05 Agosto 2021 - Ultimo aggiornamento il: 05 Agosto 2021 alle 05:58:00

Cronaca News

Le navi da crociera inquinano come l’industria

Una nave da crociera
Una nave da crociera

Sono decenni che la nostra città si batte per la “reindustrializzazione”. Slogan come: industria verde, rilancio del porto, diversificazione, rimbalzano sulla pagine dei giornali e negli atti degli enti lo­cali almeno dal 1972, quando finì il raddop­pio dell’Italsider e migliaia di operai rima­sero senza lavoro. Chi scrive ha partecipato per oltre dieci anni a tutti gli incontri che si sono svolti tra Palazzo Chigi e Palazzo di città dagli anni Ottanta e alla metà dei Novanta (quando l’azienda passò ai Riva), e ne ha scritto.

Ciò premesso, entro subito nel merito di una questione che ho già affrontato più vol­te e che mi illudevo attirasse l’attenzione di quanti hanno a cuore le questioni ambienta­li: la portualità.

Una cosa va chiarita: se è vero che essa può rappresentare un’alternativa produttiva, ammesso che decolli veramente, non è asso­lutamente un’alternativa all’inquinamento industriale, non rappresenta per niente uno sviluppo sostenibile, anzi: è per molti versi persino peggiorativa rispetto all’industria.

Lo scrivo da cultore delle questioni indu­striali, delle quali mi sono occupato per decenni sul “Corriere del giorno” e so di contraddire l’entusiasmo di quanti esalta­no, un po’ acriticamente, le potenzialità del porto, sia dal punto di vista commerciale che da quello turistico. Mi rivolgo soprat­tutto a quelle associazioni che sono così attente all’inquinamento dell’Ilva, ma non si informano a sufficienza sui rischi legati all’inquinamento delle navi, e agli ammi­nistratori che, ne sono certo, cureranno di approfondire la questione in vista di futuri sviluppi. Basta sfogliare giornali e agenzie informate per sapere, ad esempio, che, dati alla mano, nella sola Europa ogni anno per­dono la vita almeno 50.000 persone a causa dell’inquinamento prodotto dalle navi.

No, non mi rifaccio a siti pirati, oltranzi­stici o tendenziosi ma alla ricerca commis­sionata dalla Commissione Europea. Già sul quotidiano “Il Manifesto” nell’edizione del 2 agosto 2019, in un servizio firmato da Serena Tarabini leggevamo: “In una recen­te stima della Commissione europea risulta che almeno 50mila cittadini europei all’an­no muoiono a causa delle emissioni del tra­sporto marittimo. Ciononostante il tema è sempre stato poco discusso e i suoi danni sottostimati. Ad occuparsene in Italia grup­pi ambientalisti come «Cittadini per l’aria» che da anni sollevano il problema dell’im­patto delle emissioni marittime e la neces­sità di una regolamentazione più rigorosa per il Mar Mediterraneo. Da qualche tempo finalmente qualcosa si muove. A gennaio la Francia aveva annunciato la volontà di istituire una zona internazionale di limita­zione dell’inquinamento delle navi (ECA) a livello di Mediterraneo per ridurre l’inqui­namento atmosferico del settore marittimo. Poco dopo anche la Spagna ha offerto il suo supporto”.

E l’Italia? Beh, anche il nostro Paese si è mosso e, nell’ambito del G7 dei ministri dell’Ambiente, ha contribuito alla decisione di realizzare un’iniziativa congiunta per ot­tenere la dichiarazione di una ECA da parte della Commissione Europea. Un passo im­portante in relazione a un problema reso più grave anche da una legislazione a macchia di leopardo. “Con l’industria marittima – avverta ancora la collega de “il Manifesto” – in termini di riduzione dell’inquinamento atmosferico si è molto indietro rispetto ad altri settori.”

Ma questo è solo ciò che riguarda la buo­na volontà. Indicazioni ce ne sono a iosa, solo a volerle ricerca. Secondo T&E – Transport&Environment, centro ricerche con sede a Bruxelles sostenuto da 60 di­verse associazioni ambientaliste “not-for-profit” dell’Unione Europea, che ha svolto un’analisi col supporto di immagini sa­tellitari, le ciminiere della sola flotta del più importante operatore del mondo delle crociere (Carnival) emettono dieci volte più ossidi di zolfo dell’intero parco auto circo­lante in Europa!

“I dati di T&E – leggiamo nel rapporto – do­cumentano come i carburanti a basso prezzo impiegati dai motori marini vanifichino nei fatti ogni misura presa per limitare l’inqui­namento nelle città alle spalle degli scali”.

