15 Maggio 2021 - Ultimo aggiornamento il: 14 Maggio 2021 alle 19:15:24

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Il Covid non va a teatro. I focolai sono altrove

Foto di Riccardo Muti
Riccardo Muti

Neanche durante la II Guerra mondiale, con le sue distruzioni, i bombardamenti, gli eserciti che si davano battaglia in tutto il territorio nazionale, col corollario terribile della guerra civile, fu sospesa l’attività dei cinema e dei teatri. Ridotta, limitata anche per il coprifuoco, al di là degli eventi bellici in senso stretto, ma continuò. Per arrivare ad una sospensione generalizzata degli spettacoli di una certa durata dobbiamo tornare al Medio Evo, con la sua rigida scansione fra tempo sacro e tempo profano (e in campo alimentare fra giorni di magro e giorni di grasso, oggi per noi incomprensibile ma che ancora le nostre rispettavano, come l’astinenza dalla carne il venerdì…), quando nei quaranta giorni della Quaresima in ogni diocesi il vescovo proibiva qualsiasi rappresentazione. Erano quaranta giorni di fame nera per gli attori, i musici, i giocolieri e tutti coloro che vivevano di spettacolo; tutti lavoratori itineranti, perché teatri veri non ce n’erano più, ed ovviamente il cinema era di là da venire.

Ecco perché fra gli attori, da allora, il viola, il colore dei paramenti liturgici della Quaresima, è considerato jellato e messo al bando dal palcoscenico e dagli abiti anche civili durante un prima. Ora è necessaria una duplice premessa. Intanto, la pandemia esiste, è tutt’altro che superata ed è pericolosissima. Poi, se è legittima la manifestazione di dissenso rispetto ai provvedimenti governativi da parte di chi sia o si senta danneggiato, in nessun modo possono essere legittimati gli atti di violenza, peraltro con tutta evidenza organizzati e programmati, di chi si infiltra nelle manifestazioni. Su questi due necessari presupposti, possiamo dire che la chiusura dei teatri, delle sale da musica e dei cinema è un errore, che in nessun modo risponde al principio di precauzione.

Come ha scritto il Maestro Riccardo Muti in una lettera aperta al presidente del Consiglio, pubblicata sul Corriere della Sera, “chiudere le sale da concerto e i teatri è decisione grave. L’impoverimento della mente e dello spirito è pericoloso e nuoce anche alla salute del corpo. Definire, come ho ascoltato da alcuni rappresentanti del governo, come «superflua» l’attività teatrale e musicale è espressione di ignoranza, incultura e mancanza di sensibilità”. “Tale decisione non tiene in considerazione i sacrifici, le sofferenze e le responsabilità di fronte alla società civile di migliaia di Artisti e Lavoratori di tutti i vari settori dello spettacolo, che certamente oggi si sentono offesi nella loro dignità professionale e pieni di apprensione per il futuro della loro vita. Le chiedo, sicuro di interpretare il pensiero non solo degli Artisti ma anche di gran parte del pubblico, di ridare vita alle attività teatrali e musicali per quel bisogno di cibo spirituale senza il quale la società si abbrutisce. I teatri – ribadisce Muti – sono governati da persone consapevoli delle norme anti Covid e le misure di sicurezza indicate e raccomandate sono state sempre rispettate”. Imbarazzata, e decisamente sfuggente, la risposta di Conte: riconosce come giuste le osservazioni di Muti, conferma che “la cultura contribuisce a rafforzare l’identità di un intero popolo, agisce come volano per la coesione sociale, creando le basi al contempo per un dialogo che attraversa regioni e confini nazionali, aiutando a cogliere, nella propria e nell’altrui leggenda, il comune destino di finitudine dell’essere umano”, tuttavia “la riduzione delle occasioni di socialità e dei momenti aggregativi comporta anche la drastica riduzione del numero dei contatti personali”; pertanto “siamo costretti a fare questi ulteriori sacrifici.

