21 Ottobre 2020 - Ultimo aggiornamento il: 21 Ottobre 2020 alle 16:38:07

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Dante Alighieri e l’enigma del suo vero volto

Dante Alighieri
Dante Alighieri

…fino a quando (“io dico, seguitando”…) dai dati antropologici rilevati sul cranio di Dante nel 1921 e da un calco modellato nella prima metà del Novecento da Fabio Frasset­to, professore di Antropologia presso l’Uni­versità di Bologna, alcuni studiosi, qualche anno fa, hanno ottenuto il volto di Dante. Le ossa, si sa, sono l’archivio biologico che con­tiene tutti i dati di un individuo. Lo scheletro allora, in quest’ottica, è un bene culturale ol­tre che biologico.

Ma andiamo con ordine. Prima di tutto vie­ne spontanea la domanda: com’era il volto di Dante? Gli occhi, la bocca, la fronte com’e­rano? Insomma, che faccia aveva veramente il Divino Poeta? L’unica fonte di informazio­ni attendibili è quella di Giovanni Boccac­cio, primo dantista della storia, che nel suo prezioso “Trattatello in laude di Dante” del 1362 scrive:

Fu adunque questo nostro poeta di mediocre statura, e, poi che alla matura età fu perve­nuto, andò alquanto curvetto, e era il suo an­dare grave e mansueto, d’onestissimi panni sempre vestito, in quello abito che era alla sua maturità convenevole. Il suo volto fu lun­go, e il naso aquilino, e gli occhi anzi grossi che piccioli, le mascelle grandi, e dal labro di sotto era quel di sopra avanzato; e il colore era bruno, e i capelli e la barba spessi, neri e crespi, e sempre nella faccia malinconico e pensoso.

Sulla scorta di quanto scritto da Boccaccio gli artisti hanno poi dipinto o scolpito Dan­te sempre con gli stessi tratti: naso aquilino, lineamenti severi, espressione corrucciata, altera o malinconica, sul capo la corona d’al­loro, simbolo di imperitura gloria poetica; e sempre avvolto dal lucco, un mantello- so­prabito tipicamente fiorentino, con il cappuc­cio a punta e di color rosso acceso o rosso scarlatto, il colore nobile per eccellenza, pre­rogativa di cavalieri, giudici e notai.

Domenico da Michelino, Botticelli, Signo­relli e poi Delacroix, Doré, Koch, Scaramuz­za, Martini, Dalì e anche Rizzi, che realizzò la statua di Dante per il cenotafio della basi­lica di Santa Croce di Firenze, e lo scultore ravennate Enrico Pazzi, autore del monu­mento nella piazza di Santa Croce a Firenze, tutti, ispirandosi a quanto scritto da Boccac­cio e all’iconografia più antica che risale ai primissimi ritratti di Dante realizzati da mi­niaturisti e pittori del Trecento, e soprattutto all’affresco di scuola giottesca della cappella del Bargello, hanno raffigurato il Poeta se­condo il collaudato cliché.

Nel 1465, per il secondo centenario della nascita di Dante, Domenico di Michelino realizzò la famosa tavola per il Duomo di Firenze. Dante è al centro, vestito di rosso e coronato d’alloro; la mano sinistra regge e mostra la Commedia aperta alla prima pagi­na; alla sua destra è l’Inferno in sintesi (una porta spalancata, rocce, diavoli, i pusilla­nimi che seguono una bandiera e Lucifero tra le fiamme, e non nel ghiaccio); alla sua sinistra è la città di Firenze, chiusa dentro la cerchia muraria. Alle spalle di Dante, in posizione centrale, è la montagna del Pur­gatorio affrescata con precisione: per l’arti­ sta, giustamente, è proprio l’ideazione della montagna del Purgatorio la novità geniale dell’opera dantesca. In alto le fasce celesti coi pianeti sintetizzano la cantica del “Para­diso”. Il ritratto di Dante realizzato nel 1495 da Sandro Botticelli (si trova attualmente a Ginevra, in una collezione privata), è for­se il più gettonato: il poeta è di profilo, col naso aquilino, il mento e i tratti del volto spigolosi, il cipiglio fiero. Luca Signorelli, nello zoccolo alto della cappella di san Bri­zio affrescato con grottesche, nel Duomo di Orvieto, ritrasse Dante fra il 1499 e il 1502 come poeta-teologo, di profilo e a mezzo bu­sto, naso aquilino e capo “laureato”, mentre sfoglia e consulta dei manoscritti al centro di quattro medaglioni dove sono raffigurati a monocromo alcuni episodi dei primi quattro canti della cantica del “Purgatorio”.

