di culture di governo del movimento e nel governo delle istituzioni”.

In tal senso, ci fu la polemica con il Partito comunista italia­no, che non fu un duello a sini­stra, piuttosto fu una dialettica di cambiamento, in funzione di una svolta, per una sinistra rinnova­ta in chiave politico e culturale, che non fu ben vista dal gruppo dirigente delle Botteghe oscure ancorato ai vecchi schemi del co­ munismo nazionale e internazio­nale. Tant’è che “per molto tempo immemorabile – disse Lombardi – ho rimproverato al Pci di fare come la General Motors: ciò che va bene per la General Motors, va bene per gli Stati uniti, ciò che andava bene per il Pci andava bene per l’Italia”.

Come poteva condividere una conflittualità tra il Pci e il Psi per attivare una ricerca di una sinistra capace di dare al Paese una politica di Alternativa fun­zionale al governo della “demo­crazia; funzionale all’attuazione della democrazia; funzionale all’attuazione della democrazia riformatrice; non una somma di schieramenti – si ricordi la pole­mica lombardiana sul 51% – ma un obiettivo politico in grado di dare quei risultati pratici cui è fi­nalizzato”.

Lombardi fu autonomista an­temarcia con forte senso di indi­pendenza, ma, nel contempo, non un partito di parte, men che meno, tutto proiettato nel governismo, ossia calato nella mera gestione di potere. Il partito socialista nel­la concezione e nella strategia di Lombardi era incentrato sul par­tito del movimento; in sintesi, un partito impegnato nell’esprimere un progetto di nuova società, con una peculiarità socialista segnata dalla libertà, essendo questa “un valore non astratto, ma concreto che si vive ogni giorno, consape­voli di essere protagonisti della propria storia”.

Lombardi ebbe una concezio­ne del mondo, i cui temi erano in comune con Nenni, nel senso che era necessario avviare processi di trasformazione, attraverso le riforme, per costruire una demo­crazia economica e una società senza diseguaglianze sociali. In questo, i due leader erano due facce della stessa medaglia del socialismo riformista.

Riccardo Lombardi era un si­gnore distinto e solitario, anche quando era circondato da miglia­ia di lavoratori di tutte le età che lo acclamavano, lo festeggiava­no e gli battevano le mani fino a spellarsele.

Lombardi rappresentava per tutte le generazioni un punto di riferimento, con lui ci si sentiva di sinistra, quella sinistra antro­pologicamente, culturalmente, aristocratica, illuministica ed acomunista, incapace di un rap­porto continuo con la realtà e gli orientamento dei lavoratori, come quella comunista che face­va capo ad un altro Vecchio, Pie­tro Ingrao. Insomma, il socialista e il comunista sognavano la si­nistra “dell’assalto al cielo”, de­finizione che diede Karl Marx all’impresa rivoluzionaria della Comune di Parigi, 1871.

Lombardi ed Ingrao furono, senza infingimenti, la sinistra: quella socialista delle riforme di struttura e quella comunista di “Massa e potere”.

I due leader furono sempre mi­noranza nei loro partiti di ap­partenenza, ma maggioranza nel cuore del popolo della sinistra italiana.

“Quando Lombardi – scrive Pa­trignani in” Lombardi e il Feli­cottero” – era Prefetto di Milano, anno di grazia1945, diceva che bisognava procedere alla riduzio­ne dell’orario di lavoro per per­mettere agli operai non soltanto di mangiare e di bere ma anche di avere tempo per l’amore.”

Sul questo solco si mosse Vit­torio Foa, un altro grande Vec­chio della sinistra italiana, che si lamentò che gli operai, alienati dal lavoro, non cantavano e non fischiettavano motivetti di canzo­ni, men che meno brani di melo­dramma.

La proposta della riduzione dell’orario di lavoro fu presa, in Francia, dal presidente Jospin e rilanciata, con poca fortuna, in Italia, da Fausto Bertinotti nel corso del governo Prodi.

L’uomo che assomigliava, – se­condo Montanelli -, sotto alcuni aspetti, di più a Lombardi era Ugo La Malfa, anch’ egli ex del Partito d’Azione. Entrambi parte di quella piccola schiera di politi­ci che “fallirono perché avevano ragione. Sia l’uno sia l’altro sici­liani, fissati di economia e di pro­blemi monetari”.

Fu grazie a Claudio Signorile, Fabrizio Cicchitto, Gianni De Michelis – il rapporto del leader veneziano fu tale che il figlio Al­vise porta come secondo nome quello di Lombardi – e Roberto Spano, che fecero della corrente lombardiana, la sinistra di go­verno a misura dei tempi e dei problemi del paese Italia, senza tradire il pensiero del leader so­cialista. Su questo terreno nasce l’alleanza tra la sinistra lombar­diana e l’autonomia nenniana che portò al Midas, segretario del Psi, Bettino Craxi.

