17 Maggio 2021 - Ultimo aggiornamento il: 17 Maggio 2021 alle 17:53:40

Cronaca News

Una mafia in simbiosi con il contesto sociale. Le strategie del clan

Il direttore dell’Anticrimine, Francesco Messina
Il direttore dell’Anticrimine, Francesco Messina

«Siamo quattro te­ste, queste quattro teste devono essere alla pari e d’accordo». Se c’è uno stralcio di intercettazio­ne che può riassumere lo spirito della mafia manduriana è proprio questo. Clan un tempo conflittuali ora accomodati allo stesso tavolo, ognuno con una fetta di territorio da governare. È in questa strategia non belligerante che si incarna il nuovo spirito della Sacra Corona Unita. Beninteso: non una appen­dice della vecchia mafia, ma pro­prio quella fondata da Pino Rogoli con la partecipazione di Vincenzo Stranieri.

Quattro teste, quindi. Quattro ra­mificazioni riunite in un’unica con­sorteria, una sorta di patto federa­tivo suggellato dai vertici dei clan. La cupola, appunto. Con sedi ben precise dove si tenevano le riunioni per decidere strategie e obiettivi da colpire: due esercizi commerciali, uno a Manduria e l’altro a Uggiano Montefusco.

Una organizzazione criminale con enorme capacità di penetrazio­ne nel territorio, sgominata gra­zie all’operazione condotta dalla Squadra Mobile in collaborazione con il Servizio Centrale Operativo della Direzione Centrale Anticri­mine della Polizia di Stato.

«Si tratta di una operazione di par­ticolare rilievo per la elevata qua­lità criminale di questo sodalizio che operava in un versante, quello orientale della provincia, carat­terizzato da un tessuto criminale frizzante», ha spiegato il questore Giuseppe Bellassai nella conferen­za che si è tenuta in questura per illustrare i particolari dell’attività investigativa e del blitz scattato all’alba di mercoledì 14 ottobre.

“Cupola” affonda le sue radici in un’altra indagine: l’Operazione Impresa, che nel 2017 portò allo smantellamento di organizzazioni criminali che però in questi ultimi anni, grazie anche ad alcune scar­cerazioni, hanno avuto modo di riorganizzarsi con nuove modalità.

Ma l’aspetto più inquietante che emerge da questa inchiesta è una preoccupante assuefazione del ter­ritorio alla presenza della malavita di stampo mafioso. «Nell’ordinan­za i magistrati parlano di vera e propria simbiosi», ha sottolineato il direttore centrale anticrimine, Francesco Messina, arrivato a Ta­ranto insieme a Fausto Lamparel­li, dirigente del Servizio Centrale Operativo. Una sottolineatura che pone una questione culturale di fondo che intacca e inquina parti di territorio: «Se mi rubano la mac­china – ha detto ancora il direttore dell’Anticrimine – devo fare la de­nuncia, non devo andare da chi me l’ha rubata e dargli duemila euro per farmela restituire». Eloquente.

Qui si innesta un altro elemento peculiare dell’agire mafioso: la sua forza evocativa, una mafia silente che, come è stato spiegato, con­templa solo un uso residuale della violenza, esercitata soprattutto nei confronti di chi – anche se interno ai clan – non si adeguava alle regole imposte dalla cupola.

«Abbiamo riscontrato – ha detto ancora Messina – una quasi totale assenza di sensibilità da parte di chi è stato sottoposto ai soprusi. Siamo quindi di fronte a un pro­blema che è nel tessuto sociale e qualche domanda ce la dobbiamo porre».

La repressione è solo una parte, per quanto fondamentale, di un percor­so per liberare il territorio dalla pressione mafiosa: «La repressio­ne è imprescindibile e deve essere massiva, ma non possiamo lasciare tutto all’azione delle forze dell’or­dine. Ci deve essere il tentativo di sensibilizzare i cittadini affinché si comprenda che certe situazioni sono frutto di imposizioni mafiose e non da considerare come feno­meno ambientale da accettare». In­somma, è quella «simbiosi» di cui parlano i magistrati che bisogna frantumare, anche se il percorso è lungo e complesso.

Messina ha indicato la strategia da seguire: «Prima bisogna ripulire il territorio, come è stato fatto oggi, poi lo spazio liberato va occupato per produrre un cambio culturale. Non chiediamo che ci siano eroi, ma atti di onestà. Il cambiamento culturale richiede tempi lunghi, per questo la sensibilità sociale dei cittadini deve essere stimolata».

Che se ne parli di nuovo a Mandu­ria è allarmante. Questa è la terra messapica rimbalzata alle crona­che per il caso Stano, il pensionato morto a seguito delle vessazioni subite da una banda di bulli nell’in­differenza generale. E questa è la città del consiglio comunale sciol­to per mafia appena due anni fa. Anche questa volta il clan aveva cercato di allungare le mani sulla sfera pubblica: il tentativo era stato quello di entrare nel business dei rifiuti, attraverso la realizzazione di un centro di stoccaggio. «L’avvi­cinamento a soggetti con incarichi pubblici – ha chiarito il capo della Squadra Mobile, Fulvio Manco – è rimasto solo allo stato embriona­le. Un ostacolo burocratico ha poi impedito che il tentativo andasse in porto». Pieno possesso, invece, della società di calcio del Man­duria: altro modo, secondo gli in­quirenti, di riciclare i proventi del traffico di droga e delle estorsioni.

Enzo Ferrari
Direttore Responsabile

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