16 Aprile 2021 - Ultimo aggiornamento il: 16 Aprile 2021 alle 15:43:58

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Quella forza che arriva dal Sud, come invertire la tendenza

Una veduta aerea del Ponte Girevole
Una veduta aerea del Ponte Girevole

Non per essere scortesi nei confronti dei settentrionali autoctoni (posto che ce ne siano ancora) ma, leggendo il bellissimo articolo della mia amica Serena Giglio, avvocato tributarista di successo direttore eccellente della nostra Rivista digitale Economia & Diritto, sento il dovere di portare la mia testimonianza su un argomento che ha condizionato le nostre scelte di vita personali, familiari e quelle di intere generazioni del Sud Italia. In particolare, desidero rimarcare l’importanza del contributo che tanti giovani meridionali di ieri e di oggi hanno offerto alle regioni del Nord (e non solo) a seguito di un vero e proprio esodo di massa che ha alimentato (e che alimenta tutt’oggi) quel flusso inarrestabile di risorse umane (ahimè, spesso le migliori) verso territori (apparentemente) in grado di offrire loro migliori condizioni di vita e di lavoro ma che in realtà celano l’incubo di un ricatto perenne da cui è quasi impossibile sfuggire: abbandonare il Sud per una vita migliore.

Ebbene, come dicevo, leggendo le riflessioni di Serena, mi si è riempito il cuore di tristezza pensando ai tanti giovani che, come noi, hanno vissuto quell’esodo forzato e doloroso verso il Nord, attratti dal comprensibile desiderio di successo, ma allo stesso tempo complici inconsapevoli dell’impoverimento delle regioni del Sud. Intendo, dunque, condividere la mia storia, sapendo che questa è la storia di centinaia, migliaia di giovani che negli anni hanno dovuto lasciare i propri affetti, per cercare fortuna altrove, al Nord o all’estero. Come per Serena, anche per me la storia inizia in una tranquilla cittadina del Sud, Benevento, dove da decenni ormai non succede nulla e dove l’unica speranza di lavoro sembra essere (come 30 anni fa, quando ho iniziato il mio lungo viaggio) il “posto fisso” nella Pubblica Amministrazione, per dirla alla Checco Zalone.

La trafila è sempre la stessa. Si concludono gli studi al liceo e ci si iscrive all’Università. Alcuni terminano gli studi con risultati eccellenti e alimentano le schiere di “cervelli in fuga”, altri si perdono e si accorgono che avevano altre attitudini e altri ancora, la maggioranza, deviano il percorso e, quando hanno la possibilità, tentano in tutti i modi di accedere alla Pubblica Amministrazione partecipando a decine e decine di concorsi e selezioni. A me è andata bene, poiché ho avuto una famiglia semplice, onesta, ma sempre attenta alla formazione e al futuro dei propri figli. E in questo scenario, fatto di tanti sogni e di poche opportunità si è sviluppata la mia esperienza. Dopo aver vinto un concorso pubblico assai selettivo come Ispettore della Guardia di Finanza (il secondo, dopo quello come pilota in Alitalia, superato brillantemente ma mai portato a termine perché mia mamma aveva il terrore degli aerei, ma questa è un’altra storia), ho scelto rimanere nelle Fiamme Gialle per 15 anni, viaggiando in lungo e in largo attraverso la nostra meravigliosa Italia, fino ad approdare definitivamente nella grande e mitica “Milano”.

Venendo da una piccola città del Sud, dove – come ho detto – non succede mai nulla, trovandomi improvvisamente proiettato in una realtà come quella meneghina, ricca di prospettive e di opportunità di lavoro accattivanti e ben remunerate (soprattutto nel settore privato) ed avendo nel frattempo conseguito due lauree, un dottorato di ricerca in diritto tributario e una abilitazione professionale come dottore commercialista e revisore legale ho capito ben presto che il mio destino non era quello di un tranquillo “posto fisso” nella pubblica amministrazione (con tutto il rispetto per quest’ultima). E così, nonostante la possibilità di fare un’ottima carriera in divisa (in parte già fatta) o, in alternativa, di transitare nel Ministero dell’Economia e delle Finanza, dove nel frattempo avevo superato una selezione per titoli, ho scelto di mollare tutto e di cambiare la mia vita, cogliendo una opportunità che mi veniva offerta a Milano da un prestigioso studio legale e tributario internazionale. Un salto nel buio direte Voi. Certo, aprire la partita IVA in un momento di profonda crisi economica e lasciare, dopo 15 anni, un contratto di lavoro a tempo indeterminato in una prestigiosa istituzione pubblica come la Guardia di Finanza potrebbe sembrare un vero e proprio salto nel buio.