Questi sono i ritratti più famosi, più celebri e celebrati, ma la lista è lunga. Tuttavia essi sono pur sempre frutto della fantasia degli artisti, anche se realizzati sulle indicazioni, comunque veritiere, di Boccaccio. Ma il volto di Dante com’era veramente? Per rispondere a questa domanda, l’équipe antropologica di Giorgio Gruppioni con la collaborazione di Stefano Benazzi, del Dipartimento di Sto­rie e Metodi per la Conservazione dei Beni Culturali dell’Università di Bologna (sede di Ravenna); Francesca De Crescenzio e Mas­similiano Fantini del Laboratorio di Realtà Virtuale della II Facoltà di Ingegneria del­la stessa università (sede di Forlì) diretta da Franco Persiani, nonché da Francesco Mal­legni del Dipartimento di Biologia dell’Uni­versità di Pisa, con la collaborazione dello scultore Gabriele Mallegni, autore del busto di Dante, l’équipe antropologica, dicevo, ha condotto uno straordinario lavoro interdisci­plinare partendo, come ho scritto all’inizio, dai dati antropologici rilevati nel 1921 sul cranio di Dante e da un calco modellato nel­la prima metà del Novecento.

Gli studiosi hanno così prodotto “dal mo­dello virtuale completo del cranio di Dante ottenuto con lo scanner laser 3D un modello fisico mediante un sistema di prototipazione rapida impiegato in campo industriale” (scu­sate, ma è il linguaggio tecnico). Sul modello cranico fisico gli studiosi hanno poi posto la muscolatura, il pannicolo adiposo, la cute, insomma le parti molli del volto: è la tecni­ca, questa, del “facial reconstruction” usata dagli antropologi forensi.

Il volto ottenuto fu presentato a Ravenna nel Convegno “Dante e la fabbrica della Com­media” nel settembre del 2006. È dunque questo il vero volto di Dante? Certo è “il più scientificamente attendibile” perché corri­sponde ai caratteri antropologici del cranio di Dante. Come si vede, è un volto meno affi­lato, tanto meno scavato, dai lineamenti non spigolosi, ma più morbidi rispetto ai ritratti tradizionali.

Che dire? Ognuno ha la propria immagine di Dante nella mente e nel cuore e a quella è affezionato. In ogni modo, fu questa l’im­magine che io scelsi per la copertina del mio libro di “Lecturae Dantis” intitolato “Poeta che mi guidi”, pubblicato da Scorpione nel 2013. “Honi soit qui mal y pense”: il libro è ormai esaurito, quindi non mi sono fatta pubblicità indebita.

Un’ultima cosa: dal mio database mentale, mi piace spiccare il ricordo della conferen­za che vent’anni fa il professor Mallegni (e due anni dopo anche il dottor Giuseppe Baggieri) tenne per gli Amici dei Musei di Taranto. Mallegni, che analizza i più antichi resti scheletrici per risalire alla fisiognomica degli individui, con la tecnica suddetta re­stituì il volto all’Atleta di Taranto: un uomo bellissimo, risorto sullo schermo del compu­ter. E come lui, in seguito, sono risorti, nella luce quasi opalescente, Gregorio VII, Giotto e sant’Antonio da Padova… Miracoli dell’in­formatica. E questo è tutto, per ora.

Josè Minervini
Presidente del Comitato cittadino
della Società
“Dante Alighieri”

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