Ma non intendiamo affatto rinunciare alla bellezza, alla cultura, alla musica, all’arte, al cinema, al teatro” perché “abbiamo bisogno del nutrimento che da queste attività ricaviamo e della capacità di sogno che queste ci suscitano. Intendiamo tornare al più presto a fruire di queste emozioni in compagnia, condividendo la muta armonia che si instaura in presenza di un vicino, anche se sconosciuto” ma “è con questo spirito, caro Maestro, che ci siamo assunti la responsabilità di operare scelte così dolorose”. “Le assicuro che, con il ministro Franceschini, siamo già al lavoro – conclude Conte, dopo aver promesso ristori immediati e misure di sostegno – per far riaccendere al più presto microfoni, riflettori, proiettori, e per assicurare le premesse per un effettivo rilancio di tutte le attività dello spettacolo, confidando sull’impegno, sulle energie e sulle intelligenze di tutti”. Ma davvero la chiusura di teatri sale da musica e cinema è utile, anzi, addirittura indispensabile per rallentare il contagio? O non piuttosto, come la chiusura di ristoranti e bar alle ore 18, non è un coprifuoco anticipato mascherato, un confinamento “improprio”? Anche perché uno dei principali focolai di infezione, il sistema dei mezzi di trasporto pubblico, non è assoggettato alle misure restrittive del primo confinamento, quello di marzo, che limiti vana l’occupazione dei posti al 50%, e su treni, autobus e metropolitane continua l’inverecondo affollamento, ben oltre quel già abnorme riempimento fino all’80% dei posti stabilito dal governo.

Nei mesi in cui i cinema ed i teatri sono stati aperti, con l’adeguamento (anche costoso) alle norme di prevenzione, non si sono registrati assembramenti, sono stati rispettati i distanziamenti interni ed esterni alle aree di spettacolo, è stata rilevata in ingresso la temperatura di tutti gli spettatori ed è stata garantita la loro tracciabilità, sono stati messi a disposizione numerosi dispenser di gel igienizzante, è stato fatto rispettare (anche ricorrendo a personale apposito) e rispettato da tutti l’obbligo di indossare la mascherina. E nessun focolaio di infezione si è registrato nell’ambito dei luoghi di spettacolo.E allora? Ne abbiamo parlato col vicesindaco ed assessore alla Cultura di Taranto, Fabiano Marti, che il settore dello spettacolo lo conosce benissimo, come autore regista ed attore di teatro, e che a Taranto ha dato impulso, anche in quest’anno di pandemia, ad una forte rinascita (in piena sicurezza) di questo importante segmento di attività. “Tanto i teatri pubblici quanto quelli privati – ribadisce Marti – hanno investito nell’adeguamento alle norme di sicurezza; poi però ci chiudono. Il danno economico è grave per le pubbliche amministrazioni, ma è gravissimo per i privati.

Capisco le più che giuste preoccupazioni per la salute, primo bene da tutelare, ma ritengo questa chiusura un gesto contro la cultura, contro la bellezza, e soprattutto lo ritengo inutile”. “A Taranto, dal 15 giugno fino alla settimana scorsa – spiega Marti – abbiamo garantito nella massima sicurezza un alto numero di spettacoli; coi termo scanner è stata rilevata la temperatura di tutti gli spettatori; abbiamo fatto rispettare il distanziamento, anche dilatando gli orari di ingresso, e l’obbligo di mascherina, anche a chi era in attesa; ogni spettatore è stato accompagnato al suo posto, accuratamente distanziato, ed obbligato – devo dire comunque con grande autodisciplina e senso di responsabilità – ad indossare la mascherina, per tutta la durata dello spettacolo, fino al deflusso.

