24 Ottobre 2021 - Ultimo aggiornamento il: 24 Ottobre 2021 alle 22:59:00

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Leggere Rodari sulle scale dei Quartieri Spagnoli

foto di Lezione tra i vicoli dei Quartieri spagnoli a Napoli
Lezione tra i vicoli dei Quartieri spagnoli a Napoli

Come vivono la scuola nelle altre città del Sud? L’emergenza Covid ha costretto a sperimentare nuove formule, alcune persino bizzarre: la didattica a distanza, quella in presenza in alternanza con divisione in due turni delle classi (giorni pari un gruppo e giorni dispari un altro gruppo), oppure altre scelte, come quelle fatte a Taranto e in Puglia per cui in presenza solo le prime e le quinte classi delle superiori. Insomma, in questi mesi di complicata convivenza con il Coronavirus stiamo assistendo ad una serie di alchimie che stanno stravolgendo gli assetti didattici, un fiorire di iniziative per tentare di tenere in piedi il sistema fondamentale sul quale si poggia un Paese civile: il sistema dell’istruzione. A Taranto e in Puglia sappiamo come sta andando, ma altrove come docenti e alunni cercano di convivere con le restrizioni imposte da questa emergenza sanitaria? Oggi scopriamo cosa accade a Napoli, uno spaccato in una delle città più colpite da questa seconda ondata della pandemia. A raccontarci cosa succede in una delle zone più caratteristiche del capoluogo partenopeo è Giovanna Sannino, la giovane attrice che abbiamo visto nella fiction “Mare fuori”, andata in onda nelle scoprse settmane su Rai Due. Giovanna ha interpretato il difficile personaggio di Carmen, ragazza madre compagna di uno dei ragazzi detenuti in carcere. È Giovanna Sannino, quindi, a condurci nei vicoli di Napoli per farci scoprire un modo diverso di vivere la scuola al tempo del Covid.

di Giovanna Sannino

NAPOLI – Poteva succedere ovunque, invece accade nei Quartieri Spagnoli di Napoli. Nel cuore pulsante della città, in quella parte un po’ storica e antica, un po’ pregiudicata e dimenticata, i bambini, insieme alle loro maestre inventano un nuovo modo di fare cultura. In un’epoca in cui è necessario reinventarsi, trovare soluzioni, non smettere mai di correre, l’opzione della didattica a distanza viene scartata da alcuni docenti, bocciata dagli alunni. La scuola è istruzione, formazione, disciplina, ma soprattutto socialità e confronto e tutto ciò un computer, fortunatamente, ancora non può sopprimerlo e sostituirlo. Sembrerebbe assurdo che nell’era del massimo sviluppo tecnologico, dove i bambini prima imparano a maneggiare un portatile, un telefonino e poi a parlare, non ci si riesca ad adattare ad un sistema imposto dalle necessità sanitarie. Sono forse queste necessità che non prendono in considerazione i danni irrevocabili che l’emergenza Covid sta causando alla società. Di chiusura delle scuole si parlava già ad agosto, quando il virus era ancora in vacanza, mentre si tentava di salvaguardare la movida e quindi l’economia. Si perde nella notte dei tempi che la diffusione del sapere è un impegno “povero”, un’idea quasi sofista quella che porta la bandiera della conoscenza.

Un interesse cinico e fallimentare quello del governo di tentare fino alla fine di tutelare il dio denaro, senza un’organizzazione precisa, pulita e sicura dei tra sporti per garantire quello che è uno, se non il diritto fondamentale allo studio. Si può sorvolare per l’insegnamento universitario, dal momento che non si parla più di scuola dell’obbligo, è al limite l’istruzione online per quanto riguarda gli ultimi anni delle superiori, poiché ci si appella alla singola responsabilità, ma oltre non si può andare. Il lavoro enorme della pedagogia per l’infanzia se filtrato attraverso uno schermo, ridurrà il contagio, ma sarà nullo fin da subito. La domanda di molti genitori che adesso lasciavano i loro figli alle maestre è: “Chi insegnerà loro a scrivere le parole più semplici? Come impareranno a leggerle? Quando avranno la possibilità di conoscere il prossimo, affrontare anche da soli le difficoltà che si incontrano soprattutto nei corridoi delle scuole?” Non è responsabilità delle famiglie, né del corpo docenti, questo impegno dovrebbe camminare di pari passo con l’eliminazione del virus. I trasporti, le società di pulizia adesso ferme, le città intere dovrebbero vivere in questo momento in funzione dell’istruzione e non degli orari lunatici del divertimento.

Come si combatte il mostro dell’ignoranza, la criminalità, la disinformazione? Dove finirà l’impegno civico se sarà lasciato troppo spazio all’ozio? Non si tratta di incapacità o mancati aggiornamenti su come debbano funzionare le piattaforme didattiche, quanto più di una protesta silenziosa che non cerca alcun appoggio; una voglia incontenibile di non perdere e lasciar andare le fondamenta della società: la cultura. I bambini, più di chiunque altro, non possono bloccare la loro creatività che si alimenta nei banchi di scuola, non possono limitare il loro pensiero e la loro crescita formativa a causa di un virus che sembra non aver fine e soluzione. A lanciare questo messaggio è stato un gruppo docenti di una scuola elementare di Napoli che ha deciso di svolgere le lezioni “in presenza” all’aria aperta sulle scale dei quartieri napoletani. Una perfetta simbiosi tra la scuola della strada e quella che si insegna nelle opportune sedi, adesso spente, ha concesso ad una classe di svolgere quasi normalmente le lezioni. Tutti distanti, con le mascherine che coprono i volti piccoli dei bambini, con cappotti e cappellini per il freddo che lentamente vince anche sul sole caldo di Napoli, attenti ad ascoltare la maestra che come cattedra ha adottato uno scalino dell’ingresso di un basso. Non è il primo caso di opposizione alla DAD a Napoli, Antonio Stornaiuolo, maestro della scuola elementare paritaria “Dalla parte dei Bambini”, qualche giorno fa ha letto Gianni Rodari ai suoi scolari chiedendo loro di affacciarsi ai balconi, riuscendo a radunare cinquanta alunni di quinta elementare che a fine lettura avevano gli occhi felici. Napoli non si ferma, Napoli è scugnizza e all’occorrenza riesce a trovare una soluzione. Corso Vittorio Emanuele, Monte di Dio, piazzetta Cariati si stanno prestando come luoghi di scambio di sapere. Dimostrazione che Napoli non è solo vandalismo e proteste. Il messaggio è chiaro: il virus ferma tutto, ma non può fermare la cultura ed il sapere, perché se muore quello l’unica certezza del domani è il buio più profondo.

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