I grandi “Vecchi” del sociali­smo italiano avrebbero gradito un rinnovamento generazionale più soft, indolore e, per dirla tut­ta, nella continuità del rinnova­mento. Non avrebbero mai accet­tato di essere, eufemisticamente, ridimensionati, come un gruppo gerontocratico e, qui, ovviamen­te, inseriamo anche Pietro Nenni.

Per Lombardi, Craxi impersona­va una sorta di “Fuhrer Prinzip”, al contrario dei suoi “discepoli” – Signorile, Gianni De Michelis, Cicchitto e Spano -, che lo vota­rono come segretario, succeden­do a Francesco De Martino.

Lombardi aveva, nei confron­ti di Craxi, il pregiudizio che questi fosse legato ad ambienti socialdemocratici tedeschi, in ve­rità, sbagliava di grosso, perché la Spd aveva il rapporto, invece, con il Pci. In verità, lo conosceva poco, non tenne conto che Betti­no era per la via nazional socia­lista e non incline alle culture politiche estere. Come disse De Michelis: “Craxi era Garibaldi”. A ben pensarci, quello di Craxi era un italosocialismo e la prova provata l’abbiamo avuta, molti anni dopo, con il caso Sigonella.

Quando Lombardi interveniva nella Direzione del PSI, non si sentiva volare una mosca. Scrisse Indro Montanelli:” La sua voce è sonora, la dizione perfetta, le pause cosi e ben scandite che an­che l’ascoltatore più sprovveduto e privo d’orecchio individuava con estrema facilità non solo i punti, ma anche le virgole”.

Prendeva la parola per primo, dopo la relazione del segretario nazionale, mentre, nelle riunioni di corrente, nella sede di via della Croce, interveniva dopo l’intro­duzione di Claudio Signorile.

Il suo stile rigoroso lo portava a seguire attentamente tutti gli in­terventi dall’inizio alla fine, con gli occhi che guardavano lonta­no, senza mai scomporsi, “con quel viso cavallino, quelle sue dita lunghe e magre sopra il naso a becco”. Riccardo aveva – scrive Carlo Patrignani – il “volto asim­metrico per colpa di una mascel­la rotta, fracassatagli dai fascisti a colpi di sacchi pieni sabbia e incassato nelle spalle, dalla voce profonda, laico e di forte senti­mento etico, libertario e ribelle all’ordine costituito, allo status quo; acomunista per rivendicare una identità socialista pienamen­te autonoma dal PCI ma anche dalla Dc; fautore del neutralismo rispetto alle due superpotenze, USA e URSS; teorico della non violenza come prassi di lotta po­litica finalizzata, – in questo, c’è un trattino che accomuna Pan­nella a Lombardi ndr- mediante il paradossale riformismo rivo­luzionario, a realizzare la società socialista perché: o si trova una soluzione socialista oppure sia­mo alle barbarie”

Negli ultimi anni, il suo fisico alto, snello e imponente vacilla­va, per questo si accompagnava, in modo elegante, con un bastone di legno chiaro.

I suo discorsi fatti a braccio, senza mai leggere una carta. Solo una volta scrisse su un foglietto Cuba, in un dibattito sulla politi­ca estera alla Camera e interven­ne per un’ora.

Se in una riunione c’erano nuvo­le di fumo e nell’aria aroma di ta­bacco, lì c’era Riccardo Lombar­di che alternava la pipa al mezzo toscano.

Scrisse ancora Montanelli:” Se Nenni è incantatore, l’onorevole Lombardi è un dominatore”. Un “Giacobino”. Tant’è che quando punta il dito verso la sala, ognuno imbastisce un precipitoso esame di coscienza per scoprire come, dove e quando ha peccato.

