09 Maggio 2021 - Ultimo aggiornamento il: 09 Maggio 2021 alle 18:23:49

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Ifigenia, una figlia innocente e sfortunata

Foto di Ifigenia in Tauride. Affresco, ante 79 d.C. dal triclinium della Casa dei Vettii, Pompei
Ifigenia in Tauride. Affresco, ante 79 d.C. dal triclinium della Casa dei Vettii, Pompei

“Nel vestibolo vedrai che son di guardia lupi e leoni, ma dentro lungamente risuona il canto di Circe”. Così Giovanni Pascoli scrisse alla sorella Mariù, cui insegnava affettuosamente e severamente le lettere greche e latine, quasi a metterla in guardia per le difficoltà iniziali che avrebbe incontrato nello studio delle grammatiche complesse. Superati gli scogli iniziali, anche Mariù sarebbe entrata in un paradiso mentale: la letteratura dei grandi “auctores” greci e latini.

Ecco, questo ultimo libro di Franca Poretti, “Ifigenia, l’innocente sfortunata” (ed. Scorpione), è un’aiuola del giardino mentale, quell’ “hortus conclusus” caro agli umanisti e alle persone colte; è un’altra gemma che si avvale dell’introduzione dell’editore, Piero Massafra, e della prefazione di Mario Capasso, presidente nazionale dell’Associazione Italiana di Cultura Classica; una gemma, aguzza e preziosa, che si aggiunge alla collana delle altre pubblicazioni di Franca Poretti, professionista delle lettere classiche e umanista di conclamato valore. Presidente della Delegazione dell’Associazione Italiana di Cultura Classica di Taranto “Adolfo Mele”, per anni docente di Latino e Greco e instancabile operatrice culturale della nostra città, Poretti è autrice di opere importanti, fra le quali la ponderosa traduzione con commento e note del “De antiquitate et varia Tarentinorum fortuna” di Giovan Giovine, insieme ad Adolfo Mele e a Gaetana Abruzzese, sotto la supervisione di Cosimo Damiano Fonseca, Accademico dei Lincei: un’autentica pietra miliare, questa, degli studi umanistici. Non solo: Poretti da anni studia e approfondisce le mitiche eroine delle tragedie greche, personaggi grandiosi e modelli insuperati di passioni e sventure leggendarie.

La tragedia greca, insomma, vista “du côté des femmes”. Dopo le “Supplici” di Eschilo, dopo l’ “Antigone” di Sofocle, l’”Andromaca” e le “Baccanti” di Euripide, Poretti ha puntato ora la sua lente d’ingrandimento sull’Ifigenia di Euripide, la figlia “innocente e sfortunata” di Agamennone e Clitemnestra; sfortunata senza dubbio, perché la poveretta apparteneva alla prosapia degli Atridi, una famigliaccia la cui genealogia Poretti spiega, ramo dopo ramo, crimine dopo crimine, nell’ ampia e bella “Parte prima” della sua monografia. Euripide agli Atridi dedicò cinque delle sue tragedie e di queste ben due a Ifigenia, scritte in tempi e luoghi diversi: prima l’ “Ifigenia in Tauride”, ad Atene intorno al 412 a.C, e dopo l’ “Ifigenia in Aulide”, dopo il 407 a.C., quando egli si trovava già in Macedonia. Strano: Euripide scrisse prima la tragedia che, a rigor di logica, avrebbe dovuto scrivere successivamente, cioè l’ordine cronologico delle due tragedie risulta inverso rispetto al susseguirsi delle vicende: un esempio di “hysteron proteron”, insomma, applicato non alla sintassi, ma alla storia dei fatti. In ogni modo la “fabula” del mito è la seguente: il re Agamennone in Aulide, una polis della Beozia, deve sgozzare la figlia Ifigenia come vittima sacrificale da offrire alla dea Artemide che ostacola la partenza dei Greci per la guerra di Troia perché offesa con il re, colpevole di aver ucciso una cerva a lei sacra. Ifigenia, però, l’omerica Ifianassa, la “casta inceste” di Lucrezio, verrà salvata dalla stessa Artemide, “dea ex machina”, mossa a compassione dall’ innocenza della giovanissima principessa e poi portata, viva, in Tauride, attuale Turchia.

