13 Maggio 2021 - Ultimo aggiornamento il: 13 Maggio 2021 alle 06:53:50

Cultura News

Giù il sipario, così l’Italia perde la sua anima

foto di Eduardo De Filippo
Eduardo De Filippo

La crisi determinata dal Covid e la sua conseguenza sulla cultura del Paese. Ne abbiamo parlato con alcuni operatori teatrali della patria del grande Eduardo De Filippo: Napoli

NAPOLI – Sono ormai mesi che all’ordine del giorno c’è il solito dibattito sul coronavirus. Aggiornamenti a tutte le ore, leggi e decreti promulgati in continuazione e, soprattutto, cambiati per vincere la lotta contro la pandemia. Quando sembrava che tutto stesse tornando alla normalità, ecco, di nuovo, la linea che non segna il traguardo, ma solo l’inizio. L’anno bisestile sembra non essersi ancora stancato di riservare sorprese, difatti riparte all’attacco.

Le luci delle città iniziano a spegnersi nuovamente, i locali pubblici chiudono, alcuni momentaneamente, altri per sempre; nessuno escluso, tutti lanciano grida di disperazione, tra questi anche i lavoratori del mondo dello spettacolo, i quali si sono lasciati intervistare per far sentire la loro voce. 24 ottobre 2020, giù le saracinesche di cinema e teatri. Il nuovo Dpcm del Presidente Giuseppe Conte rinnova la chiusura delle sale cinematografiche e teatrali a causa della seconda ondata d’emergenza Covid-19. Dopo la quiete torna la tempesta; tramonta la bella stagione e con essa anche la spensieratezza, ma, soprattutto, i buoni propositi per ripartire nel migliore dei modi dopo il primo lockdown.

“Vietati gli assembramenti, d’obbligo il distanziamento sociale” questi sono gli avvisi che, ormai, da mesi, popolano nei servizi giornalistici regionali, cartacei, nei talk-show di ogni tipo ed ora e che affollano le teste di tutti i cittadini. Ammonimenti che sembrerebbero aver lasciato il tempo che trovavano quando è scattato il “Tutti a mare!”. Un’estate, quasi imposta, italiana, che, però, pare non aver avuto nulla di diverso dalle precedenti. Il virus era sparito, ma non per tutti, non allo stesso modo. Mentre parte del mondo ripartiva, altri scendevano sempre di più nel baratro. Un’estate all’insegna della confusione e del non senso: sul web foto e video di locali super affollati, scambi di bicchieri, feste private e pubbliche spaziavano fiere di esser ripartite; dall’altra parte i grandi festival annullati oppure silenziosi, vuoti, svolti per mantenere viva una tradizione annuale.

Se la legge è uguale per tutti, il pieno rispetto di essa è risultata molto soggettiva. Dopo messe in guardia, quindi, poco efficienti, dato il mancato controllo da chi di dovere, tornati tutti dalle vacanze, mandati nel dimenticatoio o lasciati alla sfera della leggerezza i numeri che di giorno in giorno peggioravano, la pandemia torna a prendere piede in maniera prepotente. Ciò che preoccupa è la mancata prevenzione. La storia insegna, e se non la si conosce, quello che sta accadendo non è frutto di una sfortunata sorte, ma una chiara e già preannunciata, da tutti i virologi mondiali, seconda ondata.

Sembra, pertanto, ingiustificata la paura improvvisa da parte del Governo. La crisi non colpisce tutti allo stesso modo, questa è una regola che si perde nella notte dei tempi, infatti, sono i settori da sempre a rischio ad avere l’acqua alla gola.

