24 Novembre 2020 - Ultimo aggiornamento il: 23 Novembre 2020 alle 17:16:06

Gabriele D’Annunzio
Gabriele D’Annunzio

Il XIV Congresso nazionale dell’Associazio­ne italiana di Cultura Classica che, a giorni si svolgerà a Taranto, mi induce ad un altro avvenimento, del tutto diverso.

Il viaggio che Gabriele D’Annunzio fece, at­traverso mare italiano e greco, nella patria di Pericle e di Platone.

Viaggio che poi volle santificare nei versi del suo primo libro dei “Versi d’amore e di glo­ria”: “Maja” (opera a cura di Luciano Ance­schi, Mondadori editore).

La Magna Grecia da lui fu sempre considera­ta terra conquistata dai Greci, fossero sparta­ni e poi romani.

E “colonia” rimase difronte allo splendore della civiltà ellenica. Il poeta fu sempre atto­nito, meglio invasato, di gloria greca, di arte greca, di eroismo greco.

Quasi un fuoco dionisiaco bruciò i suoi sen­timenti di fronte alla grandezza del pensie­ro dell’arte irripetibile di quel popolo, fosse spartano o ateniese, fosse Arcadia o Pelopon­neso, fosse Corinto o Itaca, o Zante detta Za­cinto.

Il viaggio che D’Annunzio fece con Eduar­do Scarfoglio e amici, fra i quali il francese Herélle, sul panfilo “Fantasia” dello Scarfo­glio in Grecia tra il luglio e il settembre del 1895, fu l’occasione della “sua” scoperta, come scrisse, di poeta ellenico e, poi, dello scrittore della “Città morta” e dell’“incipit” di quel grande poema definito latinamente “Laus Vitae” del quale il primo momento ar­tistico legato all’immaginifico viaggio greco, fu “Maja”.

E “Maja” riportò al suo sentimento creativo il viaggio-pellegrinaggio, come a lui piacque definire quel volo di Icaro sulle onde dello Ionio e del mare che fu di Saffo, la bella, e di Omero divino, dal quale uscirono l’intelli­genza ed il coraggio di Ulisse e dei posteriori ulissidi.

Dunque il viaggio in Grecia fu la spinta crea­tiva per celebrare il sogno di un’epoca lonta­na, eternamente vivente nella sua esuberante mitologica fantasia; di una mitologia tutta personale e vitale nei personaggi e nei luoghi e nella loro epica storia di battaglie e di olo­causti.

Dunque il viaggio in Grecia fu per il nostro poeta la spinta necessaria perché le sue forze intellettive si avviassero verso quella conce­zione superomistica dell’essere che carat­terizzò la stessa poetica dell’artista in anni futuri sempre più avventurosi di vicende bel­liche ed amorose; nonché poetiche e narrative elaborazioni.

Il superuomo era da collocare nell’Ellade; “virtuosa” ed era quella la terra che aveva dato la luce della cultura all’umanità tutta.

Così D’Annunzio “sentì” la antica madre di Omero e di Fidia nonché di Platone; la ter­ra della mitologia più diversa e fatale: così la “sentì” nei sensi e nella fantasia celebratrice.

Scrisse Scarfoglio: “Ci tuffammo nelle acque dell’Alfeo, ci prostrammo davanti all’Ermete di Prassitele; scendemmo dagli alti santuari di Delfo… ci inchinammo sulla tomba degli Atridi… rileggemmo l’Iliade e l’Odissea”.

Ecco quel viaggio fu un viaggio alla ricerca della conoscenza come il mitico eroe dante­sco alla ricerca di quanto era al di là delle co­lonne d’Ercole.

E c’è di più: D’annunzio in quel viaggio av­vertì il suo ideale di vita; nella meta verso Delo ritornava alle origini di quel sano paga­nesimo, eroico e panico, che contrastava con la miseria morale del suo mondo attuale nel quale viveva e dal quale doveva uscire per li­berarsi dalla vita inutile e passiva. Il suo era un sogno di liberazione; era gioia di vivere attraverso la decima Musa che, per lui, era l’”Energhia”. Che, superando le altre nove, farà sì che il Dolore venga vinto dalla Gioia, una gioia creatrice che è data a pochi: a coloro che sanno anche piegare al proprio volere la Natura.

“E come l’esule torna / alla cuna dei padri / su la nave leggera: / il suo cor ferve innovato / nell’onda prodiera, / la sua tristezza dilegua / nella scìa lunga virente: / io così sciolsi la vela, / coi compagni molto a me fidi, / in un’al­ba d’estate / ventosa, dall’àpula riva / ove an­cor vidi ai cieli / erta una romana colonna;/ io così navigai / alfin verso l’Ellade sculta / dal dio nella luce / sublime e nel mare profondo / … ed incontrammo un Eroe. Era Ulisse”.

In altri versi il poeta si riconosce anche lui figlio del sole

“Ma nessun cielo, nessun mare, nessun de­serto, nessuna arsura, nessuna abbondanza / moltiplicò la vitale virtù della mia giovinezza / così fieramente”.

Dunque la Grecia antica è la stessa giovinezza esuberante, voluttuosa e virtuosa del poeta.

E sempre in “Maja”: Viviamo, divinamente vivemmo”. Ecco divinamente vivemmo!

Il sogno, il miracolo si è avverato: la meta­morfosi corporea e spirituale, tanto invocata e bramata, si è compiuta nell’Ellade immortale.

Nella Grecia di Corinto, di Salamina, di Ma­ratona, di Delfo; in quella “Natura” ellenica e panica e incontaminata. Ora l’eroe è lui: il poeta.

Egli si è autodivinizzato!

A fronte di tale trasfigurazione, a fronte di tale invasamento culturale e mitologico, Ta­ranto per D’Annunzio è solo una moderna base militare dalla quale partiranno le ferree navi per la conquista della Libia.

E’ solo nell’”incipit” della “Canzone dei Dar­danelli” che fa parte non di “Maja” ma di “Merope”, quarto libro delle “Laudi”.

E’ la città evocata in terzine dantesche. Il libro quarto è del 1911-12. E quelle terzine ricorda­te anche dal nostro Vito Forleo in un capito­letto della “Taranto dove la trovo” parlano di Bisanzio e di Aragona, di Svevia e D’Angiò, di San Cataldo e del ferrato ponte.

Gabriele D’Annunzio poi ricorda il marina­io tarantino D’Alò Alfieri morto sbarcando in Libia, sulle dune di Bengasi e lo ricorderà con altri cinque marinai eroicamente caduti anche in una successiva “Canzone”: quella del guardiamarina Mario Bianco anche lui cadu­to presso il deserto libico.

Lungi da quella Magna Grecia, lungi da quel Mediterraneo che, per D’Annunzio, fu solo mare ellenico dalla cui spume foscolianamen­te nacque Venere; fu solo il mare, poi romano, latino; il mare ove bisognava armare la prora e salpare verso il mondo. E D’Annunzio sarà quindi lo scrittore del “Ferro” e del “Fuoco”.

Il mare “ellenico” fu per D’Annunzio il mare della più grande civiltà umana: della più gran­de ed irripetibile manifestazione culturale di tutti i tempi; sino ai suoi tempi: forse fino ad oggi.

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