Qui, fra genti barbari che ritroviamo Ifigenia nelle pesanti vesti di sacerdotessa di Artemide, addetta a un culto cruento e barbarico, ma dopo l’ “anagnorisis”, il riconoscimento del fratello Oreste, giunto anch’egli nella lontana Tauride con l’amico Pilade, Ifigenia, donna di femminile ardimento da fanciullina ingenua che è stata, riesce a fuggire insieme al fratello e a Pilade grazie alla sua astuzia e all’intervento di un’altra dea ex machina, Pallade Athena. Franca Poretti ha analizzato e tradotto interamente l’Ifigenia in Tauride” di Euripide; una traduzione piacevole e fedele al testo che la studiosa ha poi posto in rapporto speculare con l’Ifigenia dell’opera omonima di Goethe e l’Ifigenia bizantineggiante, ma immersa nel suo flusso di coscienza, del poemetto di Ghiannis Ritsos, fra i più grandi poeti greci contemporanei. Segue, nel testo, l’iconografia, cioè il mito della figlia di Agamennone raccontato per immagini, dalle prime raffigurazioni sui vasi antichi ai dipinti di Anselmo Feuerbach che ritrasse la sacerdotessa in Tauride pensosa davanti al mare, come in attesa di vele lontane o in contemplazione dell’infinito. Poretti, prima di tutto, con la sua traduzione invita alla scoperta o alla riscoperta di un testo immortale, sollecita curiosità e nostalgie in chi ha studiato il testo al liceo (classico naturalmente), stimola il desiderio e il piacere di tradurre ovvero riportare un testo nella lingua personale, per possederlo, farlo proprio, ma sempre rispettandone la correttezza filologica. Un piacere di cui spesso troppi giovani liceali di oggi si privano preferendo, per la fretta, l’impazienza o la superficialità, il pane masticato da altri, cioè la traduzione già bella e fatta (o mal fatta) su Internet, perdendo così il gusto della scoperta e un’avventura dell’intelligenza di cui i classici sono tesori inesauribili.

Nella “Parte Prima” Franca Poretti spiega le coordinate della tragedia nelle sue sfaccettature e in rapporto con altri personaggi femminili di altre tragedie euripidee, quali Elena ed Elettra; centra alcuni punti nevralgici, prima di tutto lo scetticismo e addirittura l’ateismo di Euripide, “l’illuminista” Euripide, per il quale gli dèi sono inconoscibili, anzi incomprensibili, talvolta ingiusti. L’altro punto riguarda il nazionalismo e/ o razzismo di Euripide per la sottesa superiorità etica e culturale dei Greci rispetto ai barbari come i Tauri. Ancora tre temi Poretti spiega nella Premessa: l’amicizia, di cui nella “Ifigenia” Euripide offre pagine significative a proposito di Oreste e Pilade. Poi: Euripide e le donne; Euripide e la guerra. Sulla misoginia del grande tragediografo ateniese si è scritto a iosa e anche a sproposito, ma giustamente Poretti spiega che “… in questa tragedia Euripide…ha saputo portare in scena una donna capace di sentimenti profondi e anche dotata di intelligenza, astuzia, buon senso”… “emerge (nella tragedia) il conflitto tra mondo maschile, la cui legge è la violenza, e mondo femminile, che si serve della parola per superare l’uomo in intelligenza e astuzia”, come si vedrà meglio nel dramma di Goethe che presenta un’eroina di sentimenti cristiani e ragione illuministica. Una cosa è certa: Euripide ha scolpito nei bassorilievi dei suoi trimetri giambici personaggi femminili grandiosi perché alle donne, come Ifigenia, riconosce superiorità etica e intelligenza. Dalla Grecia classica, dunque, alla Grecia moderna, passando attraverso temperie germaniche, paesaggi d’arte e anche paesaggi musicali, cui fa accenno Capasso nella sua prefazione ( e a me piace assai ricordare l’ “Ifigenia in Tauride” di Tommaso Traetta, rappresentata al Festival della Valle d’Itria nel 1986, alla quale seguì l’ “Iphigénie en Tauride” di Piccinni al Petruzzelli di Bari nel dicembre dello stesso anno, e ancora l’ “Iphigenie auf Turis” di Gluck nel 2009), il mito di Ifigenia, come tutti i miti degni di rispetto, crea echi come onde sonore che si propagano nel tempo, o come cerchi concentrici nell’acqua al tonfo di una pietra.

Allora questa monografia così come è stata impostata, con la veduta grandangolare del mito e le sue gemmazioni nel tempo, è un esempio importante di letterature e culture comparate, e a questo punto mi viene proprio spontaneo dire che è così che si fa l’Europa, stabilendo agganci e ponti su un tessuto culturale comune. Libri come questo sono il metodo migliore per insegnare ai giovani l’Europa come valore culturale e morale ché altrimenti la tanto decantata Unione europea resta solo una realtà economica per mercatanti. La cultura crea l’anima dell’Europa, non la moneta. E questo è un libro che, se letto in controluce, ce lo fa comprendere a chiare (e classiche) lettere.

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