10 Maggio 2021 - Ultimo aggiornamento il: 09 Maggio 2021 alle 22:30:25

Cultura News

Dante e gli ultimi canti del Paradiso: una storia inquietante

Dante Alighieri
Dante Alighieri

Una vicenda inquietante e incredibile riguardò il rinvenimento miracoloso degli ultimi canti del Paradiso e io ve la voglio raccontare, anche perché sollecitata dal nostro amico lettore, nonché socio della Società Dante Alighieri, Giuseppe Insolera.

Ritornato a Ravenna febbricitante dopo l’infausta missione diplomatica a Venezia, il poeta si spense durante la notte fra il 13 e il 14 settembre del 1321, e questo lo sappiamo, ma non credo che tutti sappiano quello che successe in seguito. Dopo le esequie, i convenevoli funebri e il disbrigo delle tristissime pratiche burocratiche, i figli di Dante, Pietro e Jacopo, nel mettere in ordine le carte e gli oggetti del padre amatissimo, cercarono invano gli ultimi canti della cantica del “Paradiso”. Dante aveva concluso il suo poema, già, ma dove mai aveva lasciato, anzi dove mai aveva nascosto gli ultimi canti, in quale cassetto o baule della sua casa di esule, in quale stanza segreta, in quale ripostiglio? O a chi li aveva affidati in gran segreto? Mistero.

Nessuno lo sapeva, neanche Guido Novello, neanche Cangrande della Scala al quale Dante faceva leggere per primo i suoi canti e solo dopo che lui li aveva letti -sto citando Boccaccio- “ne faceva copia a chi li voleva”. In questa maniera Cangrande aveva letto tutti i canti, tranne gli ultimi: i più importanti, i più belli, i più preziosi. I figli e gli amici di Dante più volte e per mesi rovistarono fra le carte, ma cerca di qua, cerca di là, non vennero a capo di niente. Il poeta, prima di partire, aveva nascosto gli ultimi canti, tredici per l’esattezza, in un posto certamente sicuro, e così bene, ma così bene che ora nessuno riusciva a trovarli, della qual cosa, scrive Boccaccio, ogni amico era “cruccioso che Iddio non l’aveva almeno tanto prestato al mondo che egli il picciolo rimanente della sua opera avesse potuto compiere”.

Dopo lunghe, accurate e vane ricerche, i figli e gli amici rimasero “disperati”, cioè senza speranza alcuna di trovarli. L’opera “cui han posto mano e cielo e terra” sarebbe rimasta incompiuta? A questo punto, però, sollecitati dagli amici, Jacopo e Pietro che erano buoni versaioli (Boccaccio scrive: “dicitori in rima”, certo non poeti), decisero di completare loro la “Commedia” e si accinsero all’opera lavorando di buzzo buono. Fu a questo punto che a Jacopo, più solerte del fratello nel verseggiare, apparve una notte una “mirabile visione”, scrive Boccaccio, cioè Jacopo sognò suo padre che, evidentemente e giustamente preoccupato circa la sorte del suo poema, indicò al figlio il punto esatto dove, prima di partire, aveva nascosto i canti che non riuscivano a trovare.

Ma leggiamo insieme passo passo ciò che scrive Boccaccio nel suo “Trattatello in laude di Dante”. Testimone oculare di questa, ripeto, incredibile ma autentica vicenda, fu “un valente uomo” di Ravenna, tal Pietro Giardino, notaio, “lungamente discepolo” di Dante e a lui sinceramente affezionato. Il notaio raccontò che, otto mesi dopo la morte del divino poeta, “vicino all’ora che noi chiamiamo matutino” (è la prima ora canonica, sul far dell’alba, quando i sogni, come Dante stesso aveva scritto in alcuni punti del poema seguendo la tradizione medievale, diventano veritieri) era giunto a casa sua, immaginiamo trafelato ed emozionato, Jacopo Alighieri che, svegliato Giardino, gli aveva detto di aver sognato Dante tutto vestito di bianco, di “candidissimi vestimenti”, e con una luce insolita, la luce della grazia divina risplendente nel viso.

E lui, Jacopo, aveva chiesto al padre se viveva ancora e il padre gli aveva risposto di sì, che viveva ma della vera vita, la vita eterna. E ancora Jacopo gli aveva domandato se aveva concluso il poema prima di morire e dove aveva nascosto i canti introvabili. “Sì, io conclusi l’opera”, gli aveva risposto Dante e poi, preso per mano il figlio, l’aveva condotto “in quella camera dove era uso di dormire quando in questa vita vivea; e, toccando una parte di quella, dicea: “Egli è qui quello che voi tanto avete cercato”. Detto ciò, Dante sparì. Jacopo, come è facile immaginare, si era svegliato di soprassalto e, oltremodo commosso, si era precipitato da Giardino, ben sapendo quanto egli era caro al padre, per comunicargli quello che aveva sognato e per averlo testimone dell’eventuale rinvenimento degli ultimi canti del Paradiso. Insieme, nonostante fosse ancora buio, Jacopo e il notaio Giardino, impazienti, si recarono di corsa nella casa dove era vissuto Dante per vedere “se vero spirito o falsa delusione” avesse indicato il pertugio dove Dante aveva nascosto i canti e che Jacopo “ottimamente nella memoria aveva segnato”.

“Restando ancora gran parte della notte, mossisi insieme, vennero al mostrato luogo, e quivi trovarono una stuoia, al muro confitta, la quale leggiarmente levatane, videro nel muro una finestretta da niuno di loro mai più veduta, né saputo che ella vi fosse, e in quella trovarono alquante scritte, tutte per l’umidità del muro muffate (erano trascorsi già otto mesi dalla morte di Dante, n.d.r.) e vicine al corrompersi, se guari più state vi fossero; e quelle pianamente dalla muffa purgate, leggendole, videro contenere li tredici canti tanto da loro cercati”.

Appena in tempo, dunque, altrimenti i canti, quand’anche fossero stati ritrovati, mesi o addirittura anni dopo, sarebbero stati del tutto illeggibili. E poi? “… lietissimi” ( è facile immaginare la letizia di Jacopo e dell’amico per la scoperta che era anche una conferma della sopravvivenza dell’anima dopo la morte, n.d.r.), Jacopo e il notaio Giardino, inviarono a Cangrande della Scala, come il padre era solito fare, i canti miracolosamente ritrovati che unirono ai rimanenti. “In cotale maniera l’opera, in molti anni compilata, si vide finita”. E’ tutto. Ognuno, a questo punto, tragga le sue conclusioni. Del fatto, si badi, non c’è da dubitare: è tutto vero e ne fa fede un notaio. Vi risparmio, comunque, ciò che hanno scritto biografi, storici, dantisti, teologi, esoterici e “aficionadi” circa la questione del sogno rivelatore, per razionalizzare un evento di per sé irrazionale. Una cosa è certa: i canti furono ritrovati. E così vi dico, signori miei, su tutto il resto, sogno e modalità del rinvenimento, dubbi, atti di fede e così via speculando, a voler citare il Melchisedech della novella del “Decameron”, “ancora ne pende la questione…”

Josè Minervini
Presidente del Comitato cittadino della Società Dante Alighieri

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non verrà pubblicato.

Ti potrebbero interessare anche