21 Ottobre 2020 - Ultimo aggiornamento il: 21 Ottobre 2020 alle 16:38:07

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Giosuè Carducci e il suo “Canto dell’amore”

Giosuè Carducci
Giosuè Carducci

Quando nel 1906 a Giosuè Carducci fu assegnato, primo fra gli italiani, il premio Nobel per la letteratura nella presentazione, fra l’altro fu scritto, che Carducci aveva, in pieno clima risorgimentale, voluto che gli italiani diversi fra mazziniani, garibaldini, cavouriani e papalini, si sentissero fi­nalmente uniti, come un solo popolo in una patria redenta e libera.

La lirica che esprime questo senti­mento unitario è “Il Canto dell’amo­re” che chiude “Giambi ed epodi” opera che da polemica diventa conci­liativa e quasi francescana.

Se Verdi aveva con la musica unito un popolo, Carducci lo realizzava con la poesia.

Dopo di lui una generazione si disse carducciana e lo stesso Croce tale si professò.

“Il Canto dell’amore” di Giosuè Carducci chiude quella raccolta di “Giambi ed Epodi” che fu la prima grande battaglia politica e sociale nonché poetica del Carducci prima maniera.

Con il “Canto dell’amore” il poeta chiudeva il secondo libro della nuova raccolta dopo “Iuvenilia”; raccolta che aveva avuto come prima furiosa lirica: “Agli Amici della valle tiberi­na”; ove con accenti profetici e direi biblici, il poeta si rivolge al fiume Te­vere , già sacro al mondo antico , ma ancora non fiume d’Italia.

“Voglion, fiume, d’Italia, ormai tropp’anni / che la vergogna dura; or via non più. / Ecco, un grido io ti do – morte ai tiranni -; / portalo, o fiume, a Ponte Milvio; tu”.

E la lirica ardita e antipotere tempora­le papale si chiude col vivo, impetuo­so desiderio che le acque del Tevere diventino fiamme e che ricadano su Roma indegna sino al Campidoglio.

Ma dieci anni dopo “Agli Amici del­la valle tiberina” il clima spirituale e poetico carducciano è cambiato e il repubblicano Carducci si avvia verso una conciliazione monarchica e, non come fu scritto, per uno sviamento ideologico dal primo impegno politi­co che fu mazziniano e anche gari­baldino (e in ciò fondamentalmente romantico per in veste di classicità) ma, siamo ora negli anni 1877-78: il clima è mutato e Roma è diventata italiana e il senso monarchico, mal digerito dai repubblicani, altro non era che un sentimento di pacifica­zione nazionale in quel tempo voluto anche dalla Casa Savoia ormai l’Isti­tuzione prima del nuovo Stato final­mente, e in gran parte, liberato dallo Da questo stato d’animo conciliativo nacque la lirica “Il canto dell’amore” che è in fondo un inno alla libertà del­la quale l’Italia poteva glorificarsi e con la quale avviare il nuovo percorso della sua unità nazionale. E Carducci volle che la raccolta dei suoi “Giambi ed epodi” si chiudesse con un canto che è un inno alla pace italiana; me­glio dire ad una pace che distrugga ogni odio politico fra fratelli e fratelli pur di diverse regioni, che allora era­no anche Stati diversi; una pace che elimini ogni contesa e sia viatico ad una nascita di nazione che serbi in sé e stringa tutto un popolo.

“Il canto dell’Amore” diventa per­tanto un inno, una preghiera, un coro, anche francescanesimo carducciano che è a mezza strada fra il Vangelo Cristiano e il Dio di Mazzini.

“Salute, o genti umane affaticate! / Tutto trapassa e nulla può morir. / Noi troppo odiammo e sofferimmo. Amate. / Il mondo è bello e santo è l’avvenir”.

Quel mondo bello è quasi una pre­ghiera francescana a quel Dio che bello lo ha creato il mondo, spesso deturpato dagli uomini e Carducci, era stato ispirato al suo canto dell’a­more dalla bellezza del Umbria ver­de, dalle tenere verdi messe al dolce piano, dai vigneti che salivano ai colli, dai boschi di querce, dai cespiti di rose, da tutto un mondo di buona e industre gente; dai tramonti rosei e turchini, dalle albe purissime e stella­ri; insomma, da tutta una natura dalla quale avevano attinto magistrali ed eterni colori per le sue Madonne il Perugino, e poi Raffaello.

Ebbene ora un’altra Madonna scende da quei puri cieli: “Ella è un’idea / fulgente di giustizia e di pietà; / io be­nedico chi per lei cadea, / io benedi­co chi per lei vivrà”. Ella è madonna Libertà!

Per la quale erano morti gli italiani amanti della libertà del proprio suolo, per la quale Mazzini aveva combat­tuto la sua forte e sospirata guerra contro tutti i tiranni e i voltafaccia d’Italia. E la poesia giambica, nel fi­nale della lirica, prende toni di serena ironia o meglio di fraterno sarcasmo: il poeta si riconcilierebbe anche col Papa; quel cittadino Mastai che, chiu­so nel suo Vaticano, era “di se stesso prigionier”.

E Carducci, in un suo impeto tra gia­cobino e cristiano, vorrebbe prendere a braccio il vecchio con Pontefice e con lui brindare alla libertà d’Italia da ogni giogo straniero e anche dal potere temporale vaticano.

Una chiusa che a non pochi critici è sembrata, e forse lo è, alquanto popo­lare e plebea e volgare in senso lirico, ma nel tempo libero risorgimentale fu patriottica di un patriottismo aper­to fino alla inverecondia.

Ma del canto carducciano rimane un monito per noi italiani e per coloro che sono ancora sotto dittature nel mondo.

Raggiungere la libertà; che solo si può raggiungere con l’amore recipro­co e fraterno fra i popoli.

Era l’insegnamento di Mazzini e sembrava utopia ma è il monito fran­cescano; è quell’amore che è “Cari­tas” che eleva a Dio; anzi è lo stesso Dio che si fa carità.

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