12 Maggio 2021 - Ultimo aggiornamento il: 12 Maggio 2021 alle 17:00:38

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Blitz Impresa

Processo “Impresa”: numerose conferme di condanna e di aumento delle pene inflitte in primo grado. Sono le richieste avanzate dal procuratore generale Giovanni Gagliotta al termine della sua discussione nel processo di secondo grado contro gli imputati del blitz antimafia che in primo grado furono giudicati con il rito abbreviato. Grazie all’operazione furono sgominati tre presunti gruppi organizzati nel versante orientale della provincia. Il procuratore generale ha chiesto la conferma del reato di associazione di stampo mafioso nei confronti di alcuni imputati ma ha invece ritenuto che non vi fossero elementi per dimostrare anche l’esistenza di un gruppo dedito al traffico di droga.

L’operazione coinvolse in particolare i territori di Manduria, Sava ed Avetrana oltre a Erchie, nel brindisino, e che vide invischiati nomi di politici locali, Ad altri indagati vennero contestate imputazioni decisamente pesanti quali l’associazione finalizzata alla gestione di attività illecite, le estorsioni, il riciclaggio di merce rubata, l’acquisizione diretta e indiretta di attività economiche, lo scambio elettorale mafioso, e l’associazione finalizzata all’intestazione fittizia di attività economiche e al traffico di stupefacenti. L’operazione “Impresa”, condotta dalla Polizia di Stato, era sfociata o in ventisette arresti. Sgominato un presunto gruppo che mirava a strutturarsi in un vero e proprio centro di potere in grado di condizionare le attività delle istituzioni locali e infiltrarsi nel tessuto economico-imprenditoriale. Secondo gli investigatori della questura tarantina oltre alla tradizionale attività di spaccio di droga, il gruppo operava in diversi settori, dall’aggiudicazione di appalti pubblici alle estorsioni, dall’imposizione nelle attività di movimento terra, al riciclaggio, creando un clima di intimidazione nei confronti di numerosi imprenditori locali. Una vera e propria impresa del malaffare. Una sfilza di reati nel blitz scattato nell’estate del 2017 nel versante orientale e che aveva spedito venti persone in carcere e sette ai domiciliari.

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