09 Maggio 2021 - Ultimo aggiornamento il: 09 Maggio 2021 alle 08:03:03

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Un sogno inquietante e il miracoloso ritrovamento della cassetta

Dante Alighieri
Dante Alighieri

1865: sesto centenario della nascita di Dante e sesto atto della tormentata vicenda dei resti mortali del Divino Poeta. Ed eccoci all’incredibile risoluzione del giallo.

Un certo Grillo, sagrestano e custode della cappella Braccioforte, dove era solito dor­mire, uomo di forte stazza e gran bevitore di vino, durante una notte di maggio del 1865 so­gnò Dante che camminava intorno al chiostro e alla cappella Braccioforte: “Io sono Dante” – ripeteva nel sogno quell’ombra indicando a Grillo un punto del muro- “Io sono Dante”. Il sagrestano con la fama di beone, molto im­pressionato da quella che era stata per lui una “mirabile visione”, fu preso in giro dagli ami­ci ai quali aveva raccontato il suo sogno e che gli consigliarono di non bere troppo vino pri­ma di dormire. Ma qualche giorno dopo – udi­te, udite- esattamente il 27 maggio del 1865, “alle ore 10 antimeridiane circa”, quando si stava restaurando il tempietto neoclassico del Morigia e la cappella Braccioforte per la ri­correnza del sesto centenario della nascita di Dante, un operaio, tal Pio Feletti, mentre col piccone stava abbattendo parte di un muro, proprio nel punto indicato da Dante nel so­gno di Grillo, inascoltato e deriso custode, vide cadere ai suoi piedi una cassetta di legno di metri 0,77 per 0,284 per 0,30, cui là per là non si dette importanza. Sulla cassetta, cor­rosa dall’umidità, c’era una scritta pressoché illeggibile in latino che uno studente, Anasta­sio Matteucci, con un evidente talento di epi­grafista, ma in seguito notaio, seppe tradurre. OSSA DANTIS… Ossa di Dante: bastarono queste due parole ad Anastasio Matteucci per intuire l’importanza della cassetta sulla qua­le si leggeva, inoltre, sempre in latino, che un certo frate, Antonio Sarti, il 18 ottobre 1677 aveva collocato le ossa del poeta proprio in quella cassetta che in seguito, come già sape­te, era stata murata dai frati, quando avevano dovuto abbandonare il loro convento dopo la legge del governo napoleonico del 1810 sulla soppressione degli ordini religiosi. Così, per caso, le ossa di Dante furono finalmente ri­trovate, messe in salvo, ricomposte ed esposte in un’urna di cristallo dal 26 giugno del 1865 fino a qualche mese dopo.

Sull’onda emozionale del miracoloso rinve­nimento, nuovamente Firenze che all’epoca era capitale d’Italia, avvalendosi di questo prestigio, chiese a Ravenna i resti del poeta e nuovamente Ravenna rispose di no. Non solo, ma quando si diffuse in città la notizia che un archeologo, Giovanni Gozzadini, inviato dal Ministero della Pubblica Istruzione per stu­diare le ossa del poeta, ma forse, si mormorò probabilmente a ragione, per farsi consegna­re in gran segreto la preziosa cassetta, scoppiò un tumulto sotto l’albergo della Spada d’Oro dove alloggiava Gozzadini che, a ogni buon conto, scappò a gambe levate da Ravenna sen­za farvi mai più ritorno. Nella confusione e nell’emozione di quei giorni ci fu chi appro­fittò della scoperta: uno scultore, nel mese di giugno del 1865, rubò alcuni frammenti delle ossa di Dante che poi vendette a prezzi stella­ri. Quei frammenti non sono stati più ritrovati. Invece una falange di Dante, rubata da uno scienziato che, per macabro feticismo, voleva venerarla come reliquia, fu restituita al comu­ne di Ravenna dallo scienziato stesso, pentito in punto di morte del suo atto sacrilego.

Dopo l’archeologo, arrivarono a spron battuto gli antropologi. Questi dottoroni, per misura­re il volume del cranio di Dante, lo riempi­rono di riso, poi affermarono che il cervello del poeta doveva pesare 1649 grammi, che il cranio era dolicocefalo e non molto grande, specie se confrontato con quello di Napoleo­ne. Dallo studio delle ossa, gli antropologi de­dussero anche che Dante doveva essere stato alto un metro e sessantasette centimetri. Poi il tutto fu riposto in una cassa di noce che fu calata nel sarcofago di marmo e finalmente Dante poté riposare in pace. In pace? Tanto per cominciare, intorno al tempietto divampò un’accesa battaglia fra neoguelfi e neoghibel­lini, anche questa a puntate. Nel 1865 le au­torità ecclesiastiche non furono invitate alle celebrazioni dantesche con tutte le polemiche che ne seguirono. Nel 1908 la Società Dan­tesca offrì la lampada perenne per il tempiet­to, ma né il governo né il clero parteciparono alla cerimonia d’inaugurazione. Nel 1921 re Vittorio Emanuele III non fu invitato ufficial­mente alla cerimonia solenne in occasione del sesto centenario della morte di Dante, però intervennero, in netto anticipo su Peppone e don Camillo, monsignor Giuseppe Mesini, arciprete di sant’Apollinare Nuovo, e il sinda­co Buzzi, repubblicano e anticlericale. Mon­signor Mesini offrì sorridendo diplomatica­mente al sindaco burbanzoso un ramoscello d’alloro perché lo deponesse lui sulla tomba di Dante e Buzzi, commosso dalla gentilezza del sacerdote, gli chiese, in dialetto, di dare una benedizione, una bandizion, alla tomba, perché, disse a bassa voce per non farsi senti­re dai suoi compagnoni, Dant l’era catòlic. E pace fu tra “guelfi” e “ghibellini” di Roma­gna, fra l’Italia cattolica e l’Italia laicista. Nel nome di Dante. Sempre nel 1921 i professori Giuseppe Sergi dell’Università di Roma e Fa­bio Frassetti dell’Università di Bologna ripre­sero lo studio delle ossa del povero Dante e dimostrarono che sicuramente il poeta doveva aver sofferto di artrite e uricemia. Gli scien­ziati lavorarono all’insaputa di tutti, evidente­mente per evitare fanatismi, eventuali sospetti con probabili tumulti e tentativi di furto. A seguire gli studi furono solo monsignor Mesi­ni e il custode della tomba, Antonio Fusconi, invalido della Grande guerra, che trascorse tutta una notte in piedi, davanti alla tomba scoperchiata, per rispetto verso il poeta.

Non è ancora finita. Ultimo atto della tragi­commedia e nuovo trasloco delle ossa di Dan­te che il 23 marzo del 1944, durante la secon­da guerra mondiale, furono nascoste un’altra volta ( e speriamo che sia l’ultima) per metter­le in salvo dai bombardamenti; precisamen­te furono sepolte vicino al tempietto, sotto un tumulo coperto da vegetazione, nel punto oggi contrassegnato da una lapide commemo­rativa. E Il 19 dicembre 1945, “Deo gratias”, la cassetta fu ricollocata nel tempietto. Ma l’ “accanimento” degli antropologi e soprattut­to degli anatomopatologi è andato avanti fino a qualche anno fa quando…

Josè Minervini
Presidente Comitato cittadino Società Dante Alighieri

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