09 Maggio 2021 - Ultimo aggiornamento il: 09 Maggio 2021 alle 18:23:49

Cronaca News

Il Nord che riparte da Sud: il futuro post Covid

Unione Europea
Unione Europea

Nell’Era del post-Covid si re-innesca la Gran­de Questione Meridionale, o meglio post-Meridionale, – lo dice bene Claudio Signori­le su queste pagine alcuni giorni fa. Ma non meno rilancia la Grande Questione del Nord che dall’Unità storica possono oggi farci sa­lire sull’Autonomia dopo la crisi dello Stato Piano (del debito e del welfare) e la crisi di quella che fu la risposta regionale nel 1971 con 20 staterelli fragili e centralistici inca­paci di rispondere alle sfide della globalizza­zione asimmetrica e che la crisi sanitaria ha disvelato, più al Nord che al Sud, dovremmo dire. Perché è chiaro che se la pandemia ha messo in discussione la globalizzazione non ha anche riacceso gli stati nazionali e nem­meno i piccoli regionalismi chiusi. Il mondo post-covid non sarà ne “piatto” o uniformato a qualche pachiderma emergente o calante, né sarà iperframmentato. Avrà bisogno di un po’ più di coordinamento e di collaborazione, isti­tuzionale, sanitaria e politico-culturale prima che economica, imperniato attorno ad aree regionali “omogene”, probabilmente multi­culturali e multilinguistiche, dalle Alpi alle Piramidi, potremmo dire con qualche evo­cazione. Perché di Era ormai dobbiamo par­lare – per cogliere il salto storico-politico ed economico-istituzionale nel quale siamo in­castrati e dove i nodi si sono attorcigliati ine­stricabilmente (non sempre in modo vizioso): tanto demografici, climatici e sanitari quanto economici, educativi e culturali. Ai quali si sono aggiunti quelli di una classe dirigente “emergenziale” ma incapace di fronteggiare le emergenze strutturali con uno sguardo lun­go e lungimirante come lo ebbero i costituen­ti, perché bloccata dove anche neo-sovranismi e neo-nazionalismi si sono inceppati.

Il paese – come dicono molti – va sbloccato con coraggio e lungimiranza soprattutto con un Recovery Fund all’insegna di un Green New Deal come strumento “esterno” a rap­presentare la ripresa di una idea di Europa utile e virtuosa perché pace e prosperità pos­sano tornare a veleggiare e non frangersi tra le onde dei “suprematismi” globali di USA e Cina, o più “piccoli” di Russia e Turchia che non rappresentano certo la risposta ai flagelli planetari emergenti che richiedono invece più cooperazione e multilateralismo, nella soli­darietà e nell’inclusione dentro reti di regioni omogenee e interconnesse. Una Europa che il post-covid ha allargato nella vasta area Medi­terranea che è la culla di vecchi e nuovi con­flitti dove si scontrano da secoli pulsioni re­ligiose antiche e antiche migrazioni (per pane e acqua) con le frustate climatiche e sanitarie dell’oggi e di ieri che hanno aggiunto nuove migrazioni (lavoro, pace, libertà ed educa­zione dei figli). Una Europa meno “distante o indifferente” e meno “egoista” vista la crisi dei neoliberismi o dei capitalismi di matrice neo-mercantilistica dagli anni ’90, ma anche del più moderato ordoliberalismo cannibaliz­zato tuttavia dal “terrore tedesco” per il debi­to che ha prevalso nelle politiche “restrittive” degli ultimi 20 anni in Europa, in presenza del disaccoppiamento tra liberalismo e idea di nazione e che le democrazie devono rico­struire “superando” gli Stati Nazionali. Una Europa dunque sempre più necessaria come attore geo-strategico nella frammentazio­ne planetaria e come ricostruttore per “reti regionali omogenee”, ancora ponte necessa­rio tra Oriente e Occidente entro una nuova centralità che ne rinsaldi solidarietà e unità e che la pandemia ha confermato. Supera­mento che corre verso “reti regionali europee omogenee”, economicamente e politicamente integrate. E’ qui che l’unità europea si deve rinforzare “decentrandosi” in chiave multire­gionale dall’economico (moneta) al politico (Federazione). Reti regionali omogenee per­ché più flessibili e adattive capaci di cambia­mento nella collaborazione creativa, rispetto al “mercatismo” americano e allo “statali­smo” cinese o al “neo-lobbismo corporatista” russo o turco. In Europa come in Italia esplo­rando nuovi e più avanzati equilibri tra poteri condivisi del centro e non condivisi dei singoli stati/macroregioni nell’”autonomia regolata”.

