24 Novembre 2020 - Ultimo aggiornamento il: 23 Novembre 2020 alle 17:16:06

foto di Ernest Hemingway
Ernest Hemingway

Avevo non ancora quindici anni quando mi venne regalato in occasione di una ricorrenza un libro, un bel libro che scoprì, da grande, avrebbe particolarmente segnato la mia vita. Era “Addio alle Armi” di Ernest Hemingway! Inutile aggiungere che il caro amico fautore del regalo conosceva bene la mia voglia di leggere, e poi, di quei tempi i regali importanti erano un libro, una penna stilografica, “Aurora”, ricordo la marca, o in casi più impegnativi un oggetto d’oro.

La passione per la lettura continuò grazie anche al fatto di aver avuto nel triennio delle Superiori un professore illuminato, lo storico Augusto Placanica. Ed infine la mia consacrazione con l’esame di letteratura nord-americana con la mitica professoressa Siciliani all’Università degli Studi di Bari e subito dopo la tesi di laurea proprio su Ernest Hemingway e il suo romanzo postumo “Islands in the Stream”. Il cerchio si chiude sempre e nel mio caso divenne un’esperienza di vita! Dopo aver letto e studiato i classici delle varie letterature fu davvero rigenerante ritrovarmi immerso nei suoi libri o in quelli di James Joyce e di Virginia Woolf. I tre scrittori che cambiarono il romanzo, da quello descrittivo del secolo precedente, in 3^ persona con l’autore che ti mette sotto gli occhi ogni dettaglio, ad una prosa asciutta, essenziale, senza tempo, con gli ormai noti ed usati “flussi di coscienza”. Oggi è facile, dopo un secolo, dire: Ma si scrive così, che novità è? Ma provate a ritornare indietro, ad esempio, Henry James… e tanti altri ancora! Il Nobel Dereck Walcott, definito “l’Omero dei Caraibi”, scrive: “Hemingway ha rivoluzionato la letteratura americana. Il più grande dopo Shakespeare. Avete presente i suoi dialoghi? Divini.

Non esiste uno scrittore che non gli debba qualcosa. La sua forza? La semplicità! E non è poco. Per gli stolti. Perché scrivere una frase semplice può sembrare facile. Tutti, giornalisti o scrittori, ci provano. Ma..” Un personaggio “Larger than life”, dicono gli americani, “Più grande della vita”. Nato ad Oak Park, Illinois, nel 1899, con la passione per la natura trasmessa dal padre medico, già alle scuole superiori denota due aspetti caratterizzanti, lo sport e la scrittura, con i suoi primi racconti sulla rivista scolastica. Giovanissimo, risulta decisiva la gavetta fatta come giornalista al “Toronto Star” con gli insegnamenti del vice direttore Wellington, autore di un volumetto di regole stilistiche per i suoi redattori, “Usate frasi brevi, un inglese incisivo, siate positivi. Evitate l’uso degli aggettivi specialmente quelli esagerati”. Dalla natura di Oak Park a Kansas City, trecentomila abitanti, crocevia di storie e fatti. Giornalista e corrispondente nel mondo, nel 1918 parte dall’America per partecipare alla Prima guerra mondiale sul fronte italiano, come autista della Croce Rossa.

Da qui in poi la sua biografia è più conosciuta, non fosse altro perché all’onore della cronaca: ferito a Fossalta di Piave da un mortaio austriaco, ricoverato a 19 anni in ospedale a Milano dove si innamora di una infermiera che, poi, diventerà la sua amata Catherine Barkeley in “Addio alle Armi”. Pubblicato nel 1929, divenne in poche settimane il romanzo più venduto negli USA, è il romanzo dell’anti-eroe, una dichiarazione contro la guerra. E solo l’amore offre all’uomo una speranza di salvezza. Guerra ed amore. La guerra con i suoi danni fisici e mentali, la futilità della morte di migliaia di persone. E l’addio di Federic alla guerra ed anche alla sua amata infermiera, morta durante il parto. Tradotto in italiano, così come tanti altri libri di scrittori americani, dalla scrittrice Fernanda Pivano, la ragazza che aveva scoperto l’America grazie a Cesare Pavese, suo docente al Liceo a Torino. E questa traduzione, assieme alla “Antologia di Spoon River”,il che valse alla Pivano l’arresto da parte delle SS, ma anche una lunga e duratura amicizia con Ernest Hemingway. Del resto lo stesso scrittore nel 1923 sul “Toronto Star” in un articolo dopo un’intervista a Mussolini lo aveva definito “il più grande bluff”.

Ed il romanzo viene bandito dalla censura fascista. Raccontare la realtà senza fronzoli. Anche il confronto con la morte con cui bisogna giorno per giorno misurarsi, contrapponendo una risposta coraggiosa era ed è stata la sua missione letteraria. I suoi libri, “Per chi suona la campana”, “Il sole sorge ancora”, “Morte nel pomeriggio”, “Verdi colline d’Africa”, “I quarantanove racconti” ed “Il vecchio ed il mare” (tanto per citare i più conosciuti) ebbero un successo enorme, sancito dai film tratti da queste opere ed interpretati da attori come Rock Hudson, Gary Cooper, Spencer Tracy. Facile, a quell’epoca, unificare l’uomo, lo scrittore ed il mito do sé! Quasi una fusione alchimica tra vita e letteratura. “Era un vecchio che pescava da solo su una barca a vela nella Corrente del Golfo ed erano 84 giorni che non prendeva un pesce… Tutto in lui era vecchio tranne gli occhi che avevano lo stesso colore del mare ed erano allegri e indomiti”. Il libro sul pescatore cubano Santiago e la lotta leale con il “marlin” (simile al pesce spada), più lungo della sua barca, fece riconoscere allo scrittore americano la sua grandezza letteraria con il Premio Pulitzer ed il Premio Nobel (1954), “Per la sua maestria nell’arte narrativa,… e per l’influenza che ha esercitato sullo stile contemporaneo”. “L’uomo non è fatto per la sconfitta, disse (Santiago), può essere ucciso ma non sconfitto.” Riguardo i tanti, tanti libri di e su Hemingway sparsi sullo scrittoio e, decenni dopo, penso alla mia vita con Ernest!

Saverio Sinopoli
Presidente associazione culturale “Pablo Neruda”

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