Tuttavia, non lo è stato grazie ad una solida preparazione sia umana che culturale, oltre ad una buona dose di coraggio e determinazione. Peraltro, come tutti i miei successi più importanti, anche questo è scaturito da una decisione non priva di rischi (seppur ben calcolati). D’altra parte, come diceva Machiavelli, siamo noi gli artefici della nostra fortuna! Ognuno di noi determina il proprio destino in base alle scelte che fa. Sicché, come dicevo, sono diventato Tax Director di uno studio prestigioso, lavorando alacremente giorno e notte, senza sosta, pure nei week end e viaggiando ovunque per soddisfare al meglio tutte le esigenze dei Clienti più importanti. Lavoro bellissimo, entusiasmante, ottime prospettive di crescita, poi la partnership e gli incarichi importanti, ma tutto ha un prezzo! Rinunce e sacrifici fatti in nome del lavoro e del successo, alcuni dei quali hanno lasciato un segno indelebile dentro di me.

A futura memoria, ne cito due su tutti: non aver potuto seguire mio figlio fino all’età di 6 anni a causa delle continue trasferte fuori studio e non aver potuto assistere alla nascita di mia figlia perché costretto a dare priorità al lavoro anche in un giorno così importante. Ebbene, queste ed altre storture sono il frutto di un modello di sviluppo malsano, basato su valori effimeri come il denaro e la ricchezza materiale che, alla lunga, portano alla devastazione interiore. Tu sei in quanto hai! Più sei ricco, più sei potente e superiore! Un sistema inaccettabile da cui sono esclusi valori come l’amicizia, la solidarietà, la famiglia. Un’Italia a due velocità, dunque, quella che abbiamo contribuito a creare, che tutti noi dovremmo contrastare quotidianamente e che alimenta il perenne dibattito sulla annosa questione meridionale.

Nel nostro ambiente (quello professionale intendo) – a Milano e al Nord in generale – non ho mai incontrato un professionista o un imprenditore che non avesse quantomeno una parentela alla lontana con gente del Sud. E questo forse ha contribuito a rendere meno amara la lontananza dai luoghi di origine, pur senza annullare la sofferenza di fondo che ci ha sempre accompagnato negli anni. Anche io, come Serena, ho avuto la possibilità come docente di seguire tanti giovani studenti nei loro progetti di stage o di tesi e mi sono reso conto che le aspettative di coloro che arrivano dal Sud Italia sono sempre le stesse, per tutti, vale a dire quelle di trovare una opportunità di lavoro al Nord o all’estero. Finiti gli studi, un giovane del Sud, a differenza di quello del Nord, mette già in conto la possibilità di lasciare la famiglia e partire per il Nord o per l’estero. Ecco, credo che questa sia una grande ingiustizia a cui noi tutti dovremmo porre rimedio. È veramente giunto il momento di invertire questa tendenza malsana e distruttiva che assorbe la linfa vitale dai nostri luoghi di origine per trasferirla e sfruttarla altrove. I giovani che nascono al Sud devono avere le stesse opportunità di quelli del Nord e non devono essere costretti a pensare che allontanarsi dai propri affetti per cercare fortuna debba essere considerato “normale”.

La normalità è quella che consente di esercitare il diritto di vivere e lavorare nel luogo in cui si è nati, vicini alla propria famiglia, ai propri cari e non certo quella di farsi “deportare” altrove, in un contesto che spesso non ha proprio nulla di familiare. Dicevo che io sono stato fortunato poiché sono una persona intraprendente e mi sono sempre impegnato per migliorare. Ma cosa sarebbe accaduto se non fossi riuscito ad affermarmi? Come avrei potuto fare ritorno nella mia terra di origine con una tale sconfitta nel cuore? Eppure non tutti ce la fanno. Ma anche questi devono avere il diritto di ritornare, così come ce l’hanno coloro che hanno avuto successo. Invece, nella realtà accadono cose ben diverse. Le persone che non hanno successo, per esempio in una grande città come Milano, finiscono sulle panchine dei giardini o sui pavimenti gelidi della stazione centrale, nella totale indifferenza degli altri, che invece devono correre, correre e ancora correre per difendere in tutti i modi il proprio stato sociale e il loro tenore di vita.

La verità è che per molti anni la politica è stata miope. Ha sempre trascurato questo problema enorme, sociale e psicologico insieme, del distacco dalla propria terra, dalle proprie origini, per trovare lavoro altrove, non importa dove, ma di certo al Nord o all’Estero. E perché non al Sud? Cosa manca a questa terra meravigliosa dove tutti vengono in vacanza e restano a bocca aperta davanti a certi scenari naturali o semplicemente all’allegria della gente del Sud? È solo una questione di volontà! Una volontà che è mancata per troppo tempo e che dobbiamo tornare a coltivare. Un desiderio di equilibrio, che consenta al giovane del Sud di avere un’alternativa.