Parola agli opratori del settore
“Il teatro è in crisi da sempre. Si parla di teatro senza aver mai chiarito il significato del termine: “teatro” è un luogo dove sono presenti dei posti a sedere e un palco, questa è la considerazione della massa, e a questo punto anche del Governo, ma non è così, è un settore lavorativo. Negli ultimi venticinque anni partecipare ad una rassegna teatrale da spettatore o da addetto ai lavori è diventato una convenzione borghese da fare.” Afferma Sergio Sivori, attore e formatore teatrale e continua dicendo:“La trasmissione del sapere deve essere adattata ai tempi. Quello a cui stiamo assistendo è un epilogo ciclico del teatro come di qualsiasi altra cosa. Se non appartiene ai meccanismi imposti dalla società, non va bene.

Non è l’edificio che fa il teatro, ma il lavoro che c’ è dietro. L’attore fa sacrifici, servono tecniche e relazioni, utopie che spesso vengono distrutte. Essere rivoltosi qui non vuol dire fare cortei, ma rivoluzione nel proprio spazio e nel proprio tempo. Siamo stati complici nel far credere che il teatro sia svago, intrattenimento, e quindi di contorno.” Stesso atteggiamento omertoso che si è tenuto durante i tre mesi estivi, quando il treno dell’economia è ripartito troppo velocemente per poter essere poi fermato. “Il teatro era in Grecia un veicolo, un vero mezzo di comunicazione, era il social di oggi.” Continua Sivori: “Per questo non deve mai morire, attraverso di esso, la sua bellezza, le sue forme, il mondo viene filtrato, è un passaggio di informazioni. Al di là della pandemia che ci investe tutti i giovani che si dedicano al teatro dovrebbero prendere le distanze dalle altre arti, perché sta diventando veicolo di una cronaca quotidiana di fatterelli.

Non ci si deve confrontare col vero, ma col verosimile. Non cambia il come dedicarsi al mestiere, ma i tempi, e bisogna essere forti a non appartenere al proprio. Compito del teatro è essere avanguardia.” Scuole di formazione, tecnici, produzioni che sono al limite della sopportazione, destinate a reinventare un modus operandi millenario. Bonus stanziati che non potranno soddisfare la voglia necessaria di lavorare e soprattutto manovre non mirate alla tutela e alla garanzia che spazi indipendenti e piccoli possano sopravvivere. Il grande spazio per il Governo merita attenzione, i piccoli, che sono la maggioranza, sono poco presi in considerazione da sempre. Si sforna il pane più grande. Le realtà minori creano un arcipelago enorme e quindi un conseguente profitto. Bisogna rimettere in piedi un’industria che già prima era gravemente in crisi.

Politica al teatro e non in teatro. Questa etica deve appartenere ai giovani. La pandemia, forse, non è la più grande nemica dei lavoratori dello spettacolo. La cultura è da sempre attaccata; di filosofia, storia e arte, si sà, si vive poco e male. Il mito del denaro l’ha definitivamente spazzata via. È fuori moda diffondere il sapere. Questa è l’era del digitale, della velocità, non c’è tempo e spazio per sofismi e riflessioni utopistiche ed idealiste. Bisogna, quindi, capire dove e quando è nato l’errore. Questo è il momento per cancellare tutto e ripartire d’accapo.

Questa è la seconda chance che ci è stata concessa. Il teatro è necessario e lo si può capire con episodi pratici, come, ad esempio, in Spagna dove sono state avviate delle pratiche per metterlo sul piedistallo dei beni primari. Carlo Cerciello, direttore del Teatro Elicantropo di Napoli, regista e maestro nella sua scuola di formazione, risponde così alla domanda: “Quale crede possa essere il domani?” “E’ drammaticamente molto semplice la risposta. Futuro non ce ne sarà, perché tranne che per gli spazi sovvenzionati questa situazione del Covid creerà una desertificazione generale. Noi nel nostro piccolo non potremmo fare alcuna stagione, continueremo con la scuola, ma nessuna rassegna. Quanto ai giovani, non ci saranno spettacoli, non ci saranno sale. Non è una previsione, ma una certezza perché è già così. Dove sono gli spazi? quali sono i circuiti in cui i giovani potrebbero inserirsi? Si parla ovviamente fin quando tutto sarà sospeso. Gli spazi off , gli spazi indipendenti non hanno questa funzione fondamentale per il teatro, che è quella di creare nuova linfa, nuovi attori, autori, registi.

