16 Maggio 2021 - Ultimo aggiornamento il: 16 Maggio 2021 alle 15:41:06

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“L’Iliade o il poema della forza”, il piccolo capolavoro di Simone Weil

foto di Simone Weil
Simone Weil

“L’Iliade o il poema della forza” è un saggio di Simone Weil scritto fra il 1936 e il 1939. La Seconda Guerra Mondiale è alle porte e oscuri fantasmi di morte si aggirano per l’Europa. La filosofa francese cerca attraverso questo scritto le ragioni della condizione umana che portano alla guerra e lo fa rileggendo l’Iliade. «Il vero eroe, il vero soggetto, il centro dell’Iliade è la forza. La forza usata dagli uomini, la forza che sottomette gli uomini, la forza davanti alla quale la carne degli uomini si ritrae. L’anima umana vi appare di continuo alterata dai suoi rapporti con la forza: trascinata, accecata dalla forza di cui crede di disporre, curva sotto il giogo della forza che subisce.

Chi aveva sognato che, grazie al progresso, la forza appartenesse ormai al passato, ha potuto scorgere in questo poema solo un documento; chi invece, oggi come allora, individua nella forza il centro di ogni storia umana, trova qui il più bello, il più puro degli specchi». L’incipit ci conduce subito a riflettere su chi sia il reale padrone della storia del mondo: la forza. Una forza che ci sovrasta e che ci precede. Un dio, un diavolo, questo è la forza e forse la vita è tutto un rapporto tra forze soprannaturali e noi siamo il campo di battaglia. Il mondo è governato dalla forza e l’Iliade ci fa vedere la forza all’opera. La nostra anima, il nostro essere si modificano nel rapporto con la forza che vince su tutti; essa è la vera e unica vincitrice. «La forza rende chiunque le è sottomesso pari a una cosa. Esercitata fino in fondo fa dell’uomo una cosa nel senso più letterale del termine, poiché lo rende cadavere. C’era qualcuno e, un istante dopo, non c’è più nessuno». La radice del pensiero occidentale si svela anche in queste righe. Chiunque ha subito l’influsso della forza di qualcun altro ha sentito il suo essere regredito a cosa. Figuriamoci chi si trova impelagato nell’idiozia di una guerra. Altro che reificazione, annichilimento, c’è qualcosa che va oltre e che ferisce e deprezza ancora di più gli esseri umani. Per espandere il proprio io si orienta la propria forza a danno di Altri nutrendosi dell’avvilimento degli avversari.

Allontanare da sé la morte provocandola ad Altri. Chi vince è la guerra! Nessuno vince la guerra. Chi dà la morte alla fine non è un vincitore ma un assassino. Il vincitore a contatto con la forza perde la sua umanità e diventa cosa che annienta un’altra cosa. La guerra si sottrae al controllo di tutti e diventa incontrollabile. Simone Weil ce lo fa capire benissimo attraverso questo piccolo capolavoro. La forza genera e rigenera la propria vita. È un’illusione. L’idea di grandezza e di potere nasconde semplicemente e miserevolmente l’indifferenza del forte verso il debole e questa indifferenza purtroppo è infettiva. Questa epidemia di concetto di grandezza s’insinua anche nel linguaggio che diventa il mezzo per giustificare massacri e disumanità. In questo contagio violento tutti comunque perdono delle persone che amano. Questo senso autodistruttivo ce lo portiamo dentro dall’alba dei tempi, è questo che l’Iliade ci dimostra ed è questo che Simone Weil ci dice. Solo andando alla causa di questa condanna possiamo cercare di attenuare i risultati nefasti. La guerra è dentro di noi e la forza ci possiede. «La forza che uccide è una forma sommaria, grossolana della forza. Com’è più varia nei suoi modi di procedere e molto più sorprendente nei suoi effetti l’altra forza, quella che non uccide, quella che non ucciderà per certo. Sta per uccidere: sicuramente lo farà, o forse sta per farlo, oppure rimane solo sospesa sull’essere che essa in ogni istante può uccidere. Comunque essa muta l’uomo in pietra. Dal potere di trasformare un uomo in cosa, facendolo morire, deriva un altro potere, altrimenti prodigioso: quello di trasformare in cosa un uomo che pur è vivo. Egli è vivo, ha un’anima, tuttavia è una cosa. Un essere ben strano: una cosa che ha un’anima; che strana condizione per l’anima. Chi potrà dire quanto ci metterà ad adattarvisi in ogni istante, a torcersi e ripiegarsi su sé stessa? Essa non è fatta per abitare una cosa; quando vi è obbligata non v’è più nulla in essa che non patisca violenza». Come ce la salviamo questa benedetta anima? Come la preserviamo dalla forza? Come possiamo evitare di ridurla e di ridurci a cosa? Si studia, si argomenta, si dibatte per rispondere a queste domande oppure ci si rilassa con fumanti, allettanti e comode promesse paradisiache?

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