18 Aprile 2021 - Ultimo aggiornamento il: 18 Aprile 2021 alle 12:17:53

foto di Liborio Tebano
Liborio Tebano

Nello stesso 17 novembre in cui si ricorda la scomparsa di Vincenzo Fago (ne abbiamo parlato nel numero di Tarantobuonasera di ieri, ndr) Taranto piange anche la scomparsa di Liborio Tebano (Matera 14 ottobre 1866). È una delle voci più belle, pulite, genuine del vernacolo tarentino.

Quale tarentinità
Tebano è l’esempio d’una tarentinità che non è un dato genetico, quanto soprattutto culturale. Si può nascere a Taranto senza alcuna tarentinità, vivendo da residenti e non da cittadini. Si può venire a Taranto da lontano o, come Tebano, da Matera a 14 anni e innamorarsi di questa città, dei colori, dei suoni, degli odori, delle prelibate primizie e delle celebrate delizie e, non meno, delle sue stridenti contraddizioni, indossarne l’habitus, condividere le tradizioni, interiorizzando l’eco di un tempo sempre vivo, di una cultura giammai sfiorita, cui attingere – avendo presente la volontà divina, cume vo’ Ddije! – per un futuro migliore. Insomma, Tebano è un tarentino a tutto tondo e Giacinto Peluso riconosce, a tal proposito, il «tarantino di adozione e di cuore», perché qui è la sua tarentinità, un’unione di valori e di sentimenti che si riconosce in quella Taranto, gran regina dello Jonio, “portento, bellezza, gaiezza tra due mari tanto rari!”.

Il poeta operaio
Tebano è anche l’espressione di una poesia dialettale che nasce da un uomo d’una straordinaria operosità, di sani principi morali, con i valori cristiani della famiglia, formatosi alla scuola del duro e onesto lavoro, con l’ancoraggio ai valori della tradizione, al sentimento della patria, a un’umanità che conosce i sacrifici della vita, che ha una cultura reale, lontana da ogni pretenziosa e vuota erudizione. È fiero nel dichiarare nei suoi versi: No’ so’ ‘nu littarate, so’ uparaje”. È deciso nella volontà di progredire, di realizzare la vocazione ontologica ad essere di più, di migliorarsi per vivere il bene, il vero, il bello, in un mondo che riconosca la santa Provvidenza, perché “‘a bona sorte ‘a manne Ddije!”.

“Meste Liborie” di via Cava
A Taranto trova la donna della sua vita, Vincenza Candida, “‘na cumpagna sande”, a cui affida il suo cuore innamorato, arricchendo la famiglia di ben sei figli, “file buene e bedde tutte quande”: Umberto, Amedeo, Mario, Armando, Ercole (gli ultimi due poeti dialettali sulle orme paterne) e la tanto attesa Ida. Avvia un’attività artigianale nell’Isola, in via Cava; è benvoluto e stimato per la mitezza, per la disponibilità verso tutti per i quali è “Meste Liborie”, pronto a stare dalla parte del più povero. Denuncia una “panivendola” ingorda e usuraia, che vende a prezzo maggiorato pane di pessima qualità a un povero cavamonti, il quale, non guadagnando abbastanza, è costretto a dare in pegno il suo vestito.

Il Liborio civis
Con Leonardo Piangiolino, Nicola Spagnoletti, Nicola Semitaio, Vincenzo Pica, Tommaso Villari ed altri amici, è tra i fondatori d’una Società di Mutuo Soccorso che, fra l’altro, costituisce il “maritaggio”, un fondo dotale per consentire alle ragazze meno abbienti di avere il necessario corredo per sposarsi. Con sentimenti sinceramente patriottici, è il primo in città a lanciare un pubblico appello al sindaco Francesco Troilo per erigere un monumento ai Cinquecento caduti tarantini della Prima guerra mondiale. È consigliere comunale nell’Amministrazione guidata dal sindaco Vincenzo Damasco, consigliere della Banca Agricola e Commerciale, è anche tra i fondatori di una scuola serale popolare gratuita intitolata a Francesco Bruno, affiancato dall’amm. Curzio Maccaroni, dal dott. Vincenzo Guadalupi, dal capo stazione don Mimì Comunale, dal prof. Angelo Iurlaro e da altre benemerite personalità locali.