Weltanschauung, per cui era lungimirante e, nello stesso tem­po, presbite e denigrava tutto ciò che non implicava la scienza e tecnica, la trasformazione e la ristrutturazione dello Stato e del­la società. Per smentire, qualche “spretato” socialista, che in gio­ventù fu della sinistra socialista, dovrebbe sapere che il milieu dell’intellighenzia italiana di gran razza, non comunista era lombardiana. Ci sarà pure una ragione vivaddio. Come non può essere erede di Lombardi chi fu scissionista andando a parare nel Psiup. Il che significa che non era portatore, da un lato, di una cultura autonomista come quella di Riccardo Lombardi, dall’altro, di una concezione scissionista, tant’è che il leader socialista condannò, – tesi avvallata anche da Fabrizio Cicchitto – ogni tipo di separazione dal Psi: da quella di Palazzo Barberini di Saragat del 1947 a quella del 1964 a gui­da “carrista”, sostenitori dei carri armati sovietici che stroncaro­no la rivoluzione ungherese del 1956. Non ha mai piegato il capo “allo spirito di scissione”, diceva Antonio Gramsci, e alle scelte manichee. In questa scissione confluirono Lelio Basso e Vitto­rio Foa. Ciò per me ancora oggi resta inspiegabile la loro adesio­ne al Psiup, visto che erano anni luce lontani da Tullio Vecchietti e Dario Valori, i cattivi eredi di Rodolfo Morandi, che fu uno de­gli attori principali dell’incontro storico dei socialisti con i catto­lici Dc. Il rapporto lo ebbe con la gerarchia della compagnia del Gesù.

I due giorni che io trascorsi in Puglia – in provincia di Bari: An­dria -, per delle manifestazioni, con Ena e Riccardo, sono, per me indimenticabili, perché mi hanno permesso di stare vicino ad un grande leader, al di fuori del for­malismo della vita di partito.

In quei giorni, imparai molte cose, in particolare, capì che il rapporto privilegiato, nella for­mazione del primo centrosinistra, Riccardo Lombardi lo ebbe con Amintore Fanfani, uomo prag­matico e decisionista e non con Aldo Moro, dato che tutti gli argomenti di cui si discuteva, – affermò il leader socialista- “li trattava come se avesse in mano un pezzo di argilla”. Cioè la trat­tativa aveva tempi lunghi ed era snervante, con Moro sempre sfin­ge e “fresco come una rosa”, per dirla con Boccaccio.

Di Riccardo Lombardi, abbia­mo parlato in lungo e in largo e non poteva essere diversamente, di fronte a un personaggio uni­co e solo nel panorama politico italiano, per dipiù, attorno a lui si formò una classe politica di prim’ordine, che gestì il Psi e an­che governò il -Paese, negli anni Ottanta sino al Novantadue del Novecento.

La sinistra di Riccardo Lom­bardi, che era una corrente ide­ologizzata, culturalmente di alto rango, politicizzata, con una buo­na base di settarismo, aveva fino all’avvento di Craxi, uno stato maggiore granitico e affiatato, guidato da Claudio Signorile in primis e da Fabrizio Cicchitto, Gianni De Michelis e da Rober­to Spano. Cioè dai quattro che, nell’ambito della Direzione del PSI, – con segretario Francesco De Martino -, singolarmente ave­vano responsabilità di un settore di lavoro.

Pasquale Nonno, che allora scriveva sul settimanale Pano­rama, -dopo molto tempo dopo fu direttore de “Il Mattino” di Napoli-, scrisse un articolo sulla sinistra lombardiana, -se pur pic­cola corrente era al centro della vita nazionale per la sua vivacità culturale e politica -, di cui ispirai anche il titolo, prendendolo dal film di Sergio Leone:” Il buono, il brutto e il cattivo”. Chi era “Il buono, il brutto e il cattivo”, tra i tre: Signorile, De Michelis, e Cic­chitto? Meglio lasciare la scelta all’immaginazione del lettore.

Gianni De Michelis, con Ro­berto Spano, aveva lasciato la Sinistra socialista, per passare in modo autonomo, con la sua peculiarità culturale e politica di origine lombardiana, nella mag­gioranza di Craxi non confon­dendosi con i craxiani. Nel senso che si rapportò direttamente e lealmente con Bettino, ma non confluì organicamente nell’area craxiana.Gianni De Michelis guardava tanto il passato quanto il presente, ma era bravo e lesto a disegnare scenari nazionali e internazionali. Pur proiettandosi verso il futuro, era portato alla concretezza, da buon professore di chimica, ragion per cui Gianni era solito ripetere che “aveva una cosa in comune con Riccardo: io ero chimico, lui un ingegnere, avevamo quindi una formazio­ne in carattere scientifico che su Riccardo ha pesato moltissimo”.

Morto Lombardi il 18 settem­bre del 1984, Claudio Signorile, naturalmente, prese le leve del comando e la leadership e, nello stesso tempo, cambiò pelle alla Sinistra socialista: tant’è che pas­sò dal “riformismo rivoluziona­rio”, o, meglio dire, dal “riformi­smo radicale”, al “riformismo di governo”, tutt’uno con l’alternan­za socialista. Aspettiamo Signo­rile che dica la sua su Riccardo Lombardi, visto che fu “maestro e donno” della sinistra lombar­diana. Ci aspettiamo la storiciz­zazione del pensiero di Riccardo Lombardi, nel contesto italiano populista e sovranista.

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