Ma continuiamo e diamo un’occhiata in giro. “Il caso più clamoroso è quello di Barcellona, dove le 105 navi da crociera ap­ prodate nel corso dell’anno hanno rilascia­to nell’atmosfera oltre 33mila tonnellate di ossidi di zolfo, quando l’intero parco circo­lante della città catalana (560mila auto) non supera le 7mila tonnellate di emissioni in 12 mesi”.

Sapete chi è al terzo posto in questa clas­sifica? C’è Venezia, con 27mila tonnellate di origine nautica mentre sono poco più di 2mila generate dal parco circolante dell’a­rea di Mestre (110 mila auto). Quarta è Civitavecchia, dove le 76 navi da crociera approdate nel 2017 hanno portato a un bi­lancio degli ossidi di zolfo dell’ordine di 22mila tonnellate, contro le poche centina­ia legate alle 35mila auto immatricolate in città.

Una riflessione interessante, se pensiamo a quanta attenzione si pone sulle emissioni del traffico veicolare, che è assolutamente trascurabile rispetto alle emissioni delle navi.

Il problema più grave è dato dal fatto che queste navi restano in moto continuativa­mente ed emettono gas tossici in continua­zione, in enormi quantità. Si è pensato an­che, e qualcuno ha provato, di evitare che le navi restino in moto, alimentandole con elettricità di rete, e lo ha fatto ad esempio la Campania con i piccoli traghetti che col­legano le isole, ma le grandi navi assorbi­rebbero una quantità di energia tale da fare concorrenza a una media industria.

Specificamente per le navi da crociera, secondo il dato recente della Procura del­la Repubblica di Venezia: “Le gigantesche città galleggianti, con migliaia di cabine, piscine, casinò, discoteche e ristoranti in­quinano come 14.000 automobili” (ognuna, naturalmente!). Civitavecchia lamenta dal 2005 che la prima causa dell’aumento dei tumori nel territorio è il traffico navale. Lo ignoravate? Bene, anche a Bari cominciano le preoccupazioni, da quando le grandi navi sono divenute di casa.

Ancora qualche dato che desumiamo dal “Climate Change Adaptation and Mitiga­tion in the Tourism Sector: Frameworks, Tools and Practices”, di United Nations En­vironment Program, insieme all’Università di Oxford, (p.102): Complessivamente, le navi da crociera oceaniche producono al­meno il 17% delle emissioni totali di ossidi di azoto, contribuendo a più di un quarto delle emissioni totali di ossidi di azoto nel­le città portuali e le zone costiere. In più, i rifiuti delle navi da crociera influenzano negativamente la capacità di recupero degli ecosistemi marini, distruggendo le barriere coralline.

Questo teniamolo presente in vista dei pro­getti di valorizzazione del nostro ecosiste­ma marino!

Chi si imbarca per diletto su un gigante ma­rino sappia che le emissioni di CO2 che su­birà potranno essere fino a 1000 volte supe­riori rispetto a un viaggio in treno. (Fonte: “Climate Change…del 2008, (37, 134). Sì la data è corretta: sono anni che queste cose si sanno, solo che la situazione nel frattempo è peggiorata.

Questi sono solo alcuni dati ufficiali o scientificamente accreditati. Ne girano di peggiori e più allarmistici (che facilmente potrete trovare in rete) e che noi non accre­ditiamo per prudenza, anche se potrebbero essere verosimili, ma il tutto ci induce a sottolineare semplicemente questo: non fac­ciamo che ora ci buttiamo a braccia aperte sulle grandi navi, mercantili e da turismo, come facemmo con l’Italsider, per fame di lavoro e modernità, per poi scoprire, solo fra qualche anno, che nella brace si sta peg­gio che nella padella! Non bastano le emo­zioni personali e del momento per giudicare problemi di questa rilevanza. E non si può limitare l’attenzione sull’Ilva, con tutte le sue magagne, distraendosi dalle colpe delle altre fonti inquinanti, in particolare la Ma­rina, che ha seminato mesoteliomi e tumori ai polmoni a piene mani, e il cui affaccio al mare (Arsenale) è risultato il più inquinato all’esame del commissario alle bonifiche.

Puntiamo pure allo sviluppo del porto, ma senza trascurare la sua enorme capacità d’inquinare e prevedendo eventuali misure di contenimento.

Ah! Dimenticavo: giorni fa aspettavo un pa­rente al terminal porto e sono sopravvissuto per miracolo alle emissioni degli scarichi di bus e pullman lasciati tutti accesi contem­poraneamente nel piazzale! Se li spegnessi­mo in attesa della partenza? Non risparmie­remmo anche carburante?

 

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