27 Novembre 2020 - Ultimo aggiornamento il: 27 Novembre 2020 alle 11:41:49

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Il generale Dumas nel libro dell’ammiraglio Ricci

foto di L’ammiraglio, Francesco Ricci,
L’ammiraglio, Francesco Ricci

Un castello è una storia narrata dalle sue pietre, ma il nostro Castello Aragonese è un’enciclopedia di storia stratificata, nonché l’icona più famosa, insieme al Ponte girevole, di Taranto, città di delfini e due mari. Diciamolo con franchezza: il merito di aver valorizzato il Castello Aragonese, facendone conoscere storia e struttura agli stessi tarentini e al mondo intero, è dell’ammiraglio Francesco Ricci che ne ha studiato l’imponente struttura militare fin dentro le viscere archeologiche, confrontandosi con architetti militari e archeologi, compulsando carte, manoscritti, documenti e planimetrie.

L’ammiraglio Ricci, che fino a qualche anno fa è stato, per nostra fortuna, comandante in capo del Dipartimento Militare Marittimo dello Jonio del Canale d’Otranto, ha avviato la campagna di restauro e di ricerca archeologica nel Castello Aragonese di Taranto, affidato, anche questo per nostra fortuna, alla Marina Militare dalla fine dell’Ottocento. Lasciato il servizio attivo, l’ammiraglio Ricci è stato nominato dal Capo di Stato Maggiore curatore del Castello: un motivo in più per essere grati alla Marina Militare che con la città di Taranto è un’anima sola da oltre un secolo. Ricci, come si sa, ha scritto libri importanti e ha tenuto conferenze per spiegare armonie geometriche e strategie architettoniche del complicato Castello dove si sono concretati secoli di storia, riportando in luce tutta una miniera aurifera di segreti e storie dimenticate. La storia del generale Alexandre Dumas, per esempio, che nel Castello fu imprigionato per sedici mesi, dal maggio del 1799 al settembre del 1800, e che Ricci ha raccontato in un agile saggio scritto con stile fluido e chiaro. IL SAGGIO Il saggio s’intitola “La prigionia del generale Alexandre Dumas nel Castello Aragonese di Taranto – L’emprisonnement du général Dumas dans le Château Aragonais de Tarente” ed è stato pubblicato recentemente, in un’edizione fuori commercio, con il contributo di ConfCommercio- Imprese per l’Italia, a cura e a cuore della Marina Militare e dell’associazione “Amici del Castello Aragonese di Taranto” di cui è presidente il giornalista Tonio Attino, in occasione della mostra al Castello Aragonese “Oltre il muro, Dumas” che chiuderà i battenti nella prossima primavera.

foto di Il generale Alexandre Dumas
Il generale Alexandre Dumas

Le illustrazioni del libro, tratte dalla mostra, sono di Nico Pillinini e si aggiungono alle foto e alle planimetrie del Castello, da quelle antiche a quelle attuali. Ad arricchire quest’ultimo lavoro di Ricci e a dargli un respiro europeo è la traduzione in francese (“noblesse oblige”, dal momento che Dumas era francese) scritta da Teresa Bosco, presidente dell’Alliance Française di Taranto e francesista finissima: la sua traduzione, fedele al testo di Ricci, si legge con il piacere puro di pensare l’intera vicenda dell’ “emprisonnement” nella lingua “chantante” del generale Alexandre Dumas, padre del famoso scrittore, anch’egli di nome Alexandre. Per la verità, gli Alexandre di questa storia sono quattro: il primo è il marchese Davy de la Pailleterie, nato nel 1714, militare come tutti gli aristocratici degni di rispetto. Il marchese ebbe una relazione con MarieCesette, soprannominata Dumas, “femme du mas”, “donna della masseria”. Marie era una schiava delle piantagioni di canna da zucchero dell’isola di Santo Domingo, una colonia francese che oggi si chiama Haiti. Una schiava nera. Il figlio, mulatto, che nacque nel 1762 dalla relazione fra il nobile francese e la schiava afro-caraibica, Alexandre anch’egli, è il protagonista del libro di Ricci: sarebbe diventato un generale napoleonico, il primo generale europeo di sangue misto. Il marchese, nel 1776, portò in Francia, dove era stata abolita la schiavitù, il figlio quattordicenne che in seguito, con uno scatto di fierezza, ripudiò il cognome del padre per assumere il soprannome della madre, Dumas, anche se questo comportava il rifiuto dei privilegi nobiliari e di una carriera preconfezionata.

Ma intanto era scoppiata la Rivoluzione Francese che aveva fatto saltare teste imparruccate e privilegi, e Alexandre, alto, forte, coraggioso e di fascino esotico, si arruolò come soldato semplice della Rivoluzione e, bruciando le tappe, conquistò i galloni sul campo diventando in breve tempo, a soli trentun anni, generale napoleonico, soprannominato “il diavolo nero” per il suo coraggio e la sua valentìa di spadaccino. Dumas, in seguito, sposò Marie-Louise La bouret ed ebbe un figlio nel 1802, Alexandre, il futuro autore di romanzi a puntate e feuilletton che hanno fatto sognare intere generazioni di lettori, proprio lui, l’autore de “I tre moschettieri” e “Il Conte di Montecristo”. Il figlio di Alexandre Dumas, anch’egli Alexandre, quarto e ultimo, fu a sua volta lo scrittore che consegnò alla storia della letteratura il suo capolavoro, “La dame aux camélias”, la futura “Traviata” del teatro d’opera, composta da Giuseppe Verdi. IL GENERALE DUMAS Ma ora torniamo al generale Dumas, uomo e militare tutto d’un pezzo. Correva l’anno 1799, quando Dumas, durante la campagna d’Egitto, volle rientrare in Francia: aveva litigato con Napoleone e poi aveva problemi di salute. Era il mese di marzo quando il generale s’imbarcò su una nave, “La Belle Maltaise”, insieme al generale Manscourt e al geologo Dolomieu, ma, dopo una tempesta che aveva danneggiato la nave, preferì dirigersi verso Taranto credendo di trovare un’ospitale città giacobina.

