02 Dicembre 2020 - Ultimo aggiornamento il: 02 Dicembre 2020 alle 19:14:04

Foto di Viaggio nella Divina Commedia di Dante
Viaggio nella Divina Commedia di Dante

Nel mezzo del cammino si approda sempre a Dante. Dante il pagano. Dante il divino. Il divino è già den­tro il celestiale. Spesso si dimenti­ca che Dante è il paradosso degli equivoci della sua epoca. Quando il celestiale sopraggiunge è per­ché non riconosce più la sua epo­ca come Terra di porto e di sale, ma una imbarazzante strategia di luoghi non della saggezza ma dei poteri. Il Dante dei poteri perduti. Il Dante che ritrova l’incipit dell’o­blio per andare oltre, oltre la lin­gua, oltre la monarchia, oltre la te­ologia costruita per esercitare quel potere cercato che lo condurrà per mera leggerezza ad un esilio d’ani­ma e di corpo. Il tempo del divino non dovrebbe mai essere il tempo di una commedia. Vi sono spazi di eternità che di contraddicono a primo sguardo. Nella seconda at­tenzione le contraddizioni comin­ciano ad affievolirsi per diventare vane nella terza attenzione.

Ogni attenzione può essere una stanza. O soltanto la metafora di uno spazio che cerca un dialogan­te duetto con il tempo. È ciò che ho sempre vissuto leggendo, rileg­gendo e ritornando più volte sia su Dante Alighieri nella sua storia di uomo e poeta, filosofo e intellet­tuale sia rileggendo la sua “Com­media”. Mi sono chiesto se al con­cetto – argomento della Commedia il “popolare” Boccaccio ha pensa­to di aggiungere il termine subli­me, sacro e pagano, di “divina” deve pur esserci una motivazione forte. Non è per il fatto che Beatri­ce è considerata donna divina nella tragi – commedia dell’esilio?

Ma è qui che mi son dovuto ri­credere. Boccaccio ha ragione perché quando una commedia di­venta divina si entra nell’incastro metafisico della scena, che non è più un retroscena bensì una vera e propria ribalta. Mi sono detto: Capito? Certo, Boccaccio mi ha fatto capire il viaggio di Dante. E in questo prezioso camminamento ci sono tutti gli elementi del Nove. Ovvero quegli elementi che pro­ vano, sia metaforicamente che sul piano ontologico, perché la Com­media è Divina. Perché il sacro ha il sopravvento sul vuoto. Il sacro è il simbolo beatificante di Beatrice che “divinamente” consola il tragi­co dante ovidiano dell’esilio.

Il sacro ha il privilegio, in Dante, di essere il sopravvento della visio­ne astratta. È Visone che permet­te la trasformazione dell’astratto in superamento dell’empirico in interpretazione escatologica. Bea­trice stessa è escatologia della in­finitezza verso un orizzonte in cui il Cielo incontra l’Umano ma resta Cielo. Anche l’esilio, maledetta­mente malinconico e umanamen­te nostalgico, ha il rumore di una esistenza aggrappata agli archetipi del destino.

Il numero Nove non è mai una attrazione. È il simbolico che ci cammina dentro e ci respira nelle parole compreso nei silenzi. È un incastro tra le tre cantiche. Comin­ciare da Paolo e Francesca e fini­re con il dialogante specchio tra Maria e la presenza della grazia come spiritualità nella profondità di un Paradiso che è Luce signifi­ca apostrofare il senso del tempo e quello dello spazio negli orizzonti di un infinito che è manifestazione di Fede.

La figura di Beatrice è l’immagine e l’immaginario in una onnipoten­za universale che è un “chiaro di bosco”, come direbbe Maria Zam­brano. Il percorso diventa così un Viaggio alla ricerca del Divino. Un Divino che si manifesta come dono celeste, dono del Cielo, appunto. Dono con il quale si è confrontato certamente Boccaccio ma soprat­tutto il simbolico Pound.

Il divino nella Commedia defini­sce un progetto che diventa la tra­sparenza dantesca lungo il filo di una intera esistenza.

Non si legge e non si studia Dan­te solo per diletto. Ma per molto altro. Per attraversare, appunto, quell’esistenza che è il compimen­to della divina nascita in rinascita esistenziale e, chiaramente, meta­fisica. La teologia non tocca questi saldi principì. Infatti, Beatrice non è teologia, ma mistero e archetipo. Forse anche il nostro individuale Mistero.

Abbiamo bisogno, alla fine delle vite, di pensare e credere, forte­mente, alle santità per superare la mortalità e rendere il materiale in ontologia dell’anima.

Con l’anima Dante è entrato in conflitto. Non l’ha vinta. È stato vinto dal terreno. L’esilio è il terre­no. La Grazia è il divino. Il terribi­le esilio ha vinto il “divino” Dante. Beatrice non lo ha salvato dalla mortalità.

Pur restando Grazia e archetipo in Dante l’esilio è stato tragedia. Questo però lo ha reso più umano. Dall’umano, però, si risale al trop­po umano e si supera il bene e il male. In fondo Dante fa in modo di oltrepassare il fiume del male riconoscendo il bene. Questo è il mezzo del cammino che ci porta sempre oltre. Così nel mio libro

“Nel mezzo del cammin. Oltre Dante”, con contributi di Stefania Romito e immagini originali, Pas­serino editore.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non verrà pubblicato.

Ti potrebbero interessare anche