25 Ottobre 2020 - Ultimo aggiornamento il: 25 Ottobre 2020 alle 16:22:59

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Stare sulla soglia della vita altrui: non è solo elegante

Vittorio Lingiardi autore del libro “Io, tu, noi”
Vittorio Lingiardi autore del libro “Io, tu, noi”

In un libro recente (Io, tu, noi, Utet,Torino 2020) Vittorio Lingiardi scrive: è «im­pensabile un io senza un tu e senza un noi. Senza un tu, la pienezza di me potrebbe tra­dirmi, il vuoto inghiottirmi, la solitudine prendermi con sé. Senza una comunità, la coppia sarebbe chiusa sui suoi bisogni, sui piaceri e dispiaceri della vita amorosa»,

In breve: se non so convivere con me stesso, confrontandomi con i molti io che mi abita­no, non riuscirò a vivere bene con l’altro e con gli altri.

L’egoismo individuale e collettivo scoto­mizza l’altro e gli altri. Al contrario l’aper­tura verso gli altri dona occhi per scorgere potenzialità nuove in chi sta di fronte, e orecchie per farsi raggiungere dalla richie­sta di rispetto proveniente dall’ambiente che si riesce a cogliere. Non può essere riservato l’egoista, perché il riserbo porta di per sé la delicatezza verso l’altro.

Da qui deriva il dovere di stare sulla soglia della vita degli “altri”.

Si chiama discrezione. La scaturigine di ogni gesto, di ogni sguardo, e di ogni ab­braccio.

La persona discreta è libera dal possesso, ma non dalla cura. Rivolge domande con rispetto e senza pretese, restando in attesa paziente che sia l’altro/a, se vuole, a farle dono di una risposta: quella che il soggetto interpellato decide di mettere in comune (cum munus) perché costruisca un rappor­to che congiunge storie diverse.

Si esprime attraverso scelte e atteggiamen­ti concreti: il rispetto dei tempi degli altri; fare un passo indietro, quando c’è il rischio di essere percepiti come esseri incombranti; tacere piuttosto che emettere suoni per il gusto incontenibile di dire il proprio pen­siero. In estrema sintesi: saper discernere secondo la Regola benedettina la misura giusta e il momento giusto.

La qualità umana che appartiene non già agli indecisi o addirittura ai deboli ma ai forti: che non hanno bisogno di sopraffare l’altro per affermare il proprio punto di vi­sta, per attirare l’attenzione su di sé o per stabilire relazioni significative.

Più della gentilezza e della cortesia: è insie­me intuizione, tatto e scelta. È soprattutto eleganza (nel senso forte che il suo etimo designa) nelle parole, garbo nel rapporto.

Si configura come sollecitazione, rivolta agli stessi, a non ricorrere, sempre e soltan­to, al “parlare di pancia”, alla mera suc­cessione lineare di suoni e di toni accesi, a quella melassa di significanti (in cui ri­entrano le parolacce a ogni pie’ sospinto), bensì a un parlare come catena conchiusa di significati: un dire come l’esito dell’analisi puntuale dei fatti, della premura dell’essen­ziale, della calibratura del pensiero, epper­ciò costituito di parole dense e profonde.

Parole che vengono letteralmente ben tem­perate, perché una sia a favore dell’altra, senza dare sfogo a inutili ostentazioni che risucchierebbero in modo violento tutto ciò che ci ha reso – e ci potrà rendere – umani! Per capire di sé e degli altri. Per sapere so­prattutto (leggere per) agire.

In questo senso il dire pensato e argomen­tato è un antidoto assai efficace alle tenta­zioni opposte dell’individualismo arrogante che tende a disconoscere il valore del ra­gionamento non vincolante, non accettando altra alternativa alla caparbia infatuazione.

Un parlare che rispetta l’altro è l’ossigeno della società democratica (Laneve, La scrit­tura come gesto politico,2018).

 

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