26 Ottobre 2021 - Ultimo aggiornamento il: 26 Ottobre 2021 alle 10:59:00

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Andare a scuola di scrittura creativa? Meglio Hemingway

foto di La copertina del libro di Vittorino Curci
La copertina del libro di Vittorino Curci

“La lezione di Hemingway e altri scritti di letteratura” è il suggestivo titolo di un libri scritto dal poeta, musicista e pittore barese Vittorino Curci, apparso in questi giorni nella collana “noisette” delle edizioni calabresi Macabor. Curci è un personaggio noto e singolare del panorama culturale pugliese: poeta, scrittore, jazzista e suonatore di sassofono, artista visivo, ha al suo attivo un gran numero di libri e raccolte di poesia, che gli hanno valso anche il Premio Montale.

Ebbene: a quale lezione si riferisce il libro, posto che lo scrittore americano è considerato universalmente un caposcuola della narrativa contemporanea? Ed è forse il più amato e comunque ancora oggi tra i più venduti al mondo? Naturalmente: una lezione di scrittura. Ma perché, forse che anche Hemingway apparteneva alla schiera sconfinata di scrittori, non tutti di eccelso livello, che tengono scuole di scrittura (creativa) e che insegnano (a pagamento) a una schiera di ambiziosi giovanetti come si scrive un romanzo? Ma nemmeno per idea! Dubitiamo fermamente che l’autore di “Fiesta”, “Per chi suona la campana?” o de “Il vecchio e il mare” sprecherebbe il suo prezioso tempo, trascorso a girare il mondo e trovare ispirazione sui campi di battaglia, nelle arene insanguinate dalle corride, tra le “giungle d’asfalto”, sui mari di tutto il mondo, a spiegare le tecniche di scrittura.

E allora? È semplicemente che Vittorino Curci, anche lui lontanissimo dall’idea che si possano aprire scuole di scrittura, come se i grandi narratori si possano forma re a tavolino, ha voluto proporre un paradosso. Ha preso spunto da un racconto dello scrittore americano, Festa mobile, per dimostrare che basterebbe leggere con attenzione questo racconto per trarre tanti insegnamenti che difficilmente si potrebbero ricavare da discorsi e descrizioni astratte. Un paradosso? Anche questo lo è, naturalmente, ma spinto in maniera interessante a dimostrare la ricchezza della scrittura e delle figure narrative che si possono ricavare semplicemente leggendo, visto che moltissimi tra coloro che scrivono non leggono mai, e non ricordano niente di quel poco che hanno letto nella loro vita.

Il saggio, scrive l’autore nella nota introduttiva “è un divertissment ispirato dal proliferare delle cosiddette scuole di scrittura creativa a cui non ho mai guardato di buon occhio essendo stato sempre del parere che tutto quello che c’è da imparare sulla scrittura sono i maestri a insegnarcelo con i loro libri”. “E lo dimostra chiaramente Hemingway con Festa mobile da cui anni fa ho tratto un vero e proprio “Corso accelerato e facile di scrittura creativa”, concentrato in un’unica e semplicissima lezione”. Molto interessante l’analisi delle situazioni e delle descrizioni che Curci compie sul racconto hemingwayano. Oltre al saggio di apertura che dà il titolo al libro, Curci raccoglie altre tre saggi brevi molto interessanti. Il primo, “Rileggendo le lettere di Gramsci”, propone un approfondimento in chiave moderna e personale di quello che, tra gli anni Sessanta e gli anni Settanta, era considerato un testo di riferimento per tutti coloro che si occupavano di storia e di politica.

Il secondo saggio è dedicato a “Il diario di Etty Hillesum” la scrittrice ebrea olandese vittima dell’Olocausto, la cui scoperta, sostiene l’autore, gli ha cambiato la vita, tanto grande è stato l’impatto dei suoi scritti. L’ultimo saggio: “Filosofia e poesia”, davvero singolare, interesserà senza dubbio chi, come il sottoscritto, ha studiato filosofia e scrive poesia e non si è mai curato di verificare come la praticabilità delle due cose sia stata considerata più o meno conciliabile dai grandi filosofi, a partire da Platone che sosteneva che colui che che sosteneva che colui che intende votarsi alla filosofia deve rinnegare del tutto le sue poesie. Meglio: distruggerle.

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