Non sapeva che da noi la rivoluzione del 1799 si era ormai conclusa e che l’ “albero della libertà” era stato abbattuto con la stessa velocità con la quale era stato innalzato, cosicché la città era finita nelle mani adunche dei sanfedisti. Dumas e Manscourt, dopo una breve permanenza nel lazzaretto e poi nel Seminario, furono incarcerati nel nostro Castello e lì rimasero per sedici mesi in ostaggio dei Borbone. Come trascorsero quei mesi i due generali? In quali camere del Castello furono imprigionati? Cosa mangiavano? Cosa leggevano? Quali furono i rapporti con i carcerieri e i contatti, in gran segreto, verso l’esterno con i tarentini filofrancesi? Erano appartenuti a Dumas o a Manscourt il fornello da pipa in terracotta, la moneta di “douze deniers” di rame del 1791, i due bottoni dell’esercito rivoluzionario trovati durante il restauro e la ricerca archeologica negli scavi del Castello ? E’ vero che qualcuno tentò di avvelenare per ben tre volte Dumas? Così sosteneva il generale, e con arsenico, pare. O si trattò di gastroenterite acuta causata da scarse condizioni igieniche? Ne farà un’esperienza simile, nel 1803, un altro generale francese, Pierre Choderlos de Laclos, che a Taranto morì di dissenteria o, forse, di colera. La noia della prigionia, in ogni modo, si tinse di giallo, profondo giallo, e con un finale “coup de théâtre” degno di un romanzo di cappa e spada: Dumas, figlio di un marchese e di una schiava, sostenne un duello nella sua camera di prigionia con il comandante del Castello, il colonnello Vincenzo Mastrilli, marchese della Schiava (quando si dice la fatalità: marchese anch’egli e della Schiava, per giunta), che doveva trasferirlo a Brindisi.

Questo e tanti altri particolari della complessa vicenda sono narrati e documentati nel prezioso saggio di Ricci che, storico e detective insieme, analizza con metodo storiografico le informazioni e i documenti, identifica i locali del Castello adibiti a prigione dei due generali francesi, presenta in modo organico e completo tutta la storia da lui scandita in sei capitoli (oltre alla Premessa): Arrivo al Castello dei generali Dumas e Manscourt, Assegnazione dei Locali di detenzione ai generali Dumas e Manscourt al Castello, Contatti con elementi filofrancesi, Tentativi di assassinio, Duello con il marchese Della Schiava e infine le Conclusioni. Come termina questa storia? Tornato in Francia, dopo sedici mesi estenuanti e avvilenti di prigionia, sfibrato, fisicamente distrutto, Dumas morì di cancro nel 1806 a quarantaquattro anni non ancora compiuti. Suo figlio, il futuro scrittore, aveva tre anni e mezzo. Del padre il piccolo Alexandre conservò un’immagine mentale di eroe indomito e coraggioso, un mito e un modello ideale sul quale costruire i personaggi di alcuni suoi romanzi: D’Artagnan, Porthos, e quel Conte di Montecristo del romanzo omonimo, Edmond Dantés, incarcerato, è vero, nel castello d ‘If nel golfo di Marsiglia, ma sicuramente Alexandre Dumas più di una scintilla creativa aveva ricevuto dai racconti magnifici e dagli scritti del padre che era stato prigioniero nel nostro Castello.

Questo è ciò che sostiene Tonio Attino nella sua Prefazione e anche Ricci che, nelle conclusioni, scrive: “le drammatiche vicissitudini del generale francese, la sua forza fisica, l’abilità da spadaccino e soprattutto la sua statura morale costituirono elementi fondamentali per il figlio, il romanziere Alexandre Dumas, per dar vita ai personaggi dei suoi più noti romanzi: Edmond Dantès de “Il Conte di Montecristo”, D’Artagnan e Porthos de “I Tre Moschettieri”, veri e propri monumenti letterari in memoria di un mulatto che alla fine del XVIII secolo fu in grado di raggiungere i vertici dell’esercito francese, primo, e per lungo tempo unico, caso nelle nazioni occidentali”. A noi piace pensare, e non abbiamo motivo di dubitarne, che il Castello Aragonese di Taranto sia stato sfondo e spazio delle fantasie letterarie di uno dei più grandi scrittori francesi, lungo il filo di parole e ricordi di un padre molto amato e di cui in seguito Alexandre scrisse in “Mes Mémoires”. E ora sottolineate questa notizia: nel 2008 Tom Reiss, giornalista e scrittore statunitense, giunse a Taranto per visitare il Castello e studiare la storia del generale Dumas, raccogliendo, all’epoca, solo frustoli di notizie in gran parte lacunose. Tornato a casa, Reiss scrisse un libro, “Il diario segreto del Conte di Montecristo” che vinse il premio Pulitzer per la saggistica nel 2013. Un motivo in più, allora, per essere grati all’ammiraglio Francesco Ricci che ci ha fatto conoscere nella sua verità documentata e completa fin nei particolari una “tranche” di storia incredibile, da leggere tutta d’un fiato come il capitolo che mancava all’avventurosa storia del Conte di Montecristo, controfigura letteraria del nobile generale Alexandre Dumas.

 

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