25 Ottobre 2020 - Ultimo aggiornamento il: 25 Ottobre 2020 alle 16:22:59

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Manduria, il rimedio è la cultura

Una riflessione dello scrittore Giuse Alemanno dopo l’operazione “Cupola”

Giuse Alemanno
Giuse Alemanno

“Quand’ero giovane credevo che gli imbianchini imbiancassero le case.” Così un monumentale Ro­bert De Niro chiuso in un ospi­zio, vecchio, su una sedia a rotel­le e reso quasi irriconoscibile da Martin Scorsese nell’inquadra­tura iniziale di ‘The irishman’, comincia il racconto delle sue avventure criminali. I grandi re­gisti spesso hanno trovato ispi­razione nei fenomeni mafiosi; grazie alla loro perizia e ad al­cune interpretazioni fenomenali (da Marlon Bando ad Al Pacino, da Gian Maria Volontè a Lee J. Cobb , da Ben Gazzara a Remo Girone) i ‘cattivi’ sugli schermi hanno guadagnato fascino e ca­risma. Trasferire tutto questo a Manduria, però, è poco realisti­co. Certo, quello che è accadu­to in questi giorni spaventa. Ma è stata quella parola usata dagli investigatori a fare davvero pau­ra: ‘simbiotico’. È una parola che è sinonimo di stretta dipendenza, che viene usata quando – mor­to un coniuge – anche l’altro si spegne, impossibilitato alla vita a causa dell’assenza del partner. Davvero si crede che la maggio­ranza dei manduriani si lascereb­be morire se la mafia fosse scon­fitta? O, piuttosto, non sono altro che vittime che, per effetto del perdurare del fenomeno, si sono soltanto (e colpevolmente) ‘acco­modate’? Vittime, già, vittime.

Gentili lettori, è difficile sfug­gire alla banalità; retorica e provincialismo son lì in aggua­to, pronti a graffiarmi al primo scivolone. Non sono il difensore della virtù manduriana, né mai sarei credibile se provassi, però immaginare la patria del Primi­tivo come terra di mafiosi o città facilmente e permanentemente permeabile ai fenomeni di crimi­nalità organizzata è sbagliato.

Manduria è una città abbando­nata a se stessa e che ora, con fatica, cerca di tornare alla nor­malità, anche grazie all’opera meritoria delle forze dell’ordine. I manduriani sono stati succubi di quello che è successo in città negli ultimi anni, fatti di cui le cronache son tristemente piene e sarebbe ridondanza il ripetere. La subalternità e la disillusione dei cittadini ha raggiunto il suo acme grazie al provvedimento governativo che ha portato allo scioglimento del consiglio comu­nale. È stato allora che i man­duriani hanno avuto l’evidenza dell’inganno della speranza che avevano riposto in chi doveva rappresentarli; la speranza: gioia incostante ed emozione dall’ef­fetto negativo in quanto rivolta a ciò che è imprevedibile, sottratta ad ogni controllo. La speranza dei manduriani è stata manipola­ta, intrappolandoli in una specie di servitù in cui bisognava temere e obbedire a chi mostrava il ba­stone del comando. E così i po­chi mafiosi hanno governato sui molti galantuomini che, per tira­re avanti e non avendo nessuna prospettiva, si sono ‘accomodati’, subendo ulteriormente.

Vittime? Già, vittime.

Quanto sia giusto colpevolizzare le vittime, non lo so. È evidente che il lavoro degli investigatori è stato lungo e minuzioso. Altret­tanto è lampante che i tre com­missari governativi han avuto la ‘fortuna’ che una simile bomba cadesse su Manduria dopo la fine del loro mandato governativo e fosse necessariamente gestita dal sindaco eletto, chiunque egli fosse. Una specie di inadeguato regalo di benvenuto, insomma, da unire all’epitaffio di “Manduria, città arretrata e di illegalità dif­fusa” che uno di loro, simpatica­mente, dedicò al luogo che aveva governato per quasi tre anni.

Cari amici, ora mi chiederete: “Vabbè, Giuse, dopo tutto ‘sto pippone, cosa proponi a rime­dio?”

Eh, una parola! Io sono uno che racconta storie, i rimedi son me­stiere d’altre specificità. Una pro­posta, però, ce l’ho. Quando il di­rettore centrale anticrimine della Polizia dott. Francesco Messina dice che “serve un salto di qua­lità nell’azione di contrasto” ha perfettamente ragione. L’unica attività umana che permette ciò è la cultura, l’armonia delle cono­scenze da ampliare ogni giorno, con l’aiuto di una scuola moder­na ed efficiente e strutture pub­bliche accoglienti e stimolanti (il risveglio della biblioteca ‘Marco Gatti’, ad esempio, sarebbe auspi­cabile). Non quella roba da botte­gai che si misura con le affluenze e con il numero di scontrini dei bar, ma quella che permette a un ragazzino di non essere affasci­nato dal ‘cattivo’, distinguendo un film dalla vita vera. Che gli consente di crescere senza ‘ac­comodarsi’. Che favorisce la sua crescita democratica. Che sottrae la sua vita ai falsi miti di succes­so. Che gli restituisce l’orgoglio di sentirsi manduriano.

Come me, che non smetterò mai di amare la mia città.

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