Lo Stato già prima non alimentava questo tessuto, figuriamoci adesso, dobbiamo solo sperare che tutto questo incubo passi al più presto e che veda quanti meno feriti è possibile. Per quello che sta succedendo i teatri sono sempre i primi a chiudere e questo atteggiamento è incomprensibile, perché non è vero che la curva epidemiologica possa cambiare con la chiusura di essi, non ci sono folle oceaniche, non ci sono mai state, non siamo una metropolitana.” Accanto a questo appello si schiera Roberto Azzurro, attore indipendente e regista con una considerazione generale che evidenzia le linee sottili della crisi ormai affermata del teatro: “Noi della mia generazione siamo cresciuti con la gente che ci chiedeva “Che lavoro fa?” e rispondendo “L’attore” ribadivano nuovamente la domanda. Nessuno ha mai considerato quello dell’attore un vero mestiere, è proprio la gente che fa la classe politica di oggi, quella che ancora adesso farebbe la stessa domanda, va da sé tutto ciò che sta succedendo. è troppo difficile capire effettivamente la cultura, senza pensare al declino che ha avuto il teatro negli ultimi anni. Prima gli artisti erano considerati un tesoro inestimabile perché emozionavano.

Nonostante ciò il teatro non muore, è un qualcosa di talmente vecchio che esiste da migliaia di anni che non posso pensare possa morire. Ci sono grandi problemi, ma sarebbe da matti pensarlo finito. È il momento di inventare un altro modo di sperimentare. Del teatro davvero non frega nulla a nessuno, cioè, se le persone che adesso rivendicano di andare a teatro passassero davanti le saracinesche abbassate capirebbero dove si trovano solo per le insegne e per i manifesti. È surclasssato, è diventato qualcosa che è ormai al latere. La nostra bravura dovrebbe stare nel svolgerlo con forme innovative ai confini della società.”

Un grido che coinvolge tutti, grandi e piccini, appassionati ed interni, che non può essere ignorato. Complici sono i signori che tirano le redini del comando, ma, insieme, a loro, tutti coloro che voltano la testa, tutti coloro che hanno pensato l’incubo finito o non loro responsabilità grande attenzione nel quotidiano. Non sono, però, solo gli spazi dai posti limitati a dover tenere duro e soprattutto non perdere forza e speranza, ma anche quei luoghi dove occorrono microfoni e luci importanti, come ad esempio, il Teatro Diana del Vomero di Napoli. “Il governo parla di cultura, il nostro ministro Franceschini pure. La situazione è quello che è. Il teatro, il cinema sono quelli che forse pagano più lo scotto del virus perché considerati luoghi di aggregazione. Non c’è mai stata una vera e propria ripartenza della cultura, dei teatri e dei cinema, la stagione estiva è sempre stata meno fruttuosa. Noi come Teatro Diana, ma come tutti i teatri d’Italia, stiamo soffrendo.

Avevamo presentato un cartellone che sarebbe partito più tardi del solito, a dicembre invece che a ottobre, ma con questa situazione abbiamo dovuto mettere un freno ai lavori in corso. Si spera in una vera e grande e forte ripartenza del mondo dello spettacolo.” Così Claudia Mirra, direttrice del Diana, mostra resilienza e la voglia di ricominciare da dove tutto è stato fermato. Se muore la cultura, muore l’anima e l’Italia, Paese che ha tanto da vendere, soprattutto dal punto di vista artistico, non può perdere la sua. Sono appelli quelli riportati, messaggi di disperazione, speranza, forza, rabbia per quella che è, ormai, una situazione al capolinea. Bisogna considerare questo come punto e accapo per poter ripartire nuovamente, veramente; ripescare il vecchio e adattarlo al nuovo.

 

 

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