Lo strumento “interno” è allora rappresen­tato da un nuovo multi-regionalismo, più ca­pace di autonomia autentica alimentata da una nuova efficienza economico-istituzionale (flessibile, creativa, adattiva) che guardi al Sud come la più grande piattaforma europea (economico-culturale e infrastrutturale) pro­tesa nel Mediterraneo, cuore dei nuovi traffici economici e turistici oltre che culturali, anche in coo-petition con la finanza globale. Che nella distribuzione di tolleranza e accoglienza trovi nuova identità autopropulsiva tra mare, infrastrutture e bioeconomia. Una “efficien­za” che è nelle corde profonde del Sud capace di produrre lavoro stabile e imprenditorialità lontani dal secolare “assistenzialismo” che ne ha piagato le coscienze prima di piegarne il corpo sotto i colpi di clientelismi e crimina­lità diffusi. Servono risorse che possono deri­vare solo da un nuovo perimetro istituzionale – che in questo possono riunire Sud e Nord – per sviluppare competenze progettuali di area vasta che richiede una scala di azione macro­regionale oltre il flagello della frammenta­zione e della piccola borsa clientelare e/o di campanile. Le Repubbliche Marinare si fece­ro grandi quando condivisero informazioni e traffici, competenze e conoscenze allargando il raggio d’azione rinnovandosi, ma divennero piccole quando difesero egoisticamente quan­to avevano accumulato in una manciata di secoli, aprendo a nuovi attori “più aperti e in­terconnessi” come le potenze marinare nord-europee che cresceranno con il colonialismo.

Un Sud da 20 milioni di persone può colla­borare con Centro e Nord ricomposti a loro volta in due o tre regioni da 15 a 20 milioni di abitanti e insieme competere e collaborare nel Mediterraneo esplorando nuovi equilibri tra geo-politica e geo-economia, come labo­ratorio e palestra imprenditoriale con start-up e spin-off dal turismo alla manifattura. Fa­cendo ripartire in questo modo una prosperità partecipata e condivisa tra digitalizzazione, infrastrutture e bioeconomia nel perimetro di una economia circolare e sostenibile nell’au­tonomia. Che reinneschi una ascensione so­ciale dinamica ripartendo dai giovani con un rilancio di una manifattura di filiera, di piattaforma e di prossimità e in questo riuni­ficando Nord, Centro e Sud. Perché se a Sud siamo la più grande piattaforma logistica in mezzo al Mediterraneo al Nord siamo la più diffusa e potente rete manifatturiera del pia­neta. Due facce di una stessa medaglia che se connesse da un nuovo multiregionalismo possono riportare in alto la nostra creatività e produttività, bloccata da oltre 25 anni. Ri­partendo dall’alto con uno Stato più veloce, snello, sburocratizzato e decentrato, senza pulsioni dirigistiche ma capace di politiche attive dal lavoro all’innovazione fino alle concessioni autostradali e aeroportuali. Dal basso, con un federalismo comunale che ab­biamo già nel nostro portafoglio istituzionale e culturale, facendo convergere e unificando le strategie di municipalizzate e partecipate iper-frammentate (oltre 7000 partecipate che fatturano 43 miliardi e investono 115 miliar­di, per 300mila dipendenti), infrastrutture localistiche e chiuse (dagli acquedotti, alle spiagge, agli aeroporti, alla sanità), equilibri idrogeologici che richiedono cura multiregio­nale come l’acqua e l’energia o la formazione superiore. Attivando politiche industriali lo­cali macro-regionali mobilitando le aree me­tropolitane oltre il loro perimetro tradizionale perimetro con logiche di rete (plurilocali). Anche con una rete di agenzie, sul modello francese per l’energia e l’innovazione o la ri­cerca in collaborazione con università e cen­tri di ricerca, internalizzando le esternalità – direbbero gli economisti. Anche in questo Nord e Sud sono simili. Così vanno aperte le università verso cooperazione e collabora­zione interdisciplinare per nuove eccellenze promuovendo il merito, i giovani e le donne, strappandole ai vincoli delle lobby locali, al sud come al nord, incardinandovi la capacità di progettazione europea sui fondi comunitari distribuita su più regioni almeno al 70-80% per nuove alleanze tra pubblico e privato. Pro­vando a ridare agli italiani l’orgoglio di es­serlo con l’aiuto dell’Europa e che ora con il Recovery Fund non possiamo sbagliare, non ci è più consentito. Pensiamo a progetti che ci consentano di recuperare i nostri svantag­gi decennali, per esempio che “anticipino” le Macroregioni, dal Nord al Sud, ca va sans dire.

Luciano Pilotti
ESP Università Milano

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