30 Novembre 2021 - Ultimo aggiornamento il: 30 Novembre 2021 alle 06:43:56

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Augusto Ressa

La storia di Taranto è storia di periferie. La stessa Città Vecchia è una periferia, da quando quella nuova, il Borgo ottocentesco, favorì l’esodo di massa dall’Isola di una popolazione che aveva vissuto per secoli relegata al suo interno.

Nella Taranto Vecchia è rimasto un ristretto nucleo di cittadini, che vive nel cuore del fitto tessuto urbano, una sorta di riserva, dove il resto dei tarantini non accede, se non accompagnato dalle guide turistiche, alla scoperta degli aspetti di una città antica che ignorava e che in gran parte ancora ignora. Gli stessi progetti di rigenerazione, e le azioni di valorizzazione fin’ora attuate nella città Vecchia, guardano essenzialmente al waterfront, e all’asse principale di Via Duomo. Ma, fatta salva l’area circoscritta di San Gaetano, l’ex Laboratorio Urbano Cantiere Maggese, non toccano “la riserva”, che è invece il cuore pulsante, con tutte le contraddizioni e le degenerazioni di un gruppo sociale ai margini, ma dove si parla ancora il dialetto e dove ci sono i bambini che vivono per strada, le vere nuove generazioni di isolani. E’ su quel nucleo, su quei bambini, vero patrimonio dell’Isola, che la città dovrebbe investire. La sfida è entrare nella riserva per liberarla. Agli emarginati e agli ignorati, si sono aggiunte nel tempo schiere di diseredati, anche giovani stranieri, che vivono di elemosina nel Borgo, e che la sera sono ombre che trovano ricovero negli anfratti dell’isola.

Differente è la marginalità nelle altre periferie, da Paolo VI ai Tamburi, da Lama Talsano a Taranto 2, dalla Salinella a Lido Azzurro, ma anche lungo i margini dello stesso Borgo a breve distanza dall’asse viario principale della via Di Palma. Qui c’è una popolazione che sente di esser fuori dalla vita pulsante della città, come se la città vera fosse altrove. Si osserva una certa incuria diffusa, con aree di crollo in abbandono da anni, edifici puntellati, lo sconcio di Palazzo Frisini. Certo ora le cose stanno lentamente cambiando, con segni concreti quali il recupero dell’area dei Baraccamenti Cattolica, il progetto di collegamenti veloci con la rete di BRT, il campo scuola alla Salinella, la raccolta diffenziata dei rifiuti, la maggiore cura delle aree pubbliche e del verde. Ma i programmi di rigenerazione, la nuova “vision” della città, deve già fare i conti con un’imprevista condizione che rimette in discussione il nostro modo di vivere, di lavorare e di stare insieme, che è quella innescata da un virus che continua a tenere sotto scacco il mondo intero e che ci sta facendo transitare in così breve tempo verso una società nella quale il concetto di distanza e di relazione fra gli individui, a tutti i livelli, presuppone un nuovo modello di città, riferito agli assetti urbani, all’architettura pubblica e privata ed alla mobilità. Connettere la popolazione sparsa nelle periferie significa anche garantire una qualità di contesto diffusa, che restituisca dignità di vita alle aree marginali, che introduca ovunque segni di bellezza, anche attraverso l’arte (bene i murales di qualità), valorizzando la bellezza già presente, spesso offuscata dall’incuria.

A tal proposito, quanti tarantini sanno dell’esistenza di un parco dal nome poetico, Parco del Mirto, nel quartiere Paolo VI, o hanno mai passeggiato lungo via Mar Piccolo ai Tamburi, una delle vie più panoramiche della città? Taranto infine, per quanto tempo si è sentita essa stessa periferia del Paese, incapace di incidere su scelte che la coinvolgevano pesantemente anche sul piano della salute? E veniamo al nodo: parlare di tutto ciò non ha senso se non si fanno contestualmente i conti con il convitato di pietra, l’intero settore della grande industria inquinante, che così com’è, poco ha a che fare con una nuova idea di città e con la tanto richiamata “green economy”. Ivi incluso il potenziamento della base navale a Mar Grande. Già, il mare, di cui siamo capitale.

Augusto Ressa
Architetto

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