E abbiamo garantito abbondanza di dispenser di gel igienizzante, e rilevato generalità e reperibilità telefonica di tutti, per poterli avvertire in caso di sviluppo di infezione. Bene, in quasi cinque mesi nell’ambito dello spettacolo si è registrato un solo caso di positività al Coronavirus, senza causare alcun contagio; quindi con tutta evidenza dovuto ad un contatto avvenuto altrove e che non ha dato origine a trasmissione”. Il ministro Franceschini ammette che ciò che si vuol limitare sono gli spostamenti, aggiunge Marti; però il colpo che si infligge ad un comparto già in gravissime difficoltà rischia di essere mortale: “per teatri e cinema, che già avevano problemi per costi crescenti e spettatori calanti – osserva Marti – il lockdown è stato una botta terribile, si stavano appena riprendendo ed ora arriva questa mazzata; spero davvero, ma temo che non sia così, che duri davvero solo un mese”. Il teatro (in senso ampio, includendo le esecuzioni musicali) è sicuramente cultura, e contemporaneamente intrattenimento e svago, tutte cose importantissime, forse inessenziali rispetto al “primum vivere” ma fondamentali per sfuggire all’abbrutimento; ma è anche – ed è grave che sfugga, nelle sue dimensioni reali, ai governanti – impresa e lavoro. Un’impresa che necessita di una programmazione a lungo termine: “per mettere su le produzioni – ricorda Marti – e per programmare una stagione, ma anche per fare le prove dei singoli spettacoli, occorrono almeno alcuni mesi. Noi come teatro comunale, per esempio, sia pure fra difficoltà, eravamo pronti; ma adesso, anche se fra un mese il blocco dovesse essere tolto, le produzioni ci saranno o no? E i gestori privati come affronteranno questa ulteriore crisi?. Poi ci sono gli attori di fila (e con loro attrezzisti, tecnici ed altre figure) che vivono ormai alla giornata, e lavorano in sostanza solo nella stagione invernale. Non hanno strumenti di sostegno”. Se non lavorano letteralmente non mangiano? Per non parlare di bollette, rate del mutuo, fitto? “Infatti.

E che fai, li ristori con 600 euro? La chiusura dei teatri, e per altro verso ma simile dei cinema, comporta – rileva il vicesindaco di Taranto – un doppio risultato negativo: uccide un settore assai importante per la cultura e lo svago; mette in miseria un cospicuo numero di lavoratori e porta parecchi imprenditori al fallimento”. Intanto, centinaia di artisti, d’intesa con le associazioni di settore (autori, distributori, esercenti festival, critici), si appellano a Conte, a Franceschini ed al ministro dell’Economia e finanze Gualtieri, lamentando che la chiusura “colpisce il comparto italiano che più di ogni altro ha adottato correttamente e rispettosamente le misure prescritte dai protocolli sanitari. Ultimi studi dimostrano che i teatri, i concerti, i cinema, sono tra i luoghi più sicuri del Paese, ed in virtù di questo, ci sfugge la ratio con la quale si sospendono tali attività al contrario di altre che per propria natura non possono garantire i livelli di sicurezza raggiunti nei nostri luoghi”. “Il teatro e il cinema – insiste Marti – sono uno svago sicuro; eliminarli è un errore, anche nell’ottica della sicurezza. Il lockdown mascherato è sbagliato ed è rischioso; ho l’impressione che la chiusura dei luoghi dello spettacolo, come quella di bar e ristoranti alle 18, più che rispondere a motivi di prevenzione del contagio in quei luoghi specifici corrisponda all’imposizione di un coprifuoco anticipato, peraltro previsto dalle raccomandazioni. Il rischio è duplice: abbandonare le città. Dalle 18 all’alba solo a ragazzi o a perone poco raccomandabili che saranno i padroni delle strade; gli altri, non essendoci nulla da fare, resteranno chiusi in casa.

Non solo; vietando le cene al ristorante o in pizzeria, aumenterà il numero di chi organizzerà, senza le rigorose norme di sicurezza alle quali i pubblici esercizi si sono adeguati (anche loro con costi), riunioni in casa”. Che non si possono certo impedire, al di là delle “raccomandazioni” a non ospitare più di sei persone, o ormai neppure quelle, a meno di non imporre la legge marziale. Ma questo, va da sé, è ormai un altro discorso.

 

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