12 Maggio 2021 - Ultimo aggiornamento il: 12 Maggio 2021 alle 17:00:38

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Critica della retorica democratica, il libro del saggista Luciano Canfora

Il libro del saggista Luciano Canfora
Il libro del saggista Luciano Canfora

“Critica della reto­rica democratica” è un libro del 2002 del saggista Luciano Can­fora.

Il titolo già di suo dice molto. Il volume mette a nudo tutti i limiti della democrazia. Lo fa in modo dettagliato andando a scovare episodi, forse dimenticati dalla maggior parte di noi, che aiutano a capire i meccanismi decisiona­li dei governi del nostro comodo Occidente.

Si parte da Socrate, non poteva essere altrimenti. Più precisamen­te si parte dal processo che ha subìto Socrate.

L’accusa è di «empietà», il proces­so è «politico».

Vengono estratti a sorte 500 cit­tadini che devono giudicare se il filosofo è o meno «un disturbante critico del sistema politico vigen­te e, insieme un empio negatore degli dèi e dunque delle basi eti­che su cui poggiava la vita della comunità».

Socrate, uno dei più importanti filosofi dell’occidente, una co­lonna portante del nostro sapere, subisce un processo e il verdetto è affidato a una giuria, il verdetto è democratico.

Luciano Canfora si e ci pone la domanda «può la maggioranza avere torto?».

Domanda retorica. 280 giurati si esprimono a favore della condan­na e 220 per l’assoluzione.

La maggioranza quando viene chiamata a esprimersi su cose che non sa, o che non sa a sufficienza, fa danni da anni, da tanti anni, per tanti anni.

In discussione non è il concetto di maggioranza ma il processo infido che forma le maggioranze. Eguaglianza e competenza do­vrebbero viaggiare di pari passo.

Le odierne democrazie sono in­trise di dabbenaggine delle mas­se votanti, di oligarchie ed élite furbe e arraffone che mettono sempre sotto scacco il concetto di rappresentanza. Il populismo non nasce per caso.

Siamo vittime del «fondamenta­lismo democratico» che ci rende intolleranti verso ogni altra for­ma di organizzazione politica al di fuori del «parlamentarismo». Subiamo lo scempio del voto mercanteggiato. In democrazia il potere dovrebbe essere esercitato dal popolo, tramite rappresentan­ti liberamente eletti, viene in re­altà gestito dal miglior offerente. E poi c’è da dire che il sistema parlamentare «non è adatto indi­scriminatamente ad innestarsi in qualunque civiltà e su qualunque terreno».

Quando si parla di democrazia su­bito il discorso scivola all’Ameri­ca che addirittura ha la pretesa di volerla esportare fabbricando vin­citori in tutte le parti della terra. Ma ci crede ancora qualcuno che le elezioni presidenziali america­ne sono una «procedura democra­tica»?

Anche l’araldo più in vista dell’a­mericanismo sa che mente quando dice che l’America è il paese delle libertà.

«Il vincitore rappresenta una mo­desta minoranza del corpo civi­co».

Canfora si chiede perché nei pa­esi ricchi le sinistre perdono. Si dà una risposta. Semplice. Perché tutti adorano «i valori, i compor­tamenti e i modelli rappresentati dai detentori della ricchezza. Non è senza motivo che, di norma, i grandi veicoli di informazione, i giornali popolari e non, Tv, ecc. raccontino esclusivamente la vita, anche privata, dei potenti».

Mostrando le sue crepe la demo­crazia apre il fianco a tentazioni autoritarie e affini.

Il governo di tecnici e di arbitri non controllati è il ricorso sempre più frequente per far fronte alle crisi.

Tale soluzione non tiene conto dell’inquinamento e della corru zione che proviene dai poteri che non hanno limiti e confini.

«Le decisioni cruciali sulla po­litica economica promanano da organismi tecnici e dal potere fi­nanziario, mentre i parlamentari si accapigliano sulla fecondazione assistita».

Il punto centrale del nostro tempo è che i governi, dalle maggioran­ze così e così, sono scivolati nelle mani pelose degli esperti mone­tari delle banche centrali. Dalle urne al mercato. Dalla padella alla brace. Chi sorveglia i custodi del potere?

La democrazia liberale è chiama­ta a legittimare le élite e le lobby che sono i veri manovratori della cosa pubblica.

Le rivoluzioni dell’Ottocento e del Novecento hanno cercato di scardinare la malafede dei gover­ni al servizio dei più forti.

Le oligarchie, appena l’impulso etico si affievolisce, alla fine vin­cono sempre.

«I nuovi regimi che si denomina­no popolari non sono che oligar­chie, con un piccolo gruppo di privilegiati che sfruttano le mas­se. Questa nuova classe, però, è sterile, non rende alla società ser­vizi proporzionali ai privilegi di cui gode».

L’Europa dell’Est ne sa qualcosa. «Il ripristino (o la instaurazione) di regimi “democratici” diretti da oligarchie liberali, nell’Est Euro­pa, ha avuto effetti molto più gravi di una guerra perduta. Il prezzo è stato la perdita di garanzie esi­stenziali fondamentali».

Il Novecento è stato un crescendo di scomposizione della sovranità. Chierici del mondo mercantile super masterizzati, impomatati e addestrati sin dalla culla a gesti­re decisioni vitali della cosa pub­blica sono cresciuti come funghi. Privati foraggiati dal Pubblico.

Le crepe della democrazia vanno accomodate in modo da non esse­re l’occasione per l’apertura a vo­ragini autoritarie.

Il libro aiuta in questo a prenderne coscienza.

«In questo gigantesco e armonico talk show, di sapore panglossiano, non sembra trovare posto la smi­surata infelicità della condizione umana gravante sulla gran parte del pianeta.

La politologia auto – soddisfat­ta del «sistema misto» è cieca di fronte alla realtà effettiva del pia­neta.

È autotelica, discende dagli ovat­tati uffici tecnici delle Istituzioni Comunitarie, e oltre quella siepe non riesce a immaginare l’infini­to».

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