Si perché oggi, nonostante tutti si riempiano la bocca con espressioni del tipo “il Nord è il motore del Paese”, ci dimentichiamo che quello stesso Nord è fatto dei giovani di ieri e di oggi strappati dalla loro terra natìa per inseguire il sogno della cosiddetta “normalità”. Dalla mia esperienza, da quella di Serena e di tanti altri giovani di ieri e di oggi, dobbiamo trarre un insegnamento: dobbiamo ridare valore ai territori del Sud Italia, per tanto, troppo tempo, devastati dall’impoverimento generato da una politica miope e inconcludente, che ha sempre sostenuto l’idea che il Paese Italia dovesse essere trainato da un “motore” posizionato nelle sole regioni del Nord, quelle più vicine all’Europa centrale, fino ad accettare il paradosso che una sola città, Milano, potesse essere l’unico e solo volano di sviluppo per l’intero Paese, tagliando alla radice tutte le speranze di chi vorrebbe vedere un’Italia finalmente unita sotto tutti gli aspetti e protagonista del Mediterraneo. La pandemia che ha colpito il mondo nel 2020 ha contribuito a mettere in luce tutti i limiti di questo modello.

L’unica speranza di sopravvivenza e di sviluppo di ogni comunità e di ogni Paese (in particolare, dell’Italia) sta nella capacità futura di generare ricchezza e benessere e di diffonderle ad ogni livello sociale e territoriale. Da qui la soluzione: ridare dignità alle regioni del Sud, ai piccoli centri, garantendo pari dignità e pari diritti (soprattutto con riguardo alle condizioni di lavoro) a tutti i cittadini, ovunque scelgano di vivere. In questo contesto, io e la mia famiglia (spinti dal desiderio espresso più volte dai nostri due figli) abbiamo voluto fare un esperimento che ha stravolto (in meglio) la nostra vita: abbiamo riportato la nostra dimora nel nostro amato Sud, scegliendo di vivere, lavorare e studiare in quei territori tanto bistrattati dalla politica e dagli stessi abitanti (che nel frattempo sono “scappati” al Nord).

Con questa iniziativa abbiamo assunto una decisione importante – da tanti ritenuta folle, ma per noi e per i nostri figli rivelatasi un enorme privilegio, fonte di gioia e benessere. Abbiamo voluto dare un piccolo segnale concreto per dimostrare che si può tornare a vivere (e, con un po’ di impegno, anche a lavorare) nei luoghi di origine, accanto ai propri cari, in posti spesso meravigliosi in cui le bellezze paesaggistiche, culturali e artistiche si mescolano con i valori e le tradizioni secolari e, soprattutto, con il calore familiare. Il risultato? Beh, è ancora presto per dirlo! Tuttavia, nelle prime settimane abbiamo registrato un incremento esponenziale del senso di benessere e di felicità di tutti i membri della famiglia. Diciamo che ad oggi trattasi di un esperimento sociale ben riuscito, grazie anche ad un contesto familiare eccezionale e ad una struttura professionale consolidata, realizzata negli anni, flessibile e ben articolata, con sedi a Milano e a Benevento, che mi consente di lavorare ovunque in Italia e all’Estero, sia in presenza che da remoto.

Se poi aggiungiamo la soddisfazione personale nel leggere la seguente risposta ad un mio annuncio di lavoro per la sede di Benevento: “Sono un avvocato tributarista, laureato con 110/110 e lode, abito a Genova ma sono disposto a trasferirmi al Sud”, beh, allora la realtà supera la fantasia e il mio ottimismo innato schizza alle stelle! Mi sembra, infatti, un ottimo auspicio per il futuro, sempre che gli amministratori e i politici sappiano essere visionari e siano in grado di creare le condizioni essenziali per rilanciare il Sud e, di conseguenza, tutto il Paese. Vorrei concludere queste mie riflessioni cercando una sintesi ed evidenziando una possibile soluzione rispetto ai problemi innanzi delineati. A tal fine, credo che non sia utile a nessuno – né al Nord né al Sud – spaccare l’Italia creando una macroregione meridionale da contrapporre a quella settentrionale.

Ne uscirebbero entrambe perdenti. Al contrario, alla luce dell’esperienza, appare più che mai necessario creare le condizioni affinché il Sud si riappropri della sua identità e sfrutti finalmente le sue grandi potenzialità (finora in gran parte inespresse). Questo ambizioso obiettivo si potrebbe ottenere realizzando, per esempio, un Sud federato – secondo il modello teorizzato dal prof. Claudio Signorile, dal Prof Ettore Jorio e dall’ex ministro Claudio de Vincenti – il quale potrebbe far ripartire le regioni del Sud, riportando in quei territori tante risorse umane (spesso brillanti e autorevoli), che negli anni le hanno abbandonate per necessità, magari sfruttando anche le risorse del Recovery Fund che, come è noto, dovrebbero essere vincolate, in buona parte, proprio agli investimenti nelle regioni del Sud. Tutti insieme possiamo invertire la tendenza. È tempo di agire!

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