La poesia come luogo di amicizia
La sua bottega di via Cava è il salotto della poesia dialettale tarantina, dove è possibile incontrare Niccolò Tommaso Portacci, Michele De Noto, Angelo De Florio, Vincenzo Gigante, Cataldo e Giannino Acquaviva, Antonio Torro … Quest’ultimo parla di Tebano nel 1925 come «uno degli uomini più puri e sinceri della nostra Taranto. Lavoratore senza riposo, padre di famiglia esemplare, poeta che ha intatte le visioni della prima età, sa elevarsi sulla folla alla ricerca del bene, del bello, del vero».

Le rime in note
Tutte belle le poesie dialettali di intonazione popolaresca, molte delle quali musicate con successo. “Tagghi’a ccurte, Fulumè” parla dei sospiri dell’innamorato per la sua ragazza “bionda rizzetedde” e della voglia di vincere con l’amore le miserie che impediscono le giuste nozze; è musicata dal M° Vincenzo Quintavolo e premiata con diploma d’onore nella I Festa della Canzone del 1932, indetta dal Dopolavoro Provinciale di Taranto. “Bedda Uagnedda”, la sola stella creata da Dio, “‘a sola stedda ca crijò Ddije”, oggi ricordata nei vicoletti della città vecchia solo da qualche meno giovane, viene musicata dal M° Quintavolo e presentata con successo alla Piedigrotta tarantina del 7 settembre 1919. “‘A trambi’ a Tarde” esprime la gioia per l’inizio dei lavori della tranvia cittadina con una tarantella musicata dal M° Quintavolo nel 1922. Altri versi di Tebano sono felicemente musicati come “A Feste de l’uve” dal M° Facilla in occasione della III Festa dell’Uva del 1932, “Sce’ vennemame” dal M° Luca De Luca per la Piedigrotta tarantina del 1933, “A vennegne” dal M° Quintavolo e presentata alla III Festa nazionale dell’uva del 1936.

La poesia come lode
Tante le poesie con sincere lodi ad amici e a personalità locali: a Vito Forleo onorato per il suo “ideale: / raccoglier poesia dialettale / dei poeti di Taranto Bimare”; a Emilio Consiglio, a cui confessa che scrive qualche poesia, abbracciando la fantasia, per dimenticare le contrarietà della vita “e pe scurdarle, abbrazz’a fandasije, / vèche ci ‘addrizze ‘nquarche poisije!”; ad Antonio Torro, assennato con tanto sale in zucca (Tu tiene a quidde cokkre tanda sale) e con un’anima candida e occhi belli come due stelle (Anema chiare tiene cum’a neve, / uèchie lucende cume so’ do’ stedde); a Giovanni Paisiello che merita di essere giustamente onorato dalla sua città; a Cosimo Palumbo, Giovanni Acquaviva, Nicolino Gigante, Michele De Noto, Filippo Di Roma, Angelo De Florio. Dedica poesie in lingua italiana ad Alessandro Criscuolo, Luigi Di Serio, Angelo Berardi, Gabriella Sommi Picenardi, Giovanni Spartera, Carlo Natale, Umberto Notari, Maria Luisa Tamborino, mons. Ferdinando Bernardi.

Le poesie gnomiche
La prolifica produzione letteraria comprende fiabe e leggende in versi con animali parlanti (la tartaruga e la lepre, la rana e il lucertone, la pulce e l’elefante, la formica e la cicala, l’asino con la pecora e il lupo, la capra e i capretti, il gatto e il topolino, ecc.) con la finalità di consigliare, alla luce della sapienza popolare, una condotta di vita saggia, all’insegna del bene, in un mondo d’amare, perché Iddio “‘u munne c’à criate s’à d’amare”.

Una piazza per il poeta
Solo qualche anno fa, la precedente Amministrazione comunale ha dedicato una piazza al poeta nel quartiere “Tamburi” per onorarne la memoria e l’opera (raccolta in un testo del 1965, “L’acquasale”, curato dai figli Ercole e Armando). Ogni toponimo costituisce, soprattutto, un impegno per promuovere, ad un livello sempre più alto, la memoria delle nostre tradizioni, della lingua locale e di chi è stato benemerito nella storia della città. La poesia dei nostri poeti dialettali è un patrimonio che contribuisce non solo a conservare il passato, a mantenere viva un’appartenenza che si rischia di smarrire; è il fondamento, è l’anima della identità culturale di una comunità, senza la quale non si sa da dove si viene né dove andare!

Guglielmo Matichecchia
Socio Ordinario Società di Storia Patria per la Puglia Sezione di Taranto

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