17 Maggio 2021 - Ultimo aggiornamento il: 17 Maggio 2021 alle 17:53:40

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“Ho amato tutto”, le emozioni cantate da Tosca

foto di Tosca
Tosca

“Ho amato tutto” è la canzone che Tosca ha presentato all’ultimo Festival di Sanremo. Il brano è stato scritto, prodotto e arrangiato da Pietro Cantarelli, un raffinatissimo autore. Sin dal primo ascolto mi è piaciuta, ho subito provato un’emozione forte, cosa che raramente, ahimè, mi capita con le canzoni. Ogni volta che l’ascolto mi provoca dei brividi. Perché? «Tre passi e dentro la finestra Il cielo si fa muto Resto lì a guardare Io so cantare, so suonare, so reagire ad un addio Ma stasera non mi riesce niente Stasera se volesse Dio Faccio pace coi tuoi occhi Finalmente» Siamo in casa o siamo fuori dalla casa che stiamo lasciando?

Lei è sola, guarda la finestra e oltre. Siamo in un quadro di Edward Hopper. Niente riesce a distogliere il pensiero dall’amato. Il talento non basta. In passato è servito per reagire a un addio, oggi no. Inaspettatamente la fine dell’amore dona una dolorosa serenità allo sguardo di lei. Vallo a capire l’amore! «Con te ho riscritto l’alfabeto Di ogni parola stanca il significato Perfettamente inutile cercare di fermare l’onda che Ci annega e ci lascia senza fiato Ed è una musica che va In un istante è primavera Che ritorna» Ricordi, ricordi, ricordi e ancora tanti ricordi che riscrivono la storia d’amore. La stanchezza e la noia, forse, si ravvivano con nuove parole fresche, che tolgono il fiato. Il rovescio e il suo contrario. Siamo in alto amore, in alto mare con i nostri amanti e viviamo insieme a loro il piacere di salire sulle onde delle emozioni per poi piombare giù, naufraghi o salvati?

«E come un pesce che non può più respirare Come un palazzo intero che sta per cadere Tu sei l’unica messa a cui io sono andata Un volo che è partito Svanito in fondo al blu E io adesso farei qualsiasi cosa Per sfiorare le tue labbra Per rivederti» Niente, il fiato manca ma i respiri sono profondissimi. Misteri dell’anima che cerca salvezza in una chiesa che non c’è, che non c’è più. Un viaggio perso. L’amore questo è: viaggi di sola andata che reclamano un ritorno. «Se è vero che il tempo ci rincorre Oggi sono questa faccia Questa carne e queste ossa Le sento ancora addosso le tue mani che mi spostano più in là Dove si vive solo di uno sguardo È tardi, si spegne la candela È sempre troppo tardi Per chi non tornerà» Aspettiamo e aspettiamo, ma l’amore non torna. Intanto la canzone ci ha rapito, ci ha fatto suoi. Siamo nella sua musica, nelle sue parole, nella sua storia. Tosca con la sua voce ci prende, a volte sembra la grande Mimì. Io sto ancora una volta lacrimando. Ma per quale ragione questa canzone mi fa questo effetto? Vorrei abbracciare la cantante per chiederle conforto. In questo disperato dolore cantato mi consolo. Siamo nel tempo che passa, tali e quali, ma cambiati.

La canzone riesce a vivere anche senza troppe rime e senza troppe assonanze, eppure è così poetica da farti rabbia (invidia). Lei, l’amante è rassegnata, sa che lui non tornerà. Ma in amore anche la rassegnazione è sempre ricca di speranza. «Perché se manchi, tu manchi da morire Perché amarsi è respirare i tuoi respiri Stracciarsi via la pelle e volersela scambiare È l’attimo fatale in cui mi sono arresa Perché tu vieni con questo amore tra le mani E come sempre nei tuoi occhi La mia casa» L’assenza è la malattia. La lontananza è un sintomo. La mancanza è la cura sbagliata perché è tormento e agonia. Non se ne esce da un amore. Finché non finisce è demoniaco. Possiede l’anima. Dimenticare è la vera cura. Ma i ricordi spadroneggiano dentro di noi, non riusciamo a gestirli. Se potessimo gestire i nostri ricordi potremmo gestire il nostro dolore. Ma ciò è impossibile, forse. Ancora una volta Eros e Thanatos maleficamente si sovrappongono «Perché se manchi, tu manchi da morire» Amore e morte. Amore è morte. L’attimo fatale tante volte raccontato ma che, se espresso bene, sempre si rinnova. Qui l’espressione è altissima. I superlativi si sprecano. Non a caso la canzone ha avuto grandi e importanti riconoscimenti. Credo che abbia lo stesso pathos di “Almeno tu nell’universo”, meno universale ma di pari intensità artistica. Lui si ripresenta con l’amore fra le mani come se fosse, che so, una testa mozzata che sancisce la fine per lui e la resa per lei che comunque si mostra riconoscente per tutto quello che c’è stato. Strani giri fa il mal d’amore, per auto anestetizzarsi si finge gratitudine. Roba da religiosi, ma si sa che si spera nel paradiso per accettare l’inferno sulla terra. «Se tu mi chiedi in questa vita cosa ho fatto Io ti rispondo ho amato Ho amato tutto». Nonostante tutto, anche nelle storie finite, abbiamo sempre amato tutto. Grazie Tosca e Pietro Cantarelli per